Paolone-dai-box: Dakar, la mia Africa - Pt. 1

Ho seguito 2 edizioni della Dakar. Che mi han lasciato dentro, per sempre, l'Africa
La Peugeot 405 T16 di Jackie Ickx alla Dakar 1990
La Peugeot 405 T16 di Jackie Ickx alla Dakar 1990 © Peugeot Sport
di Paolo Beltramo

Tra poco, con l’arrivo dell’anno nuovo, si ripeterà il rito pagano della “Dakar”, la mitica maratona fuoristrada che ha stregato generazioni di appassionati e milioni di semplici curiosi. Si tratta di un rito pagano che, come molti altri, ha lasciato l’Africa per spostarsi, arricchire, contaminare altri luoghi, altre culture. Lo so che direte: “ma quale cultura africana, quella corsa lì l’ha inventata un francese, Thierry Sabine”.
Giusto, verissimo, ma secondo me quell’idea francese avrebbe potuto attecchire soltanto in Africa, in quell’Africa musulmana, berbera, nomade, nera. Alla fine erano l’Africa, i suoi deserti, le sue popolazioni, i suoi colori, i suoi suoni, quegli odori, che lasciavano il segno, più dei concorrenti, dei vincitori, di tutti. Andavi là e ti portavi via l’Africa e le sue genti nel cuore. In qualsiasi modo: sia che ti avessero stregato, fatto innamorare, sia che ti avessero traumatizzato. Era comunque lei, l’Africa, la padrona della “Dakar”, il suo senso, la sua anima.

Perciò portarla fuori è un rischio. Non si tratta di musica, danze, religioni, credenze, riti che comunque seguono la gente, le persone: la “Dakar” fuori dall’Africa, per me, non esiste. Non è più lei, è un’imitazione. Il che non significa che non sia bella, bellissima. Attraversa altri luoghi, completamente diversi, altri popoli, altre culture. È durissima, ma diversa. La “Dakar” è irripetibile, oggi impossibile, quindi giusto spostarsi, ma chiamandola col suo nome: “Buenos Aires/Buenos Aires”, “Rally delle Ande”, “Avventura Sudamericana”… non saprei, fate voi. Ma “Dakar” stona, è soltanto un marchio svuotato del suo contenuto.

Come giornalista ho seguito due “Parigi-Dakar”. Una nel 1989, in aereo, la seconda nel ’90 in auto. Tra le due non c’è paragone: quella in macchina è straordinariamente più bella, interessante, affascinante. Ma ognuna delle due esperienze mi ha lasciato ricordi, emozioni, aneddoti da raccontare. Così entriamo, comunque, nel tema.

Innanzitutto allora non esistevano i GPS, la navigazione era fatta con la bussola e i riferimenti dati dal road book: distanza fino al riferimento successivo, direzione. Non un granché, soprattutto se devi leggerlo mentre guidi una moto da oltre 250 chili.
I riferimenti, poi, spesso erano piccoli, difficili da vedere: un mucchio di sassi, un vecchio bidone arrugginito, i resti di un albero secco da decenni, un bivio appena accennato sul terreno duro, roba così. Era facile perdersi se stavi davanti e volevi vincere. Per chi seguiva il problema non esisteva: c’erano tali e tante tracce che davano addirittura fastidio quando si trasformavano in canali scavati dalle ruote. Per gli altri, quelli cioè che partecipavano per arrivare, era una prova di volontà, sofferenza, sacrificio. C’erano piloti di moto che arrivavano alle 3, 4 di notte e ripartivano alle 6 dopo essersi fatta assistenza da soli… Meno male che non c’era l’antidoping…

Quello che mi è restato più dentro sono il buio e il silenzio.
Non riuscivo neppure ad immaginare che potesse esistere una notte così assolutamente buia come quelle che ho visto campeggiando (materassino autogonfiabile, ma difficilissimo da sgonfiare, sacco a pelo) sull’altopiano libico nel freddo di gennaio. Un buio così buio che compiva il miracolo di diventare scintillante di luci: quelle delle stelle che sembravano cento, mille volte di più rispetto a quelle che ero abituato a vedere. Una sensazione difficile da spiegare, ma bellissima da vivere. In sostanza l’assenza di illuminazione artificiale nel raggio di 5/600 chilometri riusciva a rendere quel buio così “trasparente” da farti vedere le mani, il deserto come fossero appena accennati.
Il silenzio era ancor più assoluto, profondo. Se gettavi a terra una moneta sentivi il rumore che faceva cadendo sulla sabbia, anche se eri tranquillo il battito del tuo cuore era perfettamente identificabile. I piccoli rumori del deserto, del metallo dell’auto che si raffredda, dei tuoi compagni erano così distinti, presenti da essere sentiti quasi come un grido.

Il bivacco del rally Dakar di notte: meccanici al lavoro
Meccanici al lavoro, di notte, alla Dakar 2015 © Flavien Duhamel/Red Bull Content Pool

Se guidavi di notte, in lontananza magari vedevi un fuoco di qualche accampamento berbero. Ti sembrava se non proprio lì, abbastanza vicino. Invece era come un faro quando navighi a vela: sempre più o meno nello stesso punto, là in fondo, lontano…
Un altro aspetto assolutamente fantastico è stato il poter vedere luoghi che oramai per chissà per quanto tempo non saranno più visitabili. Mi riferisco alla Libia, alla sua gente così gentile e curiosa, al suo interno sconfinato attraversato da orme lasciate dai cingoli dei carri armati o delle postazioni mobili di lanciarazzi, alla straordinaria bellezza del deserto libico che degradava verso quello del Ténérè e il Niger, ai graffiti preistorici che ho visitato, all’immediata differenza di cultura, di odori, di sensazioni.
Il Niger era Agadez, per decenni capitale degli appassionati di escursioni nel deserto, ma anche le sue oasi, ognuna raffigurata con una croce diversa ricavata dalla fusione dei vecchi dobloni d’argento degli spagnoli. Era Dirkou, Bilmà… era le sue dune, i suoi spazi immensi e sassosi, duri, era leggenda, era i Tuareg vestiti di blu, lo sguardo fiero, che navigavano lenti a dorso dei loro cammelli, era quei villaggi isolati, poverissimi, quei bambini eccitati e dolcissimi che costruivano con qualsiasi scarto trovato in giro camion, macchine, moto, elicotteri che avevano visto nel Rally.

Era pace, praticamente nessun assalto armato, soltanto qualche furtarello anche se tutti portavano con sé molti contanti, l’unico modo di pagamento accettato. Era quelle ricevute scritte a mano dai tassisti su un pezzo di giornale, era il gabbiotto col soldato che ti timbrava il passaporto ogni giorno scrivendo “visto all’arrivo” e poi “visto alla partenza”… Era spettacolo, sudore, fatica. Era un sogno perché lasciava ancora spazio alla fantasia, all’abilità di raccontare, alla sensibilità personale.
La copertura mediatica era già molta: elicotteri, operatori a terra, un aereo (un C130) adibito a centro operativo, sale montaggio, sala stampa…

(1/continua)

IN QUESTA STORIA
Dakar Rally 2016
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