#Musicmakers Ep. 6: Tommaso Colliva

L'uomo che fa i dischi
Tommaso Colliva © Francesco Balatti
di Mimmi Maselli

Questo viaggio negli studi dei producer italiani è un’esperienza veramente ricca e molteplice, e lo è in modo inaspettato. Pensavo di sentirmi raccontare un po’ la solita solfa da tutti, invece scopro un mondo popolato di essere umani interessanti e appassionati, di professionisti solidi ma curiosi, di abili artigiani del sound e consapevoli conoscitori di tutti i processi che stanno dietro a quel magma emotivo e artistico chiamato musica. E non soltanto delle dinamiche produttive ma anche e soprattutto dei suoi schemi intrinsechi e tutti inattesi, perché figli di rapporti umani, per cui multiformi e cangianti. Portare a compimento un percorso umano e artistico racchiudendo tutta questa vita nelle tracce di un disco è cimento arduo, complessissimo, ma così bello ed entusiasmante da farne una missione, una unica ragione di vita. E’ questo il caso di Tommaso Colliva, che non rinuncerebbe mai alla possibilità di metterci almeno un po’ le mani dentro, a quei solchi pieni di note. Le stesse mani magiche che hanno dato forma al nuovo percorso musicale di Ghemon…una svolta che da queste parti non abbiamo per niente preso sotto gamba, perché abbiamo la vaga impressione che se ne parlerà parecchio.

Tu sei uno dei producer più richiesti in giro, dicci la verità: fai un po’ il figo ogni tanto?

Mi piacerebbe dirti che faccio il figo, sarebbe divertente dirlo, ma non è così. Io, a differenza di molti miei colleghi non sono un musicista né ho mai avuto la velleità di esserlo. Ho fatto un percorso alternativo, che mi piace sempre ricordare: dopo aver studiato per anni clarinetto e saxofono mi sono trovato a dover scegliere se continuare questa carriera facendo il conservatorio o mettermi in gioco con qualcosa di diverso, e così un giorno -a 14 anni- sono entrato in un negozio di strumenti per scambiare il mio sax con un campionatore...il famoso Akai 950. Questo evento mi ha aperto un mondo: qui ho capito che mi interessava di più scoprire come registrare una band di amici piuttosto che la mia musica, che mi piaceva di più stare dietro le quinte e non mi interessa per niente stare sul palco, o avere fama e successo.

Ok, fai il modesto, però sono sicuro che il tuo lavoro ti gratifica e ti ha dato molte soddisfazioni.

Non potrei negare che mi piace sentirmi apprezzato per quello che faccio e per come interpreto la mia professione. In fondo questa è la cosa per la quale ogni giorno mi posso svegliare dando un senso alla giornata.

Come definiresti il tuo mestiere?

E’ molto semplice: io aiuto gli artisti a comunicare al meglio delle proprie potenzialità ciò che vogliono dire. Questa è la definizione migliore del mio lavoro. Qui c’è tutta la sua vera essenza. Dentro a questo concetto, c’è tutto un mondo da esplorare e un viaggio da fare insieme, decidendo che strade prendere e quali linguaggi utilizzare. E’ un percorso così affascinante perché ricco di sfumature e scenari possibili infiniti.

Qual’è il prototipo di artisti che frequentano il tuo studio?

Mediamente gli artisti con cui lavoro si nutrono di musica live e scrivono i loro pezzi, per comodità diciamo che appartengono alla scena rock. Hanno quindi spesso un’ identità formata e una strada abbastanza precisa di fronte, ma quando si accingono a registrare un nuovo album le idee possono essere un magma complesso da dipanare. Come trasferire queste idee su un disco, lo decidiamo insieme e proprio qui entra in gioco la mia professionalità. Io non sono il superstar producer che mette a disposizione il proprio nome e il proprio sound per dare quel tocco magico a un progetto musicale; io cerco invece di calarmi totalmente dentro un mondo, di insinuarmi nei suoi ingranaggi e di far girare le macchine al meglio.

Hai un metodo che funziona sempre o improvvisi a seconda dell’istinto e della situazione?

