Lontano dall'isola

Quali sono i nomi del grime internazionale?
Tokyo Grime
Tokyo Grime © Yoko Ching / via Double Clapperz Instagram
di Francesco Abazia

Lo scorso anno durante un'intervista al Guardian, Chris Price - l’uomo a capo di tutto il dipartimento musicale della BBC 1 - aveva detto che il grime sarebbe potuto diventare il più grande export culturale inglese degli ultimi anni: «È come se gli occhi di tutto il mondo fossero puntati su di noi adesso». Price aveva ovviamente ragione e quasi un anno dopo il grime si può a ragione considerare un vero e proprio fenomeno globale, che ha cominciato a mettere radici anche fuori dai sobborghi londinesi. Vero è, però, che il fenomeno resta fortemente ancorato alle sue radici geografiche da una parte e linguistiche e culturali dall’altra. Una parte del fascino del grime sta nella musicalità dell’elegante accento inglese che contrasta la violenza degli spit, del “rough sound” e della attitudine da strada del grime. Ma tutti questi elementi, così naturalmente radicati nel background UK, sono replicabili da altre culture? Può il grime essere plasmato di nazione in nazione senza perdere di credibilità e impatto?

A giudicare dalla diffusione del fenomeno sembrerebbe di sì. Negli ultimi tempi infatti, si è moltiplicato il numero di artisti che ha provato a “fare grime”, non solo in Europa, ma nel resto del mondo. La scena giapponese, quella russa, fino ad arrivare a quella italiana. Abbiamo provato a fare il punto su quello che il “global grime” (dal nome di una attenta pagina Facebook molto aggiornata sul tema) propone oggi. Lo abbiamo fatto partendo dall’Italia e facendoci raccontare da due delle realtà di grime italiano più interessanti la loro versione della storia, come insomma, il grime può trovare terreno fertile in contesti sociali anche molto distanti da quello inglese.

Stabber & Rasty Kilo

Produttore dalla lunga carriera, Stabber da qualche anno ha cominciato a mettere l’Italia sulla mappa del grime mondiale insieme a Rasty Kilo. Il duo può essere considerato il portabandiera nostrano nella scena grime, una scena che in Italia tuttavia fatica a decollare. Quando chiedo quale valore aggiunto potrebbe dare l’Italia al grime, Stabber mi dice che «l’Italia è un Paese ricco di musicisti di talento noti anche all’estero e rapper di livello capaci di aggiungere un tassello al grande mosaico di quello che possiamo definire un genere, non più di nicchia ma sempre in costante ascesa nel panorama musicale mondiale. Dal canto mio sarei felice di vedere sempre più persone fare grime, così da poter creare una “scena” vera capace di stimolare una sana competizione e innalzare questa musica al livello di attenzione che merita».

Come giustamente nota Stabber la presenza di un nocciolo duro è fondamentale perché qualcosa possa espandersi e crescere anche in ambienti diversi da quello UK. Anzi, per Stabber quella geografica non è affatto una limitazione: «Io credo che nessun genere musicale sia necessariamente limitato al luogo in cui è stato ideato, se così fosse la musica rap non sarebbe al primo posto delle classifiche in ogni Paese del mondo ma solo negli States. Molti dei generi nati a Londra sono così unici proprio perché nascono in un contesto pieno di sapori provenienti da altri Paesi: il grime stesso incorpora elementi provenienti da vari generi a loro volta influenzati da altro, questo per dire che non si “decide” di fare musica ma la si fa e basta. Esistono artisti grime in tutto il mondo: moltissimi produttori grime ad altissimi livelli non sono inglesi».
Si può fare grime insomma anche in Italia, ma serve che un numero maggiore numero di artisti cominci a farlo.

Yodaman

Tra questi c’è sicuramente il napoletano Yodaman, che nei mesi scorsi ha fatto vedere di essere pronto a prendersi un posto di rilievo in questa scena. Sul perché ha cominciato a fare grime: «Sono cresciuto nella periferia Nord-Ovest di Napoli, dove è veramente molto facile alienarsi e scivolare in giri strani; pochi amici, circondati dal cemento vivo dell’abusivismo edilizio e il nulla totale. Supermarket, bar, pizzerie, pompe di benzina, palazzoni, strade rotte, pioggia, sole e passività. 

Secondo me il linguaggio e i sentimenti di chi vive ai margini di una grossa metropoli sono gli stessi, cambia solo l’impronta culturale e di conseguenza la musica con cui cresci.
Loro hanno i giamaicani con il Reggae/Dub e noi i neomelodici e la canzone popolare italiana.

 

Forse era il 2004/2005 quando ero in un negozio di dischi a Napoli a fare digging con un mio amico ed è saltato fuori “Boy In Da Corner” di Dizzee, la grafica molto innovativa per quegli anni ci colpi subito, noi eravamo cacciatori di rap sperimentale e quel disco catturò tutta la nostra attenzione in un secondo.
Quando partì “I Luv U” dicemmo:”Che cazzo è sta roba assurda? malatissima, compriamolo!”.
Il colpo di grazia l’ho avuto nel 2009 quando andai a trovare degli amici a Brixton in South London, mi fecero ascoltare “London Zoo” di The Bug e pezzi come “Skeng” e “Jah War” con Flowdan mi mandarono fuori di testa. Posso dirti però che Wiley è stato quello che in maniera definitiva mi ha spinto a lanciarmi in questa cultura musicale attivamente, provando subito a scrivere su riddim storiche come “Eskimo”.

