Andrea Garibbo, Leogang, Haibike
© Haibike
MTB

Chi è Garibbo: lo spirito da freerider che domina il mondo eMTB

Tanto allenamento, gare e uno stile di guida da Rampage: Andrea Garibbo da ragazzino correva per il gusto di dare spettacolo. Ma dietro a un sorriso ingenuo si nasconde un cannibale in eMTB
Di Red Bull Team
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Alcuni campioni nella vita riescono a palesarsi subito come tali, con risultati e successi, un supporto economico costante e attrezzatura di massimo livello. Andrea Garibbo è da sempre un predestinato, un personaggio naif che ha sempre pensato al divertimento in sella prima del risultato, un freerider puro. Appassionato a tutti i mezzi a ruote, motorizzati e non, ha iniziato il suo percorso con ciò che aveva per le mani: una bici da dirt con cui correre in downhill. Può essere considerato il Toni Bou italiano, un atleta che ha gareggiato con la moto da trial, che ha sempre corso per il gusto di correre e dare spettacolo. Un predestinato insomma, che doveva solo trovare la sua strada, e che adesso domina i campi di gara con una eBike.
Pochi sanno essere completi come lui, un funambolo con il manubrio tra le mani, ma con un discreto motore. Potreste vederlo con zoccoli da mare e gilet da benzinaio. Non dimentichiamoci che la giornata dell’eccentrico Andrea Garibbo è suddivisa tra lavoro e allenamenti. Pilota ufficiale Haibike, quindicesimo al primo mondiale eBike, vincitore della classifica generale del circuito eEnduro 2018, terzo nella tappa bolognese della Wes. Un sorriso costantemente stampato in faccia, eppure la vita non gli ha regalato solo fiori. La sua storia passa per alti e bassi, ora è “all-in” nel mondo eBike e se vi dice che non può girare con voi, non è presunzione, è solo concentrato sulla prossima missione: tenere il gas spalancato.
Lo spezzino sa come gasare con la sua eMTB
Andrea Garibbo, Haibike, eMTB

Qualcuno dice che sei il benzinaio più veloce del pianeta, perché?

È vero, l’ho sentita anche io questa voce. Il perché è chiaro, per ora mi tocca ancora lavorare ma spero di riuscire a organizzarmi prima o poi, ed io in questo non sono bravo, ma mi piacerebbe ritagliarmi un po’ più di tempo per dedicarlo a ciò che sto facendo per me. Sono sempre a correre avanti e indietro, ma a me piace lavorare. La mia giornata comincia alle 6:30 e finisce alle 8 di sera passate.

Una sorta di supereroe, che leva la divisa per mettere il caschetto…

Da un lato suona anche bene questa cosa, in tanti mi chiedono come io faccia ad organizzarmi per riuscire ad allenarmi, gareggiare e lavorare contemporaneamente. Io il tempo lo trovo sempre in qualche modo e in quello che mi riesco a ritagliare faccio ciò che mi piace, ossia andare in bici. Ho sempre fatto così, immaginate di essere nell’auto dietro alla mia quando facevo il meccanico: salivo sul pick up vestito da meccanico e quando scendevo dall’auto a destinazione ero vestito da bici. Con l’abbigliamento nel sedile del passeggero, ad ogni semaforo mi mettevo qualcosa, ginocchere, scarpe, maglie. In sostanza lavoro a tempo pieno e mi alleno a tempo pieno.

Come nasce Andrea Garibbo come biker?

Tutta la mia vita e la mia famiglia hanno sempre ruotato intorno al mondo delle ruote, tra auto, moto e bici. Io a 4-5 anni ho iniziato ad andare in bici con mio papà, che aveva delle bici storiche che tuttora conserva, e mi portava a fare le cose basilari. Era un insegnamento che io reputo giusto, il necessario, mi insegnava a giocarci. Non facevamo la gara a chi andava più veloce, bensì a chi rimaneva più a lungo sul cordolo di contenimento delle aiuole a bordo strada, ovviamente in strade non trafficate. Il surplace è una delle pratiche che forse ti aiutano di più ad essere veloce, sembra quasi un ossimoro, però aiuta a migliorare la sensibilità e l’equilibrio.
Andrea Garibbo, Val di Sole, Haibike
Andrea Garibbo, Val di Sole, Haibike

Poi hai iniziato con le gare di downhill, no?

Sì, ma non ho mai avuto tante ambizioni, non sapevo cosa volesse dire realmente dover correre per vincere. Devo ammettere che avevo delle doti, qualche gara la vincevo, ma io non mi sono mai allenato secondo degli schemi. A volte non ne avevo proprio voglia, ma avevo dieci anni. Poi a 14 sono arrivati scooter e moto, la bici è diventata un gioco in quel momento, lì è arrivata la moto da trial. Sempre grazie a mio padre e alle sue passioni, non legate indissolubilmente al mondo race ma al divertimento, ho iniziato con le gare in moto da trial. Non avendomi però mai messo obblighi, io ho mantenuto sempre accesa la fiamma della passione e non mi sono mai stufato. A 18 è arrivata come per tutti quella fase balorda, ho avuto un grave incidente in auto in cui mi sono fratturato anche alcune vertebre. Ma quella è stata un’ulteriore dimostrazione dello spirito che mi contraddistingue. Nonostante i dottori mi sconsigliassero completamente di tornare a fare ciò che amavo, mi sono riavvicinato alla bici. A 19 anni prendevo parte, con una front con forcella da 80 millimetri, alle gare del Goldprix, un campionato di DH. Il sabato sera andavo in discoteca e la mattina andavo a correre dopo forse un’ora al massimo di sonno. Non facevo l’assoluta ma con una bici del genere cadere meno di due volte a manche era praticamente impossibile. L’infortunio era, secondo la mia psiche, acqua passata. Correvo per il gusto di correre.

Processo bizzarro ma forse più formativo di altri, non credi?

Se tornassi indietro rifarei tutto, proprio così. Quello che impari con una bici rigida da cross country con una bici da DH non lo impari. Io ne ho sempre avute di bassa qualità: considerate che la mia moto da trial, regalata da mio papà, non frenava prima di tre pompate. Lui stesso mi dimostrava che certe cose si potevano fare anche con questo tipo di mezzi, solo con qualche accorgimento in più. E così sui percorsi da downhill con la rigida devi danzare sulla bici, ti devi muovere insieme a lei.

Quando hai cominciato a puntare seriamente a qualcosa è arrivato il titolo italiano, giusto?

La prima bici seria da DH è stata una Kona, da quel momento ho iniziato con le gare un po’ più seriamente, ma lo spirito era sempre lo stesso, io volevo far divertire la gente, dare spettacolo e non vincere. Sono arrivato al primo italiano con una bici a noleggio, nelle prove spaccai il cambio e un amico, Giorgio Poli, mi prestò la sua portandomela al cancelletto di partenza di manche uno. Una bici che non avevo mai usato, tarata per lui, con cui vinsi appunto quel titolo. Mi viene da ridere se penso che adesso ci preoccupiamo per la pressione delle gomme e in quella gara non sapevo neanche che gomme avessi. Quando mi hanno portato alla prima gara del Gravitalia partecipai con le scarpe antinfortunistica e chiusi col quarto tempo dietro a Suding, Milivinti e Colombo, addirittura Zanchi mi cercò per conoscermi ma, io ero al bar.

Con l’esordio delle eBike sei diventato uno dei migliori interpreti come fai ad andare così bene, ma essere anche così completo?

Dopo un po’ di anni parcheggiato, nel 2018 mi arrivarono un po’ di piccole proposte tra cui quella di correre con le eBike. A marzo il presidente di una società di zona, Davide Tendola, mi chiamò dicendomi: “Io ti ho preso la bici e fatto il tesserino, sentiti libero di fare ciò che vuoi”. L’amore è stato a prima vista, è da subito stato il pretesto per fare di più, ho iniziato cosa si poteva fare, ho cominciato a fare i trail che facevo con la bici da trial. Ho unito le qualità sviluppate per la downhill a quelle del trial, questa credo sia la miscela vincente. Come faccio ad andare così forte? Ora so come gestire le tensioni pre-gara, ma continuo a guidare come ho sempre fatto.

In un primo approccio su una eBike cosa non bisogna assolutamente fare?

Non vi ossessionate. Non serve pensare dover stravolgere la eBike appena comprata, adattatevi principalmente a quello che avete e pensate a divertirvi. Stesso discorso riguarda la batteria e la sua capienza, l’utente si focalizza troppo sui numeri, sulla grandezza, quando invece dovrebbe concentrarsi di più sull’utilizzo, sulla gestione dell’assistenza. Tutto ovviamente dipende da qual è l’obiettivo: giri da un’ora e mezza? Va benissimo una batteria da 500 Wh. Per il Cammino di Santiago è giusto invece avere qualcosa di più abbondante, ma è il rapporto rider-eBike che conta. Poi statene certi, arriverà il giorno in cui vedremo batterie con i pesi drasticamente ridotti rispetto a quelli che siamo adesso abituati a vedere, a quel punto allora potremo scegliere anche di optare per volumi più elevati. Poi non bisogna sottovalutare l’aspetto della forma fisica, lì devo migliorare anche io, in eBike si soffre e si utilizza molto la parte superiore del corpo, il motore strappa a tratti, bisogna riuscire a contenerlo.

Quale step successivo necessita il mondo “E”?

Un’assistenza più attenta da parte dalle case produttrici e non solo per quel che riguarda il service, ma anche la cura degli eventi, la presenza sul campo. A livello di potenza si stanno molto allineando, cambia qualcosa a livello pesistico, questo sì, ma in generale stanno andando tutti nella stessa direzione. Alcuni hanno poi il “problema” che vanno in protezione un po’ troppo presto. Cosa significa? Che la potenza fornita viene sensibilmente ridotta quando la carica della batteria è sotto al 40 %, per qualcuno addirittura sotto al 70%. Poi bisogna pensare ad allungare la vita delle bici, riparando i guasti, sennò pensando anche all’aspetto ambientalistico, tra qualche anno ci ritroveremo con montagne di rifiuti e bici inutilizzate.

Cosa ne pensi invece dei format attuali di gare? Come potrebbero evolversi?

Penso che i format definitivi debbano ancora delinearsi. La salita ci vuole, ma deve essere caratterizzata da terreni più tecnici che obbligano a un maggiore impegno nella guida. Mi piacerebbe vedere che gli organizzatori limitassero le prove, una gara a vista renderebbe tutto più imprevedibile. Apprezzo molto per esempio la modalità scelta da EWS-E, tante speciali e due power stage in salita, brevi ma tecniche e intense. Poi tempi di risalita un po’ più tirati per far utilizzare maggiormente motore e batteria. L’EWS-E non è l’esempio assoluto, non mi piace che obblighino ad avere tre batterie, è uno sport green ma così l’impatto sull’ambiente non è completamente nullo. C’è ancora da lavorare su tanti aspetti, ma la strada è giusta.
Non solo discesa, ma anche salita con eBike
Andrea Garibbo, Haibike, eBike