Ho un solo modo per essere sicuro di portare a casa un risultato che mi soddisfa: capire dove si trova l’artista quando iniziamo a lavorare e individuare molto bene dove vuole arrivare alla fine del progetto.

Veniamo al piatto forte e più fresco del tuo menù, ovvero il nuovo disco che per questo artista rappresenta, a quanto pare, una vera svolta artistica: l’attesissimo album di Ghemon. Raccontaci questa esperienza.

E’ stato un lavoro lungo e bellissimo. Il salto per arrivare alla sua nuova destinazione artistica era davvero complesso e per niente sicuro, proprio per questo molto intrigante. Lui è un artista che viene dall’hip hop ma che ha orecchie molto più aperte. Col tempo ha capito che il rap non era più sufficiente per poter esprimere ciò che ha dentro, così si è trovato veramente spaesato: la sensazione era quella di essere più un cantautore che un rapper ma con mezzi ancora troppo deboli. La sfida è stata indirizzarlo verso questa nuova dimensione, senza dover per forza snaturare la sua vena e la sua storia, ma trovando per lui la strada giusta, il vero punto di equidistanza tra due poli esistenti e vivi dentro la sua anima artistica.

Ci è voluta più psicologia che tecnica, quindi?

Non si può prescindere dal capire le dinamiche emotive che stanno dietro un artista, il resto si può anche sottovalutare. Devi sempre sapere quanto puoi spingerti oltre la sua comfort zone e quando invece devi farlo sentire a suo agio. Ci sono musicisti che rendono al meglio in ciabatte sul divano e altri che invece vogliono avere i fan anche in studio per dare il massimo quando registrano un album.

Hai individuato subito la strategia vincente o sei andato per tentativi?

Il rapper non è abituato a muoversi con schemi diversi da quelli imposti dal genere: per prima cosa abbiamo dovuto scardinare queste logiche rigide. Ogni fase è stata tutta ragionata, giocando sempre sul filo del rasoio, in una sorta di combattutissimo Risiko, per arrivare a capire come scrivere i pezzi. Lo scoglio era questo: il suo metodo non soddisfaceva più le sue esigenze artistiche, perchè non c’era molto interscambio tra la musica e le parole. Abbiamo cercato Marco Olivi, un produttore con una buona base musicale ma non un vero musicista e questo incontro ha generato una immediata empatia tra i due, che hanno costruito un modo tutto loro di scrivere insieme.

E tu, in questa fase, sei così rimasto un po’ in disparte?

Ho cercato di coordinare e supervisionare questo momento strategico ma anche creativo e poi, una volta definita la prima struttura di base, sono entrato in gioco. Il disco doveva essere tutto suonato, questo era chiaro a tutti, Ghemon in primis, per poter dare il massimo agio agli arrangiamenti e più respiro alle canzoni. A questo punto ho messo in campo la miglior squadra possibile: Fabio Rondanini, batterista dei Calibro, era perfetto e entusiasta di lavorare su questo album, a seguire ho aggiunto Gabriele Lazzaroti e Enrico Gabrielli e tanti altri musicisti con cui collaboro abitualmente…e poi Patrick Benifei dei Casino Royale per suonare tutte le parti di pianoforte. Tutti i ragazzi hanno fatto davvero un lavoro eccezionale.

 

Come hai lavorato sullo stile e sulla tecnica di Ghemon?

Il lavoro più duro, mi pare quasi scontato dirlo, è stato fatto sul modo di cantare di Gianluca, addirittura anche sulle parti rappate, quelle che lui per primo non avrebbe mai messo in discussione all’inizio. Non ci credeva, perchè era convinto di avere qualcosa di sicuro in mano e invece si sbagliava. Ogni tanto ci fermavamo a riflettere su come potesse venir percepito questo lavoro. La risposta è stata questa: se terremo fede alla sua storia e rispetteremo la sua carriera di rapper, allora andremo lontano e saremo inattaccabili, perché -in tutto ciò- lui è uno che spacca il culo a fare rap, non dimentichiamolo mai.

Mai percepito in lui paura o insicurezza, rispetto al tuo lavoro?

