Terruzzi racconta: l'attesa e la passione

È ora di ricominciare e nel sognare il campionato di domani pesa il ricordo di quelli di ieri
La partenza al GP Europa 2016
La F1 pronta a ripartire © Getty Images / Red Bull Content Pool
di Giorgio Terruzzi

Ho trascorso alcune ore in compagnia di Jean Alesi, che è una persona a cui tengo moltissimo, bella e nobile nell’animo. Parlavamo del Mondiale che sta per cominciare e lui ha detto: «Non vedo l’ora, ho voglia di corse, di motori e di rumori». L’ha detto con una luce da ragazzino negli occhi. E allora mi sono reso conto di aver voglia pure io. Di un’altra corsa, non importa vinta da chi, non importa nemmeno star qui a indagare un panorama tecnico nebuloso. Piuttosto, nell’immaginare il prossimo campionato di Formula 1pesano – per me, ma anche per Jean, ne sono certo – i campionati di ieri e persino dell’altro ieri. Pesa il piacere reiterato di star dietro a una storia, con molti protagonisti portatori di altre storie.

Jean Alesi sulla Ferrari 642, Mondiale F1 1991
Alesi sulla Ferrari 642, 1991 © Scuderia Ferrari

Se penso agli anni di Alesi ricordo perfettamente la sua voglia, la sua foga, le sue frustrazioni e persino i suoi errori, dentro una stagione rossa ad altissima intensità emotiva, mortificata spesso da macchine non proprio generose. Lui e Gerhard Berger, una coppia strepitosa per noi giornalisti ma anche per molti appassionati. Tanto è vero che con entrambi abbiamo mantenuto rapporti strettissimi di amicizia. Come se fossimo passati insieme attraverso una qualche burrasca, attraverso una fetta molto importante delle nostre vite. Gli anni feroci e formidabili di Senna, contro Piquet per un verso, contro Prost per altri versi, contro Schumacher alla fine. Ayrton, così preso da quel furore, dalle sue ombre, così capace di esporre la propria anima: «Chi mangia fa le briciole», diceva mio nonno. Ecco, Senna le briciole le ostentava sempre, al pari del suo tocco da pista meraviglioso.

La lunga avventura di Schumacher in rosso, che fu difficilissima agli inizi. Con Mika Hakkinen sempre pronto a stare davanti, con quel guizzo geniale di Jacques Villeneuve che gli diede il titolo 1997, liberandolo all’istante di un peso enorme. Il peso di suo padre Gilles. Del quale solo allora prese a parlare, certo di aver conquistato una autonomia sul campo, dentro la sua pancia annodata. Schumi, solo e travolgente, un monocromo rosso. Ma anche un uomo capace di rivelarsi nel tempo in maniera tenera e sorprendente. E poi gli anni del giovane Alonso, così arrembante e dotato, i patimenti di Alonso mentre Vettel veniva fuori, davanti a lui, anno dopo anno. Siamo a un attimo fa, all’inizio dell’era Mercedes.

Ma adesso, in attesa di verificare se durerà ancora o meno, ho nella testa figure del passato. Piloti per i quali ho fatto il tifo, ragazzi capaci di emozionarmi sempre. Il primo, Jim Clark, ovviamente, con quella riservatezza ordinata, quel talento perfetto. E poi Jackye Stewart che era un beat in pista, Jacky Ickx, che era un gran figo, Jochen Rindt che era un’iradiddio, Niki Lauda che spuntò inatteso, per dettare il ritmo di una intera epoca. E Gilles, porcapaletta, Gilles, un bambino tenero e pestifero, accompagnato dai nostri presentimenti.

È la memoria che muove le emozioni. Così possiamo emozionarci oggi, grazie a chi ha fatto la storia allora. Dentro i nostri anni, le nostre estati lontane. Quando ogni domenica, che ci fosse o meno la tv, era piena di pensieri, speranze e dolori.

Perché il motorismo non somiglia a nessun altro sport. Macchine e uomini infilati in un estremo. In un gioco carico di rischi e adrenalina. Di azzardi e meraviglie. Ma certo, ma sì. È ora di ricominciare.

 

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