Paolone-dai-box: Dakar, la mia Africa - Pt. 2

Ricordi, emozioni, incubi e ombre delle mie due esperienze alla vecchia Dakar
Al cospetto dei faraoni
di Paolo Beltramo

[Dakar, la mia Africa - Parte 1]

Già gli aeroplani. Alla Dakar erano un’avventura a sé. Connessa, intrecciata, legata indissolubilmente a quella che si svolgeva per terra, ma completamente a parte. La maggioranza della stampa, organizzazione, molti meccanici e team manager, ospiti, sponsor si spostavano da una tappa all’altra in aereo. I gran capi, i cineoperatori de “La 5” e qualcun altro dell’organizzazione andavano in elicottero. Pochi fortunati (allora gli ospiti Peugeot serviti in guanti bianchi da camerieri locali in giacca nera, con champagne e aragoste. Qualcosa di rivoltante guardando quello che c’era attorno) volavano con piccoli jet. Tutti gli altri o sui biturbina a elica Fokker 27, oppure per qualche tappa nell’immenso e scomodissimo ventre di un C130 militare affittato da non ricordo più quale paese (Niger, Mali?) e pilotato da americani.

Sul C130 ci sistemavamo lungo i lati della carlinga su sedili di legno e corda scomodissimi con una cintura di sicurezza ogni 50/60 centimetri: scomodi, stretti e in tanti. In mezzo c’era di tutto: bidoni di carburante, mezzi, cibo… La sicurezza? Da allora quando volo e l’equipaggio inizia la solfa della sicurezza mi metto a ridere dentro di me. Già, perché non era soltanto pericoloso volare, ma anche atterrare, decollare, posteggiare gli aerei con tutti che spingevano per sistemarli al meglio lungo piste spesso fatte di slitte d’acciaio inchiodate o di terra battuta.

Un C130 all'aeroporto di Dakar

A quel C130 una sera si ruppe uno dei piani di coda perché posteggiandolo lo fecero finire contro un palo della luce. Sotto ai Fokker si faceva di tutto: si saldava, si mangiava, si fumava, si beveva. Spesso si decollava in piedi tutti ammucchiati davanti per bilanciare il carico eccessivo e mal distribuito (di solito carburante) per poi sedersi dove si voleva e ritornare a bilanciare i pesi per l’atterraggio. Di manutenzione neppure l’ombra, almeno per quei 20/22 giorni lì. Ma l’Africa era così e d’altronde si trattava ancora quasi di un’epoca senza paure: l’Aids era arrivato da poco sui giornali, niente obblighi di mettere sale, zucchero e pepe in bustine, impacchettare tutto e quelle menate lì. Se volevi igiene, sicurezza, cose fatte per bene alla Dakar semplicemente non ci andavi.

Il suo bello era però proprio quello: mangiare seduti per terra sulla sabbia con un piatto in grembo approfittando della frugale, meravigliosa ospitalità di quei popoli, di quei bar, di quei “ristoranti”. Valeva tutto, tutto poteva accomodarsi bastava avere tempo, pazienza e speranza. I soldi aiutavano, ma venivano dopo: in molti di quei luoghi semplicemente non c’era nulla che si potesse comprare. E i bambini ridevano, giocavano anche se tremavano di freddo nudi con soltanto una maglietta addosso quando noi usavamo piumino e guanti di lana. Ridevano, correvano, chiedevano, ma non erano fastidiosi, insistenti. Zitti si accucciavano sui talloni e stavano a guardare. Poi spesso intorno ai campi c’era l’esercito: fucili in mano, a difendere il Rally da cosa non si sa. Chi usciva rientrava sano e salvo, era soltanto un modo per farti capire che un po’, almeno un po’ quel rally era un insulto ad una povertà uguale a quella di oggi, ma più dolce, più buona, meno aggressiva.
 

Nel cuore dell'Africa

Qualcosa di buono veniva fatto, certo: pozzi, scuole, materiale scolastico, giochi, ognuno portava di tutto e distribuiva. Ma quella sensazione profonda di insulto, di sfrontatezza coloniale, di fuori posto mi è rimasta dentro insieme all’immagine di qualche coglione che passava a 130 all’ora nei villaggi e magari gettava adesivi dal finestrino. Tutti gli anni, proprio tutti, qualche locale veniva ucciso, ma non è mai successo niente.
Tanto era l’Africa, quell’Africa da usare, da attraversare, spesso da amare, ma mai da rispettare. Ecco, mancava il rispetto: non dei singoli, quello spessissimo c’era, così come l’amore per quei posti e quelle atmosfere, era il concetto ad essere sbagliato. Era: andiamo in Africa perché là si possono fare un sacco di cose che in Europa, Australia, Stati Uniti, Giappone… sono proibite, vietate, bandite.

E allora quando mi ricordo il giro in canoa sulle acque del Fiume Niger per vedere e filmare gli ippopotami, quelle donne e ragazze che lavavano i panni sotto il ponte di Bamako, l’allegria di Niamey e di Dakar, i silenzi assoluti della Mauritania, le sue dune, la bellezza antica, assoluta improvvisa e isolata di Timbuctu, i grandi baobab, l’emozione del mare, il Senegal, il caldo che segnava il passaggio all’Africa nera, le feste, i pianti, i morti…tutto questo resta, rimane, ma sopra c’è quel velo scuro anche se trasparente della mancanza di rispetto che stava alla base di tutto questo e che – spero – con la Dakar sudamericana non esista più.

IN QUESTA STORIA
Dakar Rally 2016
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