Recensione del quinto: Run The Jewels, "RTJ3"

Tutto bello, tutto perfetto, tutto potente. Ma: c'è qualcosa che non torna? Ecco un'ipotesi
Run The Jewels third album
Run The Jewels, atto terzo
di Damir Ivic

PRIMO
La sensazione è strana. È agrodolce.

SECONDO
Perché sì: noi tutti vogliamo semplicemente amare Run The Jewels, vogliamo amare il piglio senza compromessi di El-P e Killer Mike, vogliamo stare dalla parte del loro fiero rifiuto del rap “addomesticato”, ovvero del rap semplificato, sterilizzato e involgarito a uso e consumo delle classifiche. Vogliamo amare poi il modo di costruire le basi di El-P: tastieroni sì ma zero mode, bassi profondi sì ma zero paraculate, dove le rifrazioni trap sono in realtà citazioni electro taglienti e devastanti, dove gli accenni melodici sono una parentesi camo tra le parole “spacco” e “tutto”. Oh se vogliamo tutto questo.

TERZO
Ci sarebbe poi da aggiungere che “RTJ3” è probabilmente il disco stilisticamente più maturo del duo (ve lo recuperate aggratis sul loro sito): lo è nel flow del rap, perché l’interplay fra i due raggiunge delle vette notevoli, sfiorando la perfezione negli incastri e nel “passarsi la palla”. Lo è nella musica, perché invece di spingere l’acceleratore sul pedale dell’apocalisse sonica rumorosa: sarebbe stata una scelta anche facile e di comodo, no? C’è più varietà, cantabilità, c’è per certi versi perfino più “swing”, senza peraltro rinunciare a nulla di ciò che è inscritto nel DNA del progetto fin dalla sua fondazione.

QUARTO
Eppure qualcosa non torna. “RTJ3” è un disco di cui non puoi che parlar bene: gli elementi a prima vista stanno tutti al loro posto. Eppure, eppure.

QUINTO
Forse è perché dal punto di vista lirico la faccenda inizia a mostrare qualche piccolo, secondario limite. Non certo nell’inventività: è pieno di immagini acrobatiche, di rime scoppiettanti, di punchlines che non fanno sconti. L’impressione è che questo sia di gran lunga il disco più autocompiaciuto dei due: siamo bravi, siamo intelligenti, siamo incazzati perché se uno è intelligente allora è incazzato per forza per come vanno le cose nel mondo, quindi cosa ci puoi dire. Va bene che nell’hip hop il lodarsi e l’autoesaltazione sono elementi imprescindibili, che fanno parte della storia e dell’anima del genere al 100%, però insomma, forse nei nostri sogni da Run The Jewels ci si aspettava quel passo in più, quella capacità di sorprendere che per esempio ha avuto Kendrick Lamar (ovviamente, in altre forme e altri modi). Non ci sono, invece. Azzerata ogni velleità in tal senso. È una continua conferma di quanto Killer Mike ed El-P siano (sempre più) bravi, di quanto la loro musica sia (sempre più) fatta bene, di quanto le loro rime siano (sempre più) urticanti. Ci basta? Razionalmente sì. Ma ammettiamo che ci aspettavamo qualcosa in più. E visto che questo qualcosa in più non c’è, si fa strada l’opinione che qua si sia al cospetto di due tizi sì bravissimi, ma non dei fuoriclasse che cambieranno le regole del gioco. Due campioni nel predicare ai convertiti, a quelli della loro stessa parrocchia. Oh, noi siamo della loro parrocchia. Ma c’avrebbe fatto piacere vedere qualche faccia nuova, qualcuno che pensa che Drake sia il non plus ultra ma improvvisamente scopre che c’è dell’altro ed è ancora più ganzo. Ci guardiamo attorno e, sorry, non c’è. Bravi, belli, valorosi fin che vuoi, ma siamo sempre solo noi, le solite facce. Peccato.

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