Giorgio Terruzzi: Ma quale Dakar?

La corsa rimane dura e affascinante. Solo servirebbe cambiar nome, per sviluppare un mito nuovo
Stephane Peterhansel - Team Peugeot Total - Rally Dakar 2015
La Dakar non ha perso il suo fascino impossibile © Frederic Le Floch / DPPI / Red Bull Content Pool
di Giorgio Terruzzi

Comincio l’anno con una provocazione. Cambiamo la definizione “Dakar” per una gara che con Dakar e con la “Parigi-Dakar” non c’entra più nulla? Ma sì.

E’ Sudamerica, continente peraltro affascinante e potenzialmente fornitore di un “titolo” suggestivo; è una competizione che ormai ha una identità propria, visto che la si disputa tra Bolivia e Argentina quest’anno e comunque dal 2008 attraverso quelle terre là, così caratteristiche e diverse dal deserto africano.

Dunque? Un tocco di moderna, realistica e colorata libertà per togliere di mezzo il peso del passato, ciò che diventa, alla fine, un segno di debolezza inutile. Va bene, la storia è nota. Sappiamo un po’ tutti cosa fu il leggendario raid con arrivo in Senegal. Ma continuare a parlare di Dakar per una corsa che riguarda Buenos Aires e Rosario, beh, mi pare a questo punto, fuori luogo – letteralmente fuori luogo – un attaccamento a ciò che si è perduto un po’ assurdo e persino ingrato nei confronti della competizione che si disputa oggi.

Ma non è solo questo. La libidine da raid pare un po’ affaticata. Comporta una copertura televisiva complessa e costosa, rilancia immagini che fanno ormai parte di una consuetudine.

Il tema è piuttosto complesso e riguarda la diffusione ormai enorme di telecamere ad uso personale, minime ma ottime, che permettono la distribuzione in rete di una quantità spaventosa di filmati spettacolari realizzati in proprio. Ciclisti che si lanciano da picchi pazzeschi o dentro i vicoli di una favela; motociclisti che passano dove non è pensabile passare, per non parlare di chi si lancia (da un canyon, da un aereo, da una torre, con o senza sci; con o senza tuta alare, eccetera) auto-filmandosi, con la certezza di trovare accoglienza nell’universo web.

Sto dicendo che l’estremo, a furia di “messe in onda” pare un po’ meno estremo. Il che rende gli estremismi di un raid meno carichi di enfasi e dunque meno sorprendenti. Il tutto nonostante si tratti – parlando di Dakar – di una gara carica di rischi enormi. Ma proprio questo offre una misura sulla quale riflettere, a mio avviso. La Dakar tende a trasformarsi in un evento in relazione agli incidenti e non – non più tanto – in relazione all’andamento della gara vera e propria.

Il crash di Guo Meiling nel prologo 2016

E’ un peccato ed è – anche questo – un elemento parzialmente ereditato dalla vecchia Dakar. Perché la gara, questa, appunto, risulta molto interessante, con una quantità di protagonisti di primissimo ordine.

Così, torno a dire, cambierei la denominazione. Mantenere “Dakar” significa alludere a una epopea estinta. Mentre abbiamo ormai a che fare con un raid dalla personalità propria, dotato di una tradizione propria e di protagonisti propri. Che nulla hanno più da spartire con gli eroi che fecero della “Dakar” africana un mito. Le Ande non hanno niente da invidiare al Sahara. Sono diverse e portatrici di ingredienti propri ma efficaci, utili a sviluppare un mito nuovo. Presente e futuro, dunque. In luogo di un passato comunque illustre, da chiudere in una bella teca.

IN QUESTA STORIA
Dakar Rally 2016
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