È come lo Space-camp o la X-mansion, uno di quei posti in cui si allevano talenti, solo che la Digital Bros Game Academy è vera.
Sta a Milano, in via Labus, ha inaugurato due settimane fa i corsi in game design, game development e artist animator e punta a forgiare le generazioni future di sviluppatori made in Italy. Sia chiaro, non è gratis: frequentarne i 12 mesi di lezioni costa 7mila euro, salvo non vi meritiate una delle borse di studio anche a copertura totale.
Quel che qui interessa maggiormente, però, è che forte dell’esperienza aziendale che l’ha concepita e di cui porta il nome, una realtà italiana con sei sedi in giro per il mondo e pubblicazioni come Payday 2 e il meraviglioso Brothers all’attivo, DB Game Academy risponde a un’esigenza ormai palese: per non rimanere marginale in un mercato globale da 70 miliardi di dollari, l’Italia ha bisogno di produrre più videogiochi.
Mentre il Belpaese consuma videogame per circa un miliardo di euro l’anno, dal punto di vista produttivo coinvolge 700 persone e fattura una ventina di milioni in tutto, con picchi di incasso concentrati in pochi casi (fonte: Aesvi, Ask Bocconi, 2013).
Brutti segni? Non proprio; il made in Italy sta crescendo. Gli studi censiti nel 2011 erano una settantina; due anni dopo superano anche se di poco i 100. Alcuni cominciano a farsi notare anche all’estero (da Forge Reply ad Untold Games, da Studio Evil a Santa Ragione, da Digital Tales e Bad Seed a Balzo e We Are Muesli), altri hanno già gli occhi addosso dei colossi, come Ovosonico o Storm in a Tea Cup, qualcuno è considerato uno specialista internazionale d’eccezione (come il piccolo titano Milestone o Kunos Simulazioni) o lavora molto bene anche fuori settore - DreamsLair e SpinVector -, ma soprattutto alcuni giovani coraggiosi stanno dimostrando di avere buone idee e saperle realizzare. Anche in piccolo.
Basti pensare a progetti ammessi ai programmi di sviluppo indie di Microsoft o Sony come Redout, di 34bigthings, giusto per fare un esempio recente, o qualche tempo addietro lo spassoso Futuridium EP, di MixedBag.
Lo ha testimoniato il mese scorso la spedizione di 12 studi italiani alla Game Developer Conference di San Francisco, una delle kermesse per addetti ai lavori più prestigiose, dove, accompagnati dell’associazione di categoria, Aesvi, e con finanziamenti arrivati dal Ministero per lo Sviluppo Economico e dall’Agenzia ICE, i “Games in Italy” facevano bella mostra a due passi dagli stand di Microsoft e Google. Ecco perché, con un pragmatismo anglosassone, DB Game Academy punta al sodo: formare una classe di specialisti e inserirla nell’industria. O almeno provarci offrendo la possibilità di collaborare, effettuare stage o periodi di tirocinio con diverse realtà partner al termine del percorso di studio. Sembra l’approccio giusto. Sempre, sia chiaro, possiate permettervelo.
Per fortuna le istituzioni non stanno a guardare: ai master - come quello in Computer Game Development dell’Università di Verona -, per la prima volta in Italia l’accademia affianca un corso di laurea magistrale in Game design and programming. Lo organizza da quest’anno la Statale di Milano, integra l’attività formativa dell’ateneo e affianca percorsi come quello in Videogame design & programming del Politecnico meneghino, esperienze che peraltro culminano in eventi sempre più credibili come la Global Game Jam, l’hackaton videoludico internazionale di 48 ore che nell’ultima edizione ha fatto di Milano la quinta piazza più frequentata al mondo; o come New Game Designer, sorta di saggio studentesco di fine anno che è uno spettacolo.
Anche per chi non fosse da quelle parti, le opportunità non mancano e stanno anzi diventando più numerose. Dal 2013, a Salerno, è attivo l’ Istituto Universitario Digitale Animazione e Videogiochi, in collaborazione e con il patrocinio della Link Campus University. Corsi triennali in Animazione e videogiochi (per un costo complessivo di 10100 €), o Fumetto e illustrazione (7100 €) con una missione sintetizzata in due righe incisive: «perseguire e promuovere la ricerca, lo studio e la diffusione della cultura dell’entertainment».
Da Roma l’annosa attività formativa di Codemotion sta espandendosi altrove e su diverse fasce d’età; a Torino opera il leviatano T-Union, gruppo di studi coinvolti a diverso titolo nella produzione digitale e nella promozione culturale dei videogiochi. E poi ancora, senza elencarle tutte sia chiaro, Pisa, Catania, Trento, Cagliari, Genova: tutte piazze sensibili alla formazione di una professionalità di cui l’Italia, repetita iuvant, ha sempre più bisogno.
Perché? Ma per scongiurare il Game Over.
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