Enzo Dong, più forte di tutto

Intervista al rapper napoletano, naturale proseguimento di una tradizione leggendaria
Italia 1
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di Francesco Abazia

La prima volta che ascolti un pezzo di Enzo Dong non sai mai come reagire. Vieni sopraffatto dalla spontaneità dei suoi versi, da quel modo del tutto naturale con il quale sputa fuori fatti, battute, rime. Enzo Dong, dal Rione Don Guanella, periferia celebre e oramai quasi hollywoodiana di Napoli, ha un modo di fare rap che è solo suono nel bene o nel male. Se il mondo lo ha conosciuto dopo “Secondigliano Regna”, Enzo un nome se l’era fatto già da qualche anno. “Che guard’ a fa” prima, “Sott’ ‘e bas’” poi, avevano tarato la cifra stilistica di uno dei rapper più promettenti della sua ondata italiana, quella di Sfera, di Ghali, Rkomi, Tedua e via discorrendo. Tra questi Enzo è l’unico del Sud, l’unico napoletano, l’unico a non aver avuto fino a oggi nessun contatto diretto con una major o con una grande etichetta. Enzo resta attaccato al suo Rione, alla sua squadra, composta da Johnny Dama in primis, dal suo manager, e che ha visto protagonisti anche Da Blonde e D-Ross, leggenda della musica napoletana a 360 gradi (recentemente su queste pagine).

È da diverso tempo che seguo Enzo nelle sue uscite – la prima volta che è comparso su RedBull.com risale oramai a due anni fa – scioccato dall’impatto veemente che “Sott’ ‘e bas” («una traccia registrata quando mio padre tornò in Italia da Santo Domingo e non trovò più i risparmi di una vita», ha raccontato Enzo), dal suo stile “parallelo” che non ha termini di paragone o almeno non ne ha oggi. Trovo sia piuttosto difficile comprendere appieno la poetica di Enzo Dong («Dong come il mio Rione, Don Guanella, ma anche come Dove Ognuno Nasce Giudicato») senza aver mai visto l’ambiente in cui è nato, senza conoscerne le dinamiche, o senza conoscere Napoli e il loro modo di vivere. È un po’ quello che succedeva con i Co’ Sang che tutta Italia cantava, ma che nessuno aveva il coraggio e forse neanche la voglia di vedere cosa stessero vivendo per davvero.

Ma da qualche tempo, specialmente dopo l’incredibile successo di “Higuain”, tutti quanti conoscono Enzo Dong, tutti ne cantano i pezzi dopo che tutti lo avevano visto recitare in “Gomorra 2” e urlare arrabbiato “Secondigliano Regna”. Non è mai totalmente possibile descrivere Enzo Dong e forse non lo è perché non è semplice aver a che fare con un “prodotto” che prodotto non è, ma è voglia di farcela in ogni modo, intuizione e istinto di sovravvienza. C’è un vecchio detto napoletano che dice “fattell’ cu chi è megl’ ‘e te, e facc’ a spes’”. Cerca di apprendere da tutti il meglio, circondati di ogni cosa buona che trovi nella tua vita e traine ispirazione. Enzo Dong ha cominciato a fare rap con dei suoi amici di Piscinola, ha conosciuto poi il rap, poi Franco Ricciardi e piano piano ha cominciato a dare sfogo alle sue visioni, a recitare la parte di se stesso nei suoi video e a impressionare il mondo. Ci abbiamo parlato poco dopo l’uscita di “Italia 1” – che macina visite e commento su Youtube – per farci raccontare la sua vita adesso, la sua vita prima e cosa diamine è successo negli studi di Italia 1. Sempre con la suoneria dell’iPhone nella testa. 

Ci racconti chi è davvero Enzo e da dove viene?

