Terruzzi racconta: L'anima immortale di Gilles

Una mostra a Milano per ricordare un pilota unico, capace di entusiasmarci e spaventarci
La locandina della mostra su Villeneuve allo Spazio Oberdan di Milano
La locandina della mostra
di Giorgio Terruzzi

Il prossimo 8 maggio sarà l’anniversario numero 35: la morte in pista di Gilles Villeneuve, a Zolder, Belgio. Una scena violentissima. Catapultato fuori dall’abitacolo della sua Ferrari, il casco che vola via, quel corpo minuto a quel punto fragilissimo, che piomba tra le reti di protezione. Qualcosa che apparteneva a un presentimento condiviso e che pure sembrò una crudeltà abominevole. Gilles aveva cominciato a morire 14 giorni prima in realtà. A Imola, quando Pironi, il suo compagno alla Ferrari, un ragazzo che Gilles credeva amico, lo superò nonostante il cartello “slow” esposto dal box per vincere una corsa che doveva vincere Villeneuve, che Villeneuve stava comandando, certo di poter addirittura giocare, fare spettacolo prima del sipario.

Sono tornato a occuparmi di quel bambino vivacissimo che conobbi molti anni fa per organizzare e curare una mostra in suo onore, dal titolo “Wow, Gilles” aperta a Milano dal 21 aprile (Spazio Oberdan, Porta Venezia), con le bellissime foto di Ercole Colombo. Si è trattato, come spesso capita e non solo a me , di un tuffo nella memoria. Ho ricordato il primo incontro avvenuto a Silverstone nel fine settimana del suo debutto in Formula 1 con la McLaren, 1977. E poi l’incontro numero due, a Mosport in Canada, stesso anno, quando esordì con la Ferrari mentre Lauda, fresco campione del mondo, se ne andava sbattendo più di una porta. Ho rivisto il suo giubbotto di camoscio, Joann, sua moglie che lo accudiva come se fosse un figlio, quel modo di muovere le labbra, parlando, che dava spesso un tocco ironico alle parole. E poi, di colpo, la sua casa a Montecarlo, dove andammo con Ercole e Gianni Cancellieri a trovare Joann quando Gilles era volato via. Con il piccolo Jacques che faceva la peste, un bambino vivacissimo con una faccia da teppa, simile a quella di papà.

Gilles Villeneuve al GP San Marino 1980
Gilles Villeneuve al GP San Marino 1980 © Ercole Colombo

Gilles era stato un vero protagonista per tutti noi. Un pilota sempre capace di cercare un limite da abbattere: «A lui interessava la gara mi ha detto pochi giorni fa Mauro Forghieri, allora capo tecnico assoluto della Ferrari, alludendo al bisogno di Gilles di fare e dare tutto subito. E in quella foga senza tattica c’erano un coraggio e una generosità mai più viste. Come lui, nessuno. Proprio no. Così capace di entusiasmarci e di spaventarci. Di fare “cose da pazzi” anche quando guidava le sue automobili da strada, una Fiat 131 e una Ferrari 308 (2 ore e 45 minuti da Montecarlo a Maranello), il suo elicottero (con arresto del motore in volo e riaccensione, nel terrore assoluto dei passeggeri), il suo motoscafo superpotente.

Era una persona leale, persino ingenua. Per rispettare un compagno più votato alla concretezza come Jody Scheckter, per patire così profondamente quell’affronto di Pironi, a sua volta colpito da un destino tremendo in quel 1982 molto più nero che rosso per la Ferrari. Un bambino che gioca, ecco. Questo ho in mente, con nostalgia e tenerezza, mentre mi accorgo davvero che Villeneuve ha rappresentato un caso a parte. Sei vittorie. Eppure una vittoria inarrivabile per molti suoi colleghi ben più premiati di lui. Perché nel suo dare e fare così svelato, così scellerato, così iperbolico, c’era e resta una emozione condivisa. La forza magnifica e potente di un sentimento umano che appare e svanisce in un lampo. Per dirci che, in quell’attimo, la nostra anima tutto può osare, sentire, attraversare, protetta com’è dall’immortalità.

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