5 (im)probabili alternative per la Dakar che sarà

Il rally potrebbe lasciare il Sud America. Per andare dove? Tra serio e faceto, ecco alcune opzioni
Loeb in azione tra le rocce argentine all'ultima Dakar
Loeb tra le rocce argentine all'ultima Dakar © DPPI / Red Bull Content Pool
di Giovanni Cortinovis

Lo scemare del feeling con il SudAmerica potrebbe riservarci già dal 2017 un ulteriore cambio di continente della Dakar. Eppure, solo fino ad un anno fa, il matrimonio sembrava procedere a gonfie vele, complici i milioni di euro versati dai governi argentino e cileno per ospitarla.
Tutto è cambiato lo scorso aprile quando il governo cileno ha spiegato che preferiva concentrarsi sulla ricostruzione del nord del Paese, devastato dall’alluvione che ha causato 26 morti ed oltre 150 dispersi. Un’assenza non da poco perché il Cile ha ospitato 39 tappe, inclusi gli Arrivi delle edizioni 2013 e 2014. Ad agosto, invece, si è tirato indietro il Perù, adducendo la necessità di destinare risorse per tamponare i recenti disastri naturali.

A 4 mesi dal via, l’Aso che la organizza dal 1994 si è trovata a ripensare la prima settimana di corsa, oltre ad aver perso i 4 milioni di euro promessi dal Perù. L’incertezza che ha caratterizzato il tracciato e l’assenza dell’Atacama ha prodotto un calo dell’11 per cento dei concorrenti rispetto al 2015. «Molti partecipanti storici, per lo più europei – ha spiegato Lavigne – non sono venuti per l’assenza del deserto cileno».
Avendo già provveduto ad allontanare la Dakar dall’Africa nel 2009, un ulteriore spostamento non sorprenderebbe più nessuno. Vediamo allora quali sono le alternative, partendo dalle candidature più probabili per arrivare a qualche suggestione che di probabile ha ben poco,ma di affascinante molto...

1) La parte meridionale dell’Africa

Stuzzicato dalla stampa, il direttore della corsa Etienne Lavigne, ha spiegato: «La situazione politica del Nord Africa rende impossibile un suo ritorno in quei posti». Poi ha ricordato che da due anni l’Aso è in contatto con Luanda, la capitale angolana, per valutare la possibilità di ambientarvi la Dakar: «In quella parte del continente è possibile correre. Nell’Africa meridionale, in Angola, Namibia e SudAfrica ci sono i terreni adatti per allestire questo tipo di competizione». La parte meridionale del continente nero è già stata teatro dell’edizione 1992 della maratona africana, per l’occasione battezzata Parigi-Città del Capo: quell’anno tra i camion si impose Francesco Perlini con un veicolo da lui stesso concepito.

[Video - Gli highlights della Dakar 1992]

© Mitsubishi Motors

2) La Cina

Periodicamente si rincorrono le voci di un probabile approdo della Dakar in Cina. D’altra parte, dopo aver ospitato i Giochi Olimpici Estivi 2008, i Mondiali di Nuoto 2011 e i Mondiali di Atletica 2015, la Cina non smette di inseguire grandi eventi sportivi che le garantiscano notorietà planetaria. Dieci giorni fa, inoltre, Sina Sports, la principale piattaforma digitale del Paese, ha stretto un accordo di collaborazione con l’Aso: Sina Sports si impegna a promuovere la Dakar attraverso le sue piattaforme, incluso Sina Weibo (sito di microblogging che vanta 500 milioni di iscritti), con i materiali (video, immagini e report) forniti dagli organizzatori della gara. La Cina può garantire all’Aso parecchi milioni di euro. Il problema è il clima: a gennaio fa troppo freddo.

Stephane Peterhansel in azione durante il Silk Rally 2015, Cina
Stephane Peterhansel al Silk Rally 2015 in Cina © Eric Vargiolu / DPPI / Red Bull Content Pool

3) L’Australia

La questione temperatura non si pone per l’Australia che a gennaio garantisce una media di 28 gradi. Oltre tutto, l’immensità del Paese e la sua conformazione geografica offrono un campo di gara perfetto per una gara come la Dakar: dal Gran Deserto Vittoria con i suoi 424 mila km quadrati al Gran Deserto Sabbioso di 360 mila km quadrati passando per altri più “piccoli”. Ed è proprio nelle competizioni disputate su questi terreni (dalla Finke Desert Race alla Hattah Desert Race) che Toby Price ha maturato quell’esperienza necessaria che gli è servita per giungere 3° all’esordio alla Dakar 2015 e per conquistare l’edizione di quest’anno. Resta il problema, non indifferente per una società come l’Aso, del contributo del governo locale. Difficilmente, infatti, l’Australia investirà per avere la Dakar.

[Video - Toby Price alla Finke Desert Race 2015]

4) Il Sud-est asiatico

Escludendo le isole di questa regione, il terreno di gara sarebbe rappresentato dall’Indocina, ossia da Cambogia, Laos, Malesia, Birmania, Thailandia e Vietnam. A gennaio la temperatura è ideale: la media oscilla dai 20 di Hanoi ai 26 di Saigon e le precipitazioni sono quasi nulle. Rispetto all’Africa il terreno sarebbe completamente diverso: dalle catene montuose che comunque non arrivano nemmeno a 3mila metri di altitudine alle foreste equatoriali e tropicali. La lingua rappresenterebbe un ulteriore ostacolo per i concorrenti mentre gli abitanti locali garantirebbero quell’entusiasmo che è stato il propellente delle prime edizioni della Dakar sudamericana. Resta la questione finanziaria: gli stati locali possono pagare quanto chiesto dall’Aso?

5) Il circolo polare artico

E se a cambiare fosse il concetto di Dakar stessa? Non più sabbia e afa, ma neve e ghiaccio condite da temperature da brividi. Naturalmente in questo caso le tappe sarebbero più brevi, ma i paesaggi da cartolina sarebbero assicurati. La Dakar potrebbe svolgersi in Alaska e Canada, con un possibile sconfinamento in Groenlandia. Oppure in Norvegia, Svezia e Finlandia. L’inversione di rotta garantirebbe grande interesse da parte dei media e dell’opinione pubblica. I produttori di auto e camion potrebbero invece dimostrare di saper produrre mezzi che non subiscono defaillance anche in condizioni estreme. Più problematica la gara per i motociclisti, per il rischio di congelamenti: basterebbe limitare il campo dei partenti ai più preparati.

IN QUESTA STORIA
Dakar Rally 2016
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