Red Bull B-Best: Gianluca Lapadula cuore impavido

Una storia di lotta e passione: da “Braveheart” al rilancio in Serie B fino all’olimpo rossonero
di Silvia Galbiati

Domenica 2 aprile si affronteranno in Serie A Pescara e Milan: il passato e il futuro di Gianluca Lapadula, attaccante di cuore (e gol) protagonista di questo secondo appuntamento dedicato al Red Bull B-Best. Per descrivere in breve il suo temperamento sul campo sono sufficienti le parole recitate da Mel Gibson nel film “Braveheart”: «Chi combatte può morire, chi fugge resta vivo almeno per un po’. Agonizzanti in un letto tra molti anni da adesso, siate sicuri che sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l'occasione, solo un'altra occasione, di tornare qui sul campo a urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma che non ci toglieranno mai la libertà». Quella di Gianluca Lapadula non è una semplice passione, è quasi un’ossessione: l’attaccante milanista è profondamente legato al colossal interpretato da Mel Gibson. Lo ha scoperto da bambino e lo ha riguardato decine di volte, perché quel guerriero senza paura, capace di rialzarsi dopo ogni sconfitta, è l’esempio che segue da una vita intera. Tanto che con il passare del tempo “Sir William Wallace” è diventato anche il suo soprannome.

Il cuore di Gianluca Lapadula è il valore aggiunto al suo gioco e alla sua vita. A 26 anni vanta una carriera lunga e accidentata. Partita da Torino ha attraversato quasi tutte le categorie calcistiche, toccando la Slovenia e superando innumerevoli fallimenti societari, due infortuni, il trionfo a Pescara, l’arrivo in Serie A al Milan: «Negli anni ho visto tanti compagni cambiare strada perché non riuscivano a pagarsi un affitto fuori casa o non arrivavano a fine mese. Io sono sempre stato positivo, il mio cuore ci ha sempre creduto anche quando ero rimasto l’unico. Forse era giusto passare tutto quello che ho passato per capire cosa significa arrivare in alto». Il cuore, visto come il suo istinto alla generosità, è diventato in un certo senso anche il centro del suo gioco. Si vede in campo nei movimenti senza palla, nei continui tentativi di smarcamento, negli scatti e nelle accelerazioni: «Non è che entro in campo e rincorro tutti solo ora perché sono al Milan. Lo facevo nella Serie A slovena al Nova Gorica, lo facevo a San Marino in C1, lo facevo a Teramo, a Pescara». L’istinto è ciò che c’è dietro la maggior parte delle sue giocate: «È l’emozione che crea il gesto tecnico. La giocata la fai o la sbagli, ma è sempre una conseguenza di quello che provo. Per esempio il gol che ho fatto l’anno scorso a Cesena è un gran gesto tecnico, ma è arrivato dal cuore».

Oltre gli ostacoli
Quando prova a spiegare cosa significa giocare con il cuore Lapadula torna alla Slovenia e alle serie minori, a San Marino, dove giocava con Abel Gigli e Alessandro D’Antoni (diventato poi suo testimone di nozze): «Io e Alessandro abbiamo fatto reparto insieme a San Marino e abbiamo vinto il campionato: io feci 21 gol, lui 12. Giocavamo l’uno per l’altro, io saltavo di testa e prendevo gomitate e lui nel frattempo faceva a sportellate con gli avversari. Facevamo la guerra insieme, eravamo inseparabili».

La gavetta di Lapadula è lunga e tortuosa. Nato a Torino da padre piemontese e mamma peruviana, dopo le giovanili alla Juventus inizia una girandola di prestiti deludenti tra Treviso, Vercelli e Ivrea. A 19 anni il dirigente Marco Marchi lo porta a Parma dove però non riesce a esordire. Così ricomincia a girare l’Italia nelle serie minori con Atletico Roma, Ravenna e San Marino dove chiude la stagione con 24 gol in 35 partite. Un bottino che convince il Cesena a puntare su di lui per la Serie B. Lapadula però non si ripete e già gennaio, con 0 gol all’attivo, passa al Frosinone in Lega Pro per poi ritornare a Parma in estate. La stagione successiva viene mandato in Slovenia al Nova Gorica, un nuovo punto di partenza. In coppia d’attacco con Coda realizza 11 gol e inizia la sua risalita. Il rientro in Italia non sembra così glorioso. L’attaccante approda al Teramo tra mille dubbi, eppure la stagione si rivela un inaspettato trionfo: 21 gol e 9 assist, promozione diretta in Serie B per la prima volta nella storia del club.

Per Lapadula sembra tornato il sereno, ma il Teramo viene estromesso dalla B per una presunta combine con il Savona e poi fallisce anche il Parma, ancora detentore del suo cartellino. Lapadula rimasto svincolato arriva al Pescara e da lì, dopo 11 squadre, 4 fallimenti, 2 promozioni e 4 categorie, arriva il successo: «Ho avuto momenti in cui mi sono detto: “Ma chi me lo fa fare?”. Mi ricordo una sequenza incredibile: arrivo agli Allievi nazionali del Treviso e il Treviso fallisce. Vado in C2 a Vercelli e l’anno dopo fallisce, poi vado all’Ivrea e fallisce, poi all’Atletico Roma in C1 che fallisce, l’anno dopo vado a Ravenna e fallisce anche il Ravenna. In un anno ho dovuto superare due fallimenti».

La svolta
Le serie minori, le difficoltà, i fallimenti: tutte cadute dalle quali Lapadula ha saputo rialzarsi e che gli hanno permesso di diventare il giocatore che è oggi al Milan, capace di entrare negli ultimi 10 minuti di partita con lo spirito di chi riconosce la fortuna di giocare con quella maglia e in quello stadio: «Io qui ho sempre il sorriso perché non mi manca niente: non devo più preoccuparmi dello stipendio o delle cure. Do più valore a tutto dopo che ho visto le mancanze che ci sono da altre parti». A cambiare la traiettoria della sua carriera è stato il passaggio nella scorsa stagione con il Pescara di Oddo. Un anno da numeri incredibili: 30 gol in 44 presenze, il titolo di capocannoniere, una promozione storica da protagonista

Un ragazzo come un altro
Lapadula è cresciuto con gli idoli del calcio italiano degli anni ’90. Ovviamente sono per la maggior parte bianconeri, da Alex Del Piero a Zinedine Zidane, vista la sua fede juventina sempre dichiarata e nonostante sia cresciuto a pochi passi dallo stadio Filadelfia. Perché non il Toro? «Non potevo tifare altre squadre: la Juve mi ha preso quando avevo 7-8 anni e mi ha subito dato da studiare l’inno bianconero. Mi hanno dato un senso di appartenenza. E poi il Toro mi ha fatto un provino e non mi ha nemmeno preso». L’esperienza con le giovanili bianconere si chiude in anticipo, le pagelle non brillanti e una condotta non impeccabile sono sufficienti a convincere la società a mandarlo in prestito: «Ero una peste. A scuola non ero un genio, alla Juve bisognava portare una buona pagella e io decisi di non portarla. Non mi riconfermarono e andai a giocare nella squadra regionale del Piemonte dove in due anni vincemmo un titolo regionale e andammo a fare le finali nazionali. Furono due anni bellissimi ma rimane comunque una batosta, soprattutto per un ragazzino di 12 anni». In quegli anni fa il mediano e per "armi" ha solo due parastinchi: «Scendevo in campo con pantaloncini altissimi e scarpe nere e randellavo, non pensavo ad altro». È in quel periodo che nasce “Sir Willam Wallace Lapadula”, un soprannome inventato dal fratello Davide.

Con Anna, la sorella, condivide invece la passione per la musica e per il pianoforte. Una passione di famiglia trasmessa dal papà: «Un musicista mancato che canta, suona il sax, la chitarra, sa fare un po’ tutto». Lapadula ha già dato prova delle sue doti musicali al pianoforte, ma ha ancora qualcosa da mostrare: «Nel ballo non mi batte nessuno, soprattutto nella musica disco o elettronica. A volte mi chiedo se ho sbagliato lavoro».

Godersi tutto
Quando ripensa al gol che lo emoziona di più non ha dubbi e torna al suo anno a Ravenna, alla sua prima rete tra i professionisti: «Giocai quella partita solo perché tutti gli altri attaccanti erano rotti. L’allenatore prima di mettermi in campo mi dice “Lapa che devo fare, sono tutti rotti, devi giocare tu”. La mia motivazione era a terra. Nel primo tempo ero in mezzo a due difensori centrali che erano alti il doppio di me. Nell’intervallo vado dal mister e dico: “Mister non mi cambiare. Lui mi risponde: Ma che dici, non hai toccato una palla”. Io però avevo la sensazione di dover rimanere in campo. Al 70esimo fanno l’1-0, all’82esimo prendo palla a centrocampo, salto un uomo, ne salto un altro, tiro una stecca, palo, gol. Primo gol nei professionisti contro la Salernitana in una partita in cui ho giocato perché tutti gli altri erano rotti. Un momento del genere non si può spiegare».

Proprio per questo tipo di gavetta oggi, ogni minuto, ogni gol con la maglia del Milan, sono un regalo. Le panchine non pesano, non pesa la classifica, non pensano le critiche e i momenti difficili: non ci sono parti di questa storia che non rappresentano un successo. Quest'anno è arrivato il primo trofeo con il Milan e poi la convocazione in Nazionale. E come in tutta la carriera di Lapadula, dove i risultati sembrano arrivare solo dopo sacrifici, rinunce e strani scherzi del destino, anche la convocazione di Ventura di novembre 2016 ha seguito di pochi mesi il rifiuto alla nazionale peruviana, poco prima della Coppa America: «Quando è arrivata la proposta del Peru è stata una grandissima emozione. L’allenatore è venuto a Pescara per conoscermi, tutti mi dicevano che non avrei potuto rinunciare alla chiamata e quindi alla Coppa America che si giocava in estate. Tutti avrebbero detto di sì, ma io ho deciso di credere in quello che poteva sembrare impossibile e ho vinto la scommessa quando è arrivata la convocazione di Ventura. Ho scommesso su me stesso ed è sempre il miglior investimento che si possa fare. È incredibile come le nostre sensazioni ci portino a fare scelte che inizialmente non riusciamo a capire».

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