Musica

10 e lode - Lo strano caso di Young Thug

È il fenomeno nuovo del 2015 del rap, ma chi è in realtà il rapper di ATL?
Di Francesco Abazia
13 minuti di letturaPublished on
Young Thug

Young Thug

© Cam Kirk

Quanto è difficile tenere separata l’immagine che abbiamo di un artista dalla sua vera e propria opera? E soprattutto, è giusto? Se lo facessimo, probabilmente Young Thug non esisterebbe, o forse invece sarebbe considerato un genio musicale.

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Nella nostra era però, in quella di Instagram, di internet a tutti i costi, dei dietro le quinte e della moda che ha fagocitato qualsiasi cosa gli stesse intorno, l’operazione di scissione è complicata, magari dannosa o molto più semplicemente inutile. Chi è allora Young Thug? Cosa c’è di cosa attraente nella sua figura, nel suo modo di stare “sulla scena?
Proviamo a scoprirlo nella puntata di 10 e lode a lui dedicata, in 10 tappe, 10 momenti – recenti e non – che ne hanno segnato l’esplosione mediatica.
Dal nulla
La carriera di Jeffrey Williams comincia a Cleveland. Non la capitale dell’Ohio, ma Cleveland Ave., arteria principale di Jonesboro South, Atlanta, Georgia. «Tutto quello che c’è di sbagliato in me, viene da lì», ha detto una volta a The Fader. Già, cos’è che è sbagliato in Young Thug? Il suo rapporto con la sua musica è qualcosa che definirei particolare, ma non di certo sbagliato. È un rapporto che comincia in maniera folgorante nell’estate del 2011, con l’uscita di “I Came From Nothing” (cui faranno seguito i capitoli 2 e 3). Oltre a garantirgli un certo livello di credibilità per le strade di ATL, quella serie di mixatape (il primo in particolare) aiutano nel racconto di un artista poco incline alla descrizione di se stesso. Come tutti i rapper agli inizi, Thug in quei versi parla di come ha iniziato, dei suoi luoghi d’origine, della R.O.C. crew – acronimo che allo stesso tempo sta per “Rich off Crime,” “Ready on Command” e “Raised on Cleveland”. Nonostante il nome d’arte più scontato della storia del rap, Jeffrey diventa un qualcuno, anche se forse inizialmente troppo simile a qualcun altro.
Gucci Mane e altri disagi
Il nome di Young Thug (all’epoca poco più che ventenne), arriva dritto all’orecchio di Gucci Mane che senza perder tempo lo mette sotto contratto per la sua 1017 Brick Squad Records, la label fondata dopo l’improvvisa dipartita di Mane dalla So Icey Enterteinmente per non specificati problemi manageriali. Mane, che non si è mai dimostrato un mago del business, tiene una gestione piuttosto allegra della sua azienda, cambia più volte distributore, scarica Waka Flocka con un tweet, salvo poi rimangiarsi tutto (con l’assurda scusa del «mi hanno hackerato l’account») e in generale trascina la sua stessa creatura in un vortice di tensione, faide, beef e avvocati non troppo invidiabili. In questo clima, Young Thug fa il suo esordio con "1017 Thug", ed il risultato è stupefacente. Il mixtape viene inserito in tutte le principali classifiche di fine anno, Pitchfork lo inserisce nelle menzioni d’onore tra gli album dell’anno, elogiando il suo stile riconoscibile e addirittura trovando similitudini tra la sua attitudine e quella di Ol’ Dirty Bastard. Ed è in effetti questo il momento in cui si comincia a formare lo stile, il nuovo stile, di Young Thug. L’uso di termini molto dialettali «che vengono dalle tante ragazze che ho frequentato nella mia vita, che mi hanno trasmesso alcuni termini», il tentativo di spingere sempre al limite dello psicotico il suo modo di rappare fanno di Young Thug quello che è adesso. E poi, che succede? Poi c’è confusione, c’è Young Thug che sembra aver firmato con 4 etichette diverse: la 1017, la Freebandz di Future, la Atlantic (col senno di poi, la sua vera label) e la Cash Money di Birdman. Birdman e i suoi problemi legali e economici della label sono il gancio ideale per parlare della principale influenza della musica di Young Thug.
If uou wanna be the man…
C’è un espressione, mutuata dalla leggenda del wrestling Ric Flair (citato più e più volte in testi rap), che stressa al massimo il concetto di scalata sociale: if you wanna be the man, you gotta beat the man. Per essere il migliore, devi sconfiggere il migliore. Per Young Thug il migliore è senz’ombra di dubbio Lil Wayne.
Una volta, ha dichiarato a Complex «vorrei essere in studio con Lil Wayne più di qualunque altro artista al mondo al momento. Preferirei essere in studio con Lil Wayne prima ancora che con Michael Jackson». È un tipica dichiarazione alla Thugger, tipicamente provocatoria, sopra le righe, che però esprime tutta l’ammirazione che Jeffrey nutre per Wayne. Anche Birdman (l gancio di cui sopra) lo conferma «Wayne è un modello per tutta questa generazione di artisti. Lo guardano, lo ascoltano, e provano a entrare in gioco come ha fatto lui». Thug è certamente tra questi. Copia la sua lirica, il suo flow (“We Are” è un esempio calzante) anche se impara a modellarlo alla sua persona. Riesce a evolvere l’attitudine di Wayne, “il modo di Wayne di stare nel gioco del rap” ad un livello diverso. Il suo.
…you gotta beat, the man
Ad un certo punto però, qualcosa si rompe. Young Thug annuncia di voler farsi carico dell’onere di proseguire la serie di “Tha Carter” di Lil Wayne. Che però non accetta di buon grado la cosa, dissandolo in più di un occasione e invitando i suoi fan (che sarebbero poi anche fan di Thug) a non comprare il suo disco. Young Thug cambia allora il titolo del disco/mixtape/album in "Barter 6", condendo l’annuncio con diversi appellativi galanti nei confronti di Wayne. Young Thug insomma, si ritrova in guerra con il suo idolo. Guerra musicale e ideologica, che la scorsa estate ha però assunto i colori pulp della guerra vera. Dopo che Birdman aveva provato ad avvelenare Wayne, Young Thug viene accusato di aver attentato alla vita di Wayne, nella sparatoria che l’ha coinvolto nelle prime settimane di luglio. Accuse ovviamente respinte al mittente (nonostante le minacce di morte di Thug a Wayne in un video Instagram poi rimosso) e perdono accordato dallo stesso Lil Wayne. Ciononostante, parlando con GQ, Young Thug è tornato a ricordare il periodo della sua vita in cui «ero Lil Wayne, mentre adesso e lui ad essere me. Credo che ci sia stato un periodo della sua vita in cui lui abbia dovuto scegliere se essere lui o essere me, ed ha scelto me. E anch’io, se avessi la possibilità di scegliere tra me e lui, vorrei essere lui. È il miglior rapper in circolazione». Una piccola deroga al concetto espresso da Ric Flair, che forse Thug ha applicato troppo alla lettera
Stonato
Prima del nuovo disco, prima degli alterchi con Wayne, la vita artistica di Young Thug è stata scandita dalla release di “Stoner”, il primo grande successo commerciale, ma soprattutto artistico. Con “Stoner” Thug sale sul trono della scena trap di Atlanta, una posizione che probabilmente continua ad occupare, con buona pace di Chief Keef (un altro con cui Thug ha avuto qualche problemino dopo averci rappato insieme). Oltre che lo stile, in cui siamo quasi per addentrarci, di Thug, la release della traccia offre un campione del carattere di Thug. La traccia, che solo dopo l’enorme successo è stata classificata come singolo e rilasciata su iTunes, è stata remixata – in via non ufficiale – davvero tante volte. In un’intervista però, Thug ha espresso strani sentimenti in merito: non gli piace che le sue tracce vengano cotinuamente remixate, perché fare del freestyle sulla traccia di qualcun altro significa implicitamente volerlo sfidare, mettersi in competizione. «Ma piuttosto preferisco fare una battle, io sono un rapper da battle», ha aggiunto esprimendo il desiderio che tutti quei remix venissero eliminati.
Un weirdo al potere
C’è un termine, non tecnico, con cui il rap di Young Thug viene in genere definito: ed è rantolo. Non è ovviamente un genere, ed è a tratti un espressione denigratoria, eppure sintetizza il modo di Thug di stare sulla traccia. Le urla, i singhiozzi, i canti melodici sono fusi gli uni con gli altri nel rap di Thug, che viene sempre chiamato “weirdo” (strano) nel rap. Il suo timbro è tuttavia troppo peculiare per passare inosservato, così come la sua tecnica troppe volte sottovalutata. «Posso rappare su qualsiasi cosa. Posso scrivere un’intera canzone sul pavimento, oppure scrivere una traccia di otto minuti con un rit di 8 barre e un verso di 12. Posso fare qualsiasi cosa io voglia», ha detto una volta. Non è certo la modestia che gli manca, né tantomeno il coraggio. C’è sicuramente qualcosa di unico in Young Thug, e se non lo so riesce a capire dalla musica, basta guardare uno dei tanti video di cui è protagonista (alcuni anche da lui diretti). La mimica, la gestualità di Thug sono quasi teatrali, fanno parte di un unico spettacolo che è la sua persona, e che cerca di mettere in scena ogni volta che rappa, che fa musica.
Segreti
In un bell’approfondimento su di lui, David Drake di Complex provava a individuare le cause del successo quasi inspiegabile successo. Secondo il giornalista quello che Thug è riuscito a fare è impersonificare un “tipo” di rapper, prima che lo facessero gli altri. Mentre Future negli stessi anni andava consolidandosi come talento di scrittura e rap, Thug provava a diventare un personaggio, riuscendoci. A questo punto, la bravura “mediatica” di Thug sta nel non restare incastrato in quel personaggio, nello strano rapper che usa l’autotune e urla parola spesso incomprensibili ma melodiche, ma di riuscire a spostare la sua musica all’interno del personaggio stesso. Il modo di percepire Thug cambia, e la sua arte – sempre più tendente alla trap e in un certo senso al pop – riesce ad affermarsi con e grazie a questo. Quello in cui è stato bravo Thug è il coinciliare il concetto di pop con quello di strano, da sempre agli antipodi come spiegato dallo stesso David Drake. Così facendo, Young Thug ha aperte davanti a se un miliardo di possibilità diverse, e che sfrutta a pieno.
Featuring
Da quando il suo nome comincia a circolare, Young Thug inanella una gran mole di featuring. Se anche Kanye West arriva a dichiarare di apprezzare tanto Thug e di volerlo su una sua produzione, sono ben 17 le collaborazioni di Thug nel solo 2014. Alcune non troppo rilevanti, altre decisamente si. È il caso di “Mamacita” con Travi$ Scott e Richie Homie Quan – anche lui prodotto ATL. “Mamacita” è la miglior traccia del mixtape di Scott, quello con cui anticipa il suo attesissimo esordio, Rodeo. Da tappa fondamentale della carriera di Travi$, Rodeo si trasforma, qualche ora dopo la sua uscita, in tappa fondamentale anche della carriera di Young Thug. Thug è infatti presente nella traccia più interessante (e più recepita dal pubblico) dell’album, “Maria I’m Drunk”, soprattutto per l’altro featuring, meno atteso e molto più sorprendente: quello di Justin Bieber. Quella collaborazione rappresenta il consolidamento della loro partnership (e amicizia) iniziata con Youn Thug che accompagna il texano per tutta la durata del suo Rodeo Tour. Cam Kirk, fotografo che li ha seguiti nel tour, ha commentato «la bellezza del tour è stata aver portato Thug fuori dal suo guscio come performer». Da quell’esperienza, che rappresenta il suo primo vero tour di YT, il rapper di Cleveland Ave ne esce migliorato, cresciuto e più pronto ad affrontare il salto di qualità.
Salto che compie, potremmo dire in maniera definitiva, durante quest’anno, nel 2015, quando con la traccia “Rihanna” (featuring autotunato a Yo Gotti) arriva a circa 7 milioni di visualizzazioni su Youtube, ma soprattutto quando Jamie XX lo include nel suo nuovo disco nella traccia dell’estate (e probabilmente dell’anno) “I Know It’s gonna be Good Times”, esemplificazione della rinascita della dancehall.
Dietro le quinte Il prossimo anno sarà invece per Young Thug quello del debutto ufficiale. Il suo disco, che verrà rilasciato dalla 300 Entertainmente, si chiamerà Hy!£UN35 (HiTunes) ed è stato anticipato (a sorpresa) la scorsa estatate da “Pacifier”, 4 minuti in cui Thug abbandona i lamenti e si lascia andare ad un flow incalzante e ben calibrato che aiuta a mettere di diritto il suo disco nel novero dei più attesi del prossimo anno. Per promuovere il lavoro Young Thug si sta facendo vedere molto di più in giro. Nella sua prolificissima estate (in cui ha trovato anche il tempo di farsi arrestare per terrosismo) ha rilasciato qualche interessante intervista video, una vera rarità considerato il personaggio. Tra tutte, spicca quella con Tim Westwood (un guru per il rap in UK), in cui completamente a suo agio al fianco di Westwood (capire il perché non è poi così difficile) Thug fornisce qualche informazione importante (come il fatto che "Slime Season", il suo mixtape con London On Da Track è in realtà una serie) ma soprattutto mostra un po’ del suo lato umano che fino ad oggi avevamo visto solo dal controllo maniacale dei suoi social. Il suo profilo Twitter è seguito da mezzo milione di persone, quello Instagram da circa 1 milione e seicentomila, con sole 57 post all’attivo. Seguirlo è una strana esperienza ai limite dell’hippy. Ci sono decine di selfie, altrattante foto della sua ragazza. A tratti sembra davvero di star guardando a Lil Wayne, ma il modo di fare, lo stesso stile di Thug è completamente diverso da ogni altro personaggio della sua fascia sul pianeta. È banale dirlo, ma quello che colpisce di Young Thug è la sua diversità, e non la completa estraneità, rispetto al mondo che lo circonda.
Diverso
Young Thug definisce se stesso «90% rockstar, 10% gangster. Ho passato tutta la mia adolescenza a fare il gangster, eppure mi son’ sempre vestito da rockstar. È quello che sono». Facendo ricerche su Thug è difficile non imbattersi nei tanti post, articoli, analisi dedicati al suo lifestyle e in particolare al suo abbigliamento. Qualche giorno fa un altro dei principali avversari di Thug, The Game, ha rincarato la dose, lanciandosi in un freestyle dove accusa Thug di vestirsi da donna, con jeans troppo stretti. Game fa in particolare riferimento alla (bella) intervista che Thug ha rilasciato qualche settimana fa a GQ, in cui si racconta molto candidamente e serenamente. «Ho iniziato a comprare vestiti da donna all’età di 12 anni, erano gli unici che mi stavano abbastanza stretti. Il mio guardaroba è prevalentemente composto da abiti da donna. Come una rockstar». Ovvio, quello che dice è discutibile almeno in quaranta modi diversi.
Ma quello che impressiona è l’incessante controsenso che Young Thug rappresenta. Sembra sempre star improvvisando, eppure tutto nella sua carriera è stato pianificato attentamente. Come il poncho di 3 metri indosssato durante il Rodeo Tour.
Tutte le urla, i mugugni, i lamenti della sua musica fanno parte di una precisa presa di potere che Thugger sta provando a mettere in atto. Per prendersi Atlanta e l’intero mondo del rap. Da rockstar, e da gangster.
Young Thug e il suo poncho

Young Thug e il suo poncho

© Elijah Trinidad/300