Musicmakers: Rocco Civitelli, agitatore turbofunk

Ha messo a soqquadro le notti milanesi con Body Heat e ora prepara un disco
Rocco Civitelli, producer e dj di Body Heat
Rocco Civitelli, leader della gang Body Heat © Ludidax
di Mimmi Maselli

La musica è un gioco, ma anche passione, sudore e costa tanta fatica farne una professione. Rocco Civitelli si nutre di questo e si infuoca quando parla di Body Heat, l'ultima creatura nata dalle ceneri della mitica crew Reset!. Azzerare e ripartire, così ha dovuto fare, con la coscienza di aver dato già tanto, ma con l'umiltà di chi sa rimboccarsi le maniche e rimettersi al lavoro a macinare groove sulla pista e scolpire beat in studio. Immaginando per il futuro della propria band (che è anche un'etichetta discografica, una serata che spacca e molto altro ancora) qualcosa di grandioso e di accessibile a tanti. La musica è un gioco, ma va trattata con amore. Su questo non si scherza. Abbiamo chiacchierato di questi temi e tanto altro, a casa di Rocco, davanti a un bel piatto di paccheri con carciofi e guanciale preparato da lui, bevendoci pure un buon bicchiere di vino. Rosso, ovviamente.

Raccontaci qualcosa su ispirazioni, casualità, incontri e figure di riferimento che ti hanno fatto entrare in questo magico mondo.

«Tutto è nato dall'influenza di mio fratello maggiore (Alessandro, il famoso producer Fritz Da Cat, ndr) che ho iniziato a imitare un po' a casaccio, quando lui bazzicava la scena hip hop. Appena entrato nel giro ho tentato invano di rappare ma poi ho messo subito da parte il microfono e mi sono concentrato sui dischi, che compravo massicciamente, realizzando che ero rapito dalla musica e non dai testi, anche perchè non li capivo. Guardando i canali TV musicali dell'epoca ho visto alcuni dj che facevano cutting e scratch: così ho realizzato che volevo fare quello. Mi sono sbattuto a lavorare come giardiniere un'intera estate, per potermi comprare i piatti e il mixer e così è cominciata la mia lunga e proficua carriera come dj».

Suonavi già nei club o mettevi dischi in cameretta?

«Prevalentemente a casa, ma ricordo molto lucidamente i miei primi set la domenica pomeriggio all'Indian Cafè, un club milanese abbastanza iconico per tutta la scena hip hop locale».

La cultura hip hop abbraccia storicamente molte discipline ed è quasi impossibile, soprattutto quando la si incontra da giovani, non farsi fagocitare e prendere anche da altre esperienze artistiche: cosa ricordi di quegli anni e cosa ti ha insegnato quell'esperienza?

«Sono molto legato a quel periodo perchè l'ho vissuto in maniera intensa, quasi totalizzante. Avevo sempre dietro pennarelli e bombolette e andavo in giro a disegnare con i miei amici. Riguardando ora quelle immagini ero davvero un pischello, però avevo un bel tratto. Il writing mi ha rapito talmente tanto che in quegli anni ho addirittura smesso di fare il dj».

Da queste esperienze e da quella scena così chiusa spesso su sè stessa, come sei arrivato a fondare Reset!?

«Una serie di passaggi naturali e di alchimie varie create tra me e altri dj e produttori, con i quali abbiamo messo in piedi quel progetto. La crew era una rappresentazione del nostro desiderio di condividere musica e divertimento con tante altre persone, al centro c'era quello. Da qui si sono sviluppate le serate a marchio Reset!, i dj set e poi le produzioni».

La chiave del successo di Reset! va ricercata nell'essere riusciti a creare un'atmosfera unica nei vostri party, mischiando stile e divertimento, con una matrice musicale sempre molto riconoscibile. 

«Non è stato difficile perchè la componente creativa e compositiva già si stava sviluppando in concomitanza con gli eventi. Abbiamo soltanto spinto ancora più in là questa propensione naturale, fondendo i due generi che più ci rappresentavano musicalmente: la fidget ed electro house con la disco di matrice french touch. Il risultato è quel turbo funk che ancora oggi porto avanti con fierezza grazie al progetto Body Heat».

Quale statement guida le sorti di questa nuova avventura?

«Per me Body Heat è la naturale continuazione di quanto fatto con Reset! Si tratta di musica da club energetica ma non tamarra, di classe ma con le palle. Trovo che questa sia ancora un'idea molto nostra, super coerente e decisamente riconoscibile nel panorama locale. Un funk che si è ammorbidito con il tempo, ma che ancora ha una certa cazzimma».

Non è solo l'ennesima scusa per fare casino, sfondarsi nel weekend e rimorchiare, giusto? 

«C'è una filosofia molto ragionata dietro a Body Heat: diffondere buona musica e restituire valore all'aspetto umano della produzione musicale, allontanandosi dalla dance fatta solo di laptop, sequencer e software. Body Heat vuole unire la musica live e la cultura da club, facendo comunicare questi mondi il meglio possibile. Mi piacerebbe anche trasferire qualche input positivo ai più giovani, comunicando il valore di fare davvero qualcosa che piace e in cui si crede, senza assecondare a tutti i costi i trend del momento e i feedback che ci arrivano dai social media. Dobbiamo costruire un percorso di lungo termine e vorrei ci allontanassimo finalmente dall'idea sbagliata che si deve avere successo subito, senza pazienza e senza spirito di sacrificio».

La baracca si mantiene o si campa di sogni? 

«Il modello di business è chiaro ed è mutuato dall'esperienza precedente, perchè Body Heat era già nata come etichetta discografica in seno a Reset!. Poi abbiamo sviluppato il filone delle feste per dare spazio e visibiltà agli artisti della label, mischiando musica live e dj set. C'è infine un progetto collettivo di lungo termine, ovvero uno spettacolo, che stiamo costruendo attraverso queste piccole tappe intermedie. Stiamo producendo un disco di cui è uscito il primo singolo con Tormento, e ora l'attenzione e le energie sono focalizzate lì. L'etichetta va bene, con tante release di successo sui dancefloor mondiali, come The Vibe di J Paul Getto o il nuovo Ep di Cats Hero».  

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