Sono contento di quello che sta succedendo in questi ultimi mesi, le persone iniziano a capire che sono davvero quello che mostro e non quello che vorrei essere. Io vengo da "Secondigliano Regna" e da bambino ho fatto diverse esperienze, come credo che ogni bambino dovrebbe fare. I pomeriggi li passavo in quartiere emulando il mito del criminale, facendo quindi solo sciocchezze. Si sa che ogni bambino ha il suo eroe e io semplicemente avevo quelli sbagliati. Ringraziando Dio avevo una grande passione per l'arte a 360 gradi che mi ha portato altrove con la curiosità di creare qualcosa che si identificasse la mia vera natura. Il mio primo sogno è stato quello di fare il calciatore, poi mi piaceva disegnare e infine – più per istinto - scrivevo testi emulando i cantautori italiani. Un giorno ho scoperto il rap, una disciplina che si avvicinava molto alla mia realtà periferica e da lì ho capito qual era il percorso che volevo seguire e che ancora oggi sto seguendo.

Nella storia del rap napoletano ci sono state due “scuole” abbastanza diverse tra di loro: da una parte il rap della Famiglia, dei Sangue Mostro, dall’altra quello della periferia e in particolare dei Co’ Sang. Tu a quale guardavi di più?

Ovviamente a quella dei Co'Sang, l'altra parte del rap napoletano mi piaceva ma non riusciva a comunicarmi ciò che io vivevo e quindi semplicemente non mi ci sono affezionato molto. Le storie dei Co'Sang erano le storie che vedevo e potevo toccare con mano ogni giorno uscendo di casa. Inoltre, loro vivevano in un quartiere vicinissimo al mio e così abbiamo avuto modo di conoscerci. Questo mi ha permesso di passare alcuni anni della mia gavetta musicale (se così si può chiamare) insieme a loro.

In uno dei tuoi pezzi dicevi “pur’ a voce ro’ mercat’ m’ha condizionat’, Maria Nazionale manc’ fosse Schubert”. Quella della musica neomelodica napoletana è una tradizione che troppo spesso viene considerata di Serie B, quando invece condiziona tantissimo le vite di tutti quelli che vengono da Napoli. Quanto ha influito il neomelodico nella tua formazione musicale?

La musica neomelodica è un altro pilastro importante per chi viene dalle strade di Napoli. Anche se non ti piace il genere conosci per forza i pezzi. Io vivo nel posto dove ogni settimana c'è il mercato rionale e oggi così come tanti anni fa la musica neomelodica è stata la colonna sonora della mia vita. Quindi ti condiziona, anche nella musica che fai, proprio come racconto nel verso della mia canzone "Oi Ma".

Negli ultimi anni tu, Sfera, la Dark, avete creato un gruppo importante che, facendo leva solo su se stesso, sta portando il rap italiano a numeri importantissimi: qual è il tuo rapporto con gli altri rapper napoletani, specialmente con quelli della tua generazione?

Io, Sfera, la Dark, Tedua e gli altri ci siamo legati in primis per una questione empatica, poi è subentrato il fattore musicale. Quindi siamo diventati amici per il puro e semplice fatto che ci siamo sempre trovati bene insieme. Poi la musica ha iniziato a collegare i pezzi ed è fondamentale che sia così perché stiamo creando ciò che sarà il vero e proprio "nuovo filone musicale" dei prossimi anni. Secondo me siamo solo all’inizio. C'è tanto da fare e molto da dimostrare, io in particolare sento di dover dare tanto alle persone che mi seguono. Per quanto riguarda gli altri rapper napoletani uno dei miei fratelli è Clementino, con cui sta per arrivare una traccia insieme intitolata "E Strad Song e Nostre", Luche invece non lo vedo da molto tempo dato che lui è su a Londra, mentre con gli altri nulla di che, non ci frequentiamo neanche.

Nei tuoi lavori è sempre presente il tocco di Johnny Dama, che sia alla produzione o alla regia. Come vi siete conosciuti?