Dovresti principalmente chiederlo a lui, ma posso rispondere tranquillamente. Lui ha una storia e una fanbase da rispettare, ovviamente non potevamo buttarci totalmente nel vuoto, solo per il gusto di spiazzare i suoi seguaci o smontare qualche cliché del mondo hip hop. Siamo andati passo passo, trovando strade sempre coerenti e giustificate.

Ci sono beat su questo disco?

No, non abbiamo programmato o prodotto neanche un beat, né li abbiamo riprodotti in studio suonandoli con gli strumenti.

Uno strappo alla regola bello e buono, senza mezzi termini. Non hai mai pensato di fare una pazzia?

Tutti noi tre, senza essercelo detto, abbiamo provato costantemente questa sensazione di salto nel vuoto. Alla fine però tutto tornava, tutto aveva senso e sono sicuro di aver fatto il disco che volevamo. Non c’è una sola cosa fuori posto o che farei diversamente, se potessi tornare indietro.

Il disco, per quello che ho ascoltato finora, sembra muoversi sui binari del miglior soul contemporaneo. Tu sei riuscito a dargli una collocazione più precisa?

Ci siamo sforzati di confrontarci con un’idea ibrida, ma non nuova o rivoluzionaria, neanche in Italia, vedi per esempio certe cose fatte in passato dai Casino Royale o dal nuovo percorso musicale di Neffa. Aldilà delle definizioni, sono sicuro di non aver portato a termine un’operazione in vitro per riprodurre un certo sound soul-hip hop, ma la migliore rappresentazione di cosa sia Ghemon oggi, al 100%. Non è un caso che il primo brano dell’album si intitoli Adesso sono qui, una dichiarazione precisa di questa realtà.

Questa mattina, ascoltando il pezzo, ho avuto una specie di folgorazione che ti passo come provocazione: vista la visibilità del rap ora e viste le potenzialità di questo disco di attrarre sicuramente nuovi ascoltatori sarebbe assurdo immaginarsi Ghemon come il nuovo Jovanotti, un domani lontano?

Wow, che flash! Interessante visione...Se ci penso, qualche affinità esiste, non vedo la velleità in Ghemon di avere una esposizione mainstream e pop che invece Lorenzo ha nel suo dna, anche come visione e progetto artistico. Non mi stupirebbe però vederlo valicare i confini della sua fanbase, perché sono sicuro che questo suo disco piacerà anche a chi non ascolta rap. La forza del tutto sta nel non rinnegare quel mondo, nonostante lui ci si senta stretto. In fondo, per chiudere il ragionamento, trovo diversi punti in comune tra i due: per esempio, Ghemon ha una presenza scenica pazzesca e una enorme capacità di comunicazione. Anche in questo Jova è un maestro.

 

Passiamo oltre e proviamo a guardare un po’ indietro nel tempo: ci sono nel tuo passato esperienze che non rifaresti, di cui ti penti?

Nessuna, veramente nessuna. Lo dico in tutta sincerità e senza retorica, ho fatto sicuramente alcuni errori e sbagli, ma li considero tutti un enorme insegnamento. E se dovessi scegliere, non escluderei mai proprio gli errori fatti, perché grazie a questi ho avuto modo di crescere e migliorare. Non fa piacere ma è fondamentale sbagliare per andare avanti. Dal punto di vista umano è sempre difficile vivere una professione che catalizza anche tutta la tua passione: da un lato è una fortuna enorme e impareggiabile, dall’altro si porta dietro una serie di rischi, perché non sei mai in grado di staccare la spina. In fondo a tutto c’è però la convinzione che questa è l’unica che voglio fare, senza mezzi termini.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

A differenza di molti, che mischiano esperienza live e vita da studio, io mi sono reso conto che mi piace fare i dischi. E lo faccio qualsiasi cosa la situazione richieda. Se c’è un bel disco da fare, non mi tiro mai indietro e trovo sempre il mio ruolo, che sia come produttore, ma anche fonico o responsabile del missaggio. Mi piace vivere insieme agli artisti questo loro momento così intimo e vissuto…penso a gente come Vasco Brondi, gli Afterhours o lo stesso Ghemon. Per questi artisti i dischi sono come figli, che tu aiuti a far nascere e poi a far crescere. Mi capita ultimamente di pensare che dopo tutta questa intensità e dopo aver passato mesi fianco a fianco, quando il disco è pronto ti perdi di vista per tanto tempo. Fa un po’ male, ti dico la verità, perché ti senti completamente svuotato.

Immagino che tu sia ora nella condizione di poter scegliere i dischi sui cui lavorare: ti capita spesso di dover dire no a una proposta?

Ricevo tante richieste, ma mai così lontane dal mio mood. Se c’è intenzione reciproca e volontà, riesco a portare a casa un disco comunque. Cercando gli incastri giusti, si trova la soluzione quasi sempre...a volte ci rendiamo conto che io posso fare anche solo una piccola parte nel progetto. Difficile dica no, se penso di sentirmi a mio agio.

Quindi non te la meni per niente?

Solo in un caso, ovvero se mi accorgo che le richieste arrivano un po’ random, dove è evidente il copia e incolla, alla ricerca di una porta aperta. Io non sono un talent scout, non sono in attesa di talenti da produrre e lanciare, non sono la persona giusta per ricevere demo e proposte di collaborazione da artisti emergenti. Io sono solo in cerca di buoni dischi da produrre.

Avrai qualche sogno nel cassetto…

Sempre. L’altro giorno ascoltavo il disco di Damon Albarn e ho pensato a quanto mi piacerebbe lavorare con lui. Quando ascolto un disco e riconosco una metodologia di lavoro diversa dalla mia, penso che mi piacerebbe partecipare, per allargare la mia visuale. Nella mia wishlist c’è il progetto di un musicista italiano che seguo da molto tempo che forse un giorno si concretizzerà insieme, il suo nome è Dumbo Gets Mad.

Guarda: Dumbo Gets Mad- Radical Leap

Ti immagini altri sconfinamenti di genere o navigherai sempre in orbita rock e dintorni?

Me li auguro, e un po’ ora li sto cercando volontariamente. Sono stato un b-boy da ragazzo e vengo da quella scuola; poi mi sono ritrovato a 20 anni a lavorare come assistente alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, dove si masticava tutt’altra musica e qui ho capito che la mia strada sarebbe stata diversa e lontana dal rap. Se vuoi altri nomi di artisti che mi piacciono in questo momento, penso a Elephant 9 e Lily Allen, due cose molto diverse fra loro.

C’è un’esperienza nel tuo curriculum diversa dalle altre: quella vissuta con i Calibro 35, la tua band, anche se non sei mai salito sul palco.

E’ davvero diversissima, perché qui mi sento parte del tutto. L’idea di formare la band è nata da me, anche se non sono fisicamente on stage. Nella mia vita da b-boy ho scoperto le colonne sonore come fonte inesauribile di campioni e di qui ho iniziato ad amarle e collezionarne i dischi. Mi piacciono per tanti motivi, soprattutto perché rappresentano davvero un’ estetica tutta italiana. I Calibro sono nati per dare sfogo a questa passione e per riempire un vuoto: mancava qualcuno che rendesse davvero omaggio alle colonne sonore italiane dei ’70, senza scadere nel banale rifacimento da cover band. Dopo anni, posso dire con fierezza che siamo stati molto bravi, perché siamo abbiamo costruito subito una identità nostra, riconosciuta e apprezzata ovunque nel mondo, e perché forse -a differenza di altri- questa musica l’abbiamo studiata nel profondo. Siamo italiani, sappiamo fare questo e lo facciamo con orgoglio.

Guarda: Calibro 35 - Giulia Mon Amour

Oltre alla musica, quali sono le altre tue fonti di ispirazione?

Il mio lavoro si alimenta moltissimo di processi di comunicazione, che puoi vedere applicati tanto alla musica quanto -anche se in modo diverso- alla street art, al cinema, al design e alla letteratura. Quando mi relaziono con altre forme di arte di cui non conosco bene i meccanismi produttivi, allora scatta in me qualcosa di più istintivo e naturale, perché le sensazioni e le reazioni che genera mi trasferiscono qualcosa che si sedimenta e costruisce fonti sempre nuove di ispirazione. Con la musica è diverso: ne ascolto tanta e non potrei farne a meno, ma conoscendone tutti i trucchi, la sua magia su di me ha meno effetto.

Mimmi Maselli

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