Terruzzi racconta: Ronnie Peterson

Il più veloce di una generazione, fino a quel rogo a Monza denso di mistero
Ronnie Peterson
Ronnie Peterson al box Lotus
di Giorgio Terruzzi

Accolgo con piacere l’invito di Nicola Contaldo: mi ha scritto ricordandomi il compleanno di Ronnie Peterson, nato in un minuscolo villaggio svedese, Almby, il 14 febbraio 1944. Nato dunque nel giorno di San Valentino, il che accresce la pena perché stiamo parlando di un grande campione morto l’11 settembre (altra data rilevante) 1978, quando pensavamo fosse sopravvissuto a quella carambola spaventosa poco dopo il via del Gran Premio d’Italia. Perché parlare di Ronnie significa ricordare sua moglie Barbro morta suicida il 19 settembre 1987, dopo aver troppo sofferto per quel sogno infranto e perduto, nonostante gli sforzi di John Watson, il pilota e l’uomo che aveva cercato di starle al fianco nel vano tentativo di ricomporre una serenità accettabile.

Così mi accorgo di raccontare una storia doppia e dolente che deve aver segnato anche la figlia di Ronnie e Barbro, Nina Louise. Una bella signora, oggi, che ha cercato vanamente di tenere in vita il piccolo museo dedicato al padre, per nulla sostenuto dal governo svedese. La ricordo con un sorriso rassicurante a Montecarlo nel 2014 quando Marcus Ericsson decise di correre con il casco dedicato al suo papà. Nina, un nome scelto pensando alla moglie di Jochen Rindt. Nina, il nome della mia prima figlia, scelto per motivi simili. E poi quel casco blu e giallo, i colori da pista di Michele Alboreto che di Ronnie era un grande ammiratore.

Marcus Ericson con la figlia di Peterson al GP Monaco 2014. In mano, il casco commemorativo di Ronnie
Marcus Ericson con la figlia di Peterson © Sauber

Peterson: per molti appassionati è considerato il più veloce di una intera generazione formata da gente velocissima. Ne era convinto anche George Harrison, spesso presente ai GP: compose in sua memoria una canzone dal titolo “Faster”, appunto. Un fenomeno con i kart, forte subito con le monoposto, campione europeo di F.1 nel ’71 quando già correva in F.1 per la March, esordio a Monaco, 1970. Nei Grand Prix: 123 corse. Vittorie: 10 tra il 1973 (GP Francia, primo successo) e il ’78. Pole position: 14. March, come detto, che gli diede un giorno memorabile a Monza nel ’76 quando vinse per la terza volta il GP d’Italia nel giro di quattro anni. E poi Lotus, in due fasi. La prima dentro un triennio 1973-1975 che lo portò a viaggiare stabilmente nei piani nobili del Mondiale. La seconda nel ’78, quando quella macchina nera e oro era un’astronave irraggiungibile. Eppure era Mario Andretti la prima guida, era campione del Mondo. Lui ingabbiato da un contratto che lo obbligava a un passo indietro nei confronti del suo capitano. Non un simpaticone, per niente. Serio e persino ombroso ai miei occhi, allora. Lo guardavo con una sorta di soggezione. Ed ero lì, alla prima variante, quando accadde quell’incidente a Monza, nel 1978.

Era la sua pista, era depresso, aveva già deciso di passare alla McLaren per il 1979. La dinamica rimase un mistero lungo quanto le polemiche. Fiamme e detriti. Lui dentro la sua Lotus in un caos, le gambe devastate, cosciente e dolorante. Fu un’embolia a ucciderlo, il giorno successivo, mentre si trovava all’ospedale di Niguarda ed è rimasto il sospetto che qualcosa sia andato storto in sala operatoria. Adesso pensando a Ronnie Peterson ho in mente con precisione i suoi ultimi attimi in pista. Con Vittorio Brambilla a pochi metri, colpito da una ruota vagante, all’apparenza il pilota in condizioni peggiori. Con troppa gente in pista, tutti che litigavano tra loro, l’ambulanza in ritardo. Urla, nervi saltati. Ero spaventato, alle prese con la furia brutale che emanano sempre gli incidenti visti da vicino. Una grazia rivoltata, la misura della velocità cruda data dallo schianto. Lo tirarono fuori dalla Lotus. Si guardava una mano, ricordo, come sbalordito, mentre lo portavano via, la tuta ricoperta dallo schiumogeno bianco.

Leggi di più
Prossima Storia