Il grande Johnny Dama, uno dei miei amici più grandi, ci conosciamo da molto tempo e mi ha sopportato per tanto tempo. Io e Johnny abbiamo fatto quasi tutto insieme e molte influenze ce le siamo scambiate a vicenda e in questo modo ognuno ha compensato l'altro. Già da uno dei primi pezzi, "Impero", Johnny ha curato sia il beat sia il video del brano, così come è successo ora come nell'ultimo singolo "Italia Uno", insieme a Ceru. Abbiamo dei lavori in cantiere io e Johnny che non vi immaginate neanche, non vedo l'ora di mostrarveli.

Quanto ti ha cambiato la vita “Higuain”?

Diciamo che quel pezzo ha aperto tante porte e mi ha indirizzato sulla strada giusta. Ma la mia vita ancora non è cambiata.

Fin dai tempi di “Che guard’ a fa?” sei sempre stato considerato un rapper “di rottura”. Ti ha mai dato fastidio questa etichetta?

Sono fiero e orgoglioso di essere definito in tal modo, anche perché per fare la storia e rimanere nei ricordi di tutti in questo gioco bisogna rompere le regole e soprattutto rompere e basta.

Cos’è successo a Italia 1 che ti ha spinto a scrivere quel pezzo? 

Tutto inizia con il singolo "Higuain" che raccontava di quanto io fossi felice se a morire d'invidia fossero stati i traditori che nella mia vita mi avevano pugnalato alle spalle. Il tutto era raccontato attraverso una metafora che giocava sull'abbandono dell'ex giocatore del Napoli che andò alla Juve. Da lì tutti i giornali hanno cominciato ad attaccarmi sbraitando come io stessi augurando la morte al giocatore stesso. Le persone che hanno ascoltato il brano (e intendo quelle che lo hanno ascoltato per davvero) hanno capito palesemente il significato della canzone. Quindi mi sono sentito usato dai giornalisti per dipingere il solito quadro negativo su Napoli e sulle persone che vivono in questa città. Il nuovo singolo "Italia Uno" risponde proprio a questo, usando il nome del canale per rappresentare in generale i mass media che danno la colpa a noi di tutto senza mai guardare ciò che inculcano loro alla società. 

Di chi è stata l’idea di campionare la suoneria dell’iPhone?

È stata un idea mia che ho affidato a Johnny Dama e a Ceru, che si sta avvicinando al mondo della produzione musicale.

Sei uno che prende appunti continui o che si siede e scrive da zero un pezzo?

Io creo in base a ciò che il quotidiano mi consiglia, non costruisco mai nulla a tavolino. Un pezzo nasce con una situazione che mi accade realmente, segno una frase o un'idea che poi evolvo quando sarà il momento. Penso alla musicalità che voglio trasmettere agli ascoltatori e quindi ricerco il suono che voglio e lo suggerisco al beatmaker. Stessa cosa per i video, mi creo un'immagine mentale e poi la realizzo con l'aiuto della squadra. Quell’idea dell'iPhone ce l’avevo in cantiere da anni e solo ora l'ho ripresa.

Quando arriva il disco e quando la firma con una major?

Non so ancora se sarà un disco ufficiale o un mixtape che anticiperà il mio primo progetto definitivo, ma ti assicuro che ho un sacco di assi nella manica. Per le major non credo ancora di voler firmare con qualcuno, perché ho scelto la strada dell'indipendenza.

Su quali suoni pensi ti orienterai quando la trap passerà?

Mi orienterò sul suono della mia anima, esponendo sempre la musica che mi comunica il mio stato d'animo. Non seguirò nessuna scia.

Pensi che prima o poi andrai via da Napoli?

Io amo viaggiare e quindi spero di poterlo fare un giorno. Ma Napoli la porti sempre con te in ogni momento e alla fine ci ritorni sempre.

I tuoi ascolti sono cambiati da prima ad oggi?

I miei ascolti cambiano con le uscite attuali della musica mondiale, ascolto sempre pezzi nuovi. Ma la mia playlist è segreta.

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