Anche se per ora ha rappato prevalentemente su strumentali grime molto conosciute (quelle di Skepta e Stormzy per esempio), quello di Yodaman è un sound già abbastanza maturo che ha dimostrato come il napoletano si sposi perfettamente con le metriche grime e con l’attitudine “ruvida” (come definita anche da Stabber) del genere. “Tokyo Drift Freestyle” ne è la controprova: attitudine e tempi giusti per un prodotto che maturando ancora potrà ritagliarsi una parte importante in questa evoluzione. Sul valore aggiunto che il grime italiano - o comunque nelle sue sfumature locali - può dare al genere, Yodaman ha le idee molto chiare: «Altro aspetto del nostro paese è l’influente storia criminale: gli infiniti riferimenti ai codici d’onore e la “street life” della criminalità organizzata contemporanea e non (vedi “Chi More Pe’ mme” dei Co’Sang rapportato all’Hip Hop, poesia cruda!) sicuramente non sono da sottovalutare come elementi aggiuntivi.
Per quanto riguarda il sound, invece, inserire campionamenti di musica tradizionale italiana nei beat Grime, potrebbero dargli un sapore e uno stile nostrano inconfondibile; mi viene in mente lo storico gruppo La Famiglia che è riuscito a creare una perfetta mistura tra suono classico americano e tradizione partenopea senza scadere nel “pacchiano”».

Think'd

Think’d ha cominciato a interessarsi al grime già a metà anni 2000, coltivando poi la passione anche grazie al suo programma radio “Safe”, in onda ogni venerdì su www.giocondaradio.com, e sul quale passa prevalentemente bass music: «Seguo i suoni UK da anni e ricordo di aver fatto una puntata radio con playlist interamente grime già nel 2009, e ancora prima (2004 circa) fui folgorato da quello squilibrato di Dizzee con “Boy In Da Corner”, e continuato con The Streets, Wiley, Lady Sovereign. Quindi mi è (stato) molto più naturale di quel che può sembrare. Al tempo stesso sono sempre stato ossessionato dal fare roba diversa dagli altri, soprattutto diversa dal suono che va in quel momento e con grime e dubstep è stato così già da fine 2009 inizio 2010, ascoltando quei flow veloci, spezzati e straparticolari. Mi creava e crea tuttora stimolo rispetto al “classico” rap e inoltre c’è una componente di hardcore e spitting che trovi in poche produzioni hip hop. Ora che tutti hanno scoperto Skepta grazie a Drake e Stormzy e allo United, il grime mi risulta quasi vecchio (parliamo comunque di un suono nato a inizio anni 2000) e vorrei già cercare di andare oltre, oppure proverò a scrivere qualcosa sul gqom (!)».

Con Think’d affrontiamo anche un altro dei temi fondamentali quando si parla di grime: il dialetto. Se nei testi di Skepta e Co. si riesce a distinguere l’accento di South London da quello di Manchester, in Italia questa componente può essere ancora più accentuata, e offrire quel plus in più. Su questo Think’d mi dice: «L'estate scorsa ero al telefono con Leonard P della NUMA Crew e non appena gli proposi di ri-scrivere e mandargli un ascolto di una strofa in italiano piuttosto che in dialetto per facilitare la comprensione del testo (parlando sempre di strumentali grime obviously), fu estremamente fermo nell’incoraggiarmi invece a continuare a spingere il dialetto come mezzo comunicativo, proprio perché caratteristico della nostra terra, effettivamente differente come forma rispetto agli slang UK stessi, che magari variano da Londra a Bristol a Blackpool (non una città a caso), ma che alla fine sempre lingua inglese sono, cosa che invece nei vari dialetti italiani nella maggior parte dei casi viene totalmente stravolta».

Pakin

Oltre l’Italia invece? Uno dei Paesi dove la scena grime è più sviluppata (per il semplice fatto di aver cominciato prima) è il Giappone. E uno dei nomi più grossi di quella scena è quello di Pakin. In una intervista del 2014 a Noisey, Pakin rivela di essersi avvicinato al grime nel 2004 (o UK rap come lo chiama lui) tramite BMR, rivista di genere che indagava un po’ sulle sonorità rap che arrivavano da tutto il mondo, affascinato dalla commistione di generi da cui il grime prende fondamento. Inoltre, sempre in quella intervista Pakin evidenzia un punto interessante sul grime (ma anche rap) giapponese: mentre in UK (e di riflesso negli USA per il rap) gli artisti arrivano spesso dalle periferie e dai ceti più poveri della società, in Giappone la situazione è completamente differente: un po’ per via del tessuto sociale, un po’ per “colpa” della condizione del grime di “musica importata”, che di conseguenza ha bisogno di una certa dose di conoscenza per arrivare e diffondersi.

Double Clapperz

Un’altra delle caratteristiche del grime giapponese è la maggior attenzione e focalizzazione sui DJ rispetto agli MC. Vuoi per la barriera linguistica, vuoi per la maggior esportabilità all’estero, le maggiori occasioni per il grime giapponese arrivano dal lavoro dei DJ e producer. Grazie a questo tipo di lavoro i Double Clapperz stanno emergendo come una delle realtà più interessanti del panorama giapponese, riuscendo a esportare il loro suono su Londra e l’Inghilterra. Il duo ha recentemente rilasciato una lunga intervista ad Astral Plane in cui si sottolineava come i social network, in particolare Twitter, siano stati di fondamentale aiuto per la diffusione del genere, insieme alle web radio, dato che il mainstream è reticente ad accettarlo.

 

REDO

È piuttosto complesso trovare informazioni autorevoli e comprensibili su REDO, probabilmente il più conosciuto e forte MC grime di tutta la Russia. Su Youtube ci sono diversi video delle sue “battle”, quei “Russian Grime Clash” che attirano le view dei curiosi più che di veri e propri appassionati. Stando però a quanto pubblicato dallo stesso REDO su VK (una sorta di Facebook piuttosto popolare in Russia), REDO ha scoperto il grime durante un periodo della sua vita passato a Manchester con la sua famiglia. Dopo aver fatto mille esperienze di vita e lavori diversi ha deciso di formare con Obladaet il “Russian Grime”, una piccola crew con l’obiettivo di far conoscere quel genere musicale nel Paese. Più complesso ancora che trovare informazioni su REDO è riuscire a valutare la sua musica, così diversa dai canoni occidentali a cui siamo abituati, non solo per metriche ma anche per flow. Se però un giorno dovreste sentir parlare del Russian Grime sappiate che il merito sarà soprattutto suo.

Webb Shels & Nerve

La questione dell’accento si fa più spinosa quando si arriva a parlare di altri Paesi anglofoni che però con l’accento UK hanno poco o nulla a che spartire. Stiamo parlando dell’Australia, Paese a volte deriso dagli americani per l’accento dei suoi abitanti e che pure da parecchi anni produce l’elite dell’elettronica mondiale. Due nomi? Chet Faker e Flume. Venendo al grime però, “l’aussie grime”, i due nomi da tenere d’occhio sono quelli di Webb Shels e di Nerve, che spittano molto spesso in coppia su tipiche strumentali grime e un immaginario che prende più di qualche spunto dai “cugini” inglesi. Sono parecchio acerbi, ma con un grosso (e soprattutto vasto) potenziale.

Hojer Oye

Come abbiamo più volte detto il grime nasce dall’unione di mille stili, influenze e culture diverse. Una di queste è quella dub jamaicana che nelle periferie di Londra si andava a mescolare a chissà quanti altri stili. Non è allora difficile capire come Benny Jemz il grime ce l’abbia un po’ nel sangue. Jamaicano di origini, ma danese di nascita, Benny vive costantemente una doppia realtà: quella di producer e MC in lingua inglese, col nome appunto di Benny, e quella di Hojer Oye, quando rappa in danese. È qui che sta da qualche anno – in netto anticipo rispetto a tanti altri Paesi europei – e sta cercando di esportare quel suono che pure ha parecchio ammorbidito rispetto agli standard UK e contaminato con elementi elettronici

Perfect Hand Crew

Una delle forme più “nuove” di grime viene invece dalla Francia. È quella realizzata dai Perfect Hand Crew, trio francese di Montpellier che è riuscito, con successo e da qualche anno, a mescolare la metrica e il suono grime con contenuti abbastanza distanti da quelli UK. In parziale controtendenza con il tanto stereotipato orgoglio francese il trio ha deciso di non snaturare troppo il grime e di rappare quindi in inglese. I volumi del grime francese sono molto smorzati dal fagocitante successo della trap, ma per temi e sonorità i PHC possono certamente ambire a un posto di maggior rilievo nel panorama nazionale aiutati dalla lingua internazionale.

Shogun

Probabilmente Shogun non dovrebbe neanche essere in questa lista. Fino a prova contraria la Scozia è parte del Regno Unito, nonostante le mille promesse di referendum e le tensioni post-Brexit. Eppure se tutte quelle cose esistono è perché figlie di un retaggio culturale che non si può ignorare. Quel retaggio arriva anche e soprattutto da città come Paisley, pochi km fuori Glasgow, una di quei luoghi che brulica di puro orgoglio scozzese. Da questo piccolo centro arriva il nuovo volto del grime scozzeze, che in pochi mesi – e caricando semplicemente le sue tracce su Soundcloud e i video su Youtube – è diventato il nuovo artista di culto del grime: Shogun. Fine liricista, attitudine da teenager senza troppa voglia, Shogun ha espresso il meglio di sé in “Vulcan”, rilasciata quest’estate e che a oggi conta più di 2 milioni di view. Il futuro del grime passa da qui, c’è da vedere se di quello UK o internazionale. Ma questo non saremo noi a deciderlo.

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