Dani Faiv
© Graziano Moro
Musica

Dani Faiv chiede scusa, ma la colpa non è di certo sua

L'ultimo "Scusate se esistiamo" del rapper spezino di casa Machete è una risposta amorevole al grande problema di questo secolo: gli hater
Di Claudio Biazzetti
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Nel più classico e ormai inusuale degli insegnamenti cristiani, Dani Faiv risponde offrendo l'altra guancia. Se il mondo è pieno di hater, di gente che critica solo per il gusto di farlo, senza fornire consigli o critiche costruttive, il rapper spezino di casa Machete (vero nome Daniele Ceccaroni) allora spiazza tutti con un gesto d'amore. Vale a dire, chiedere scusa.
Questo, non una ma due volte. La prima, nell'EP di riscaldamento uscito a fine aprile, "Scusate"; la seconda, nell'album vero e proprio, "Scusate se esistiamo" che si sta guadagnando applausi un po' ovunque da fine maggio.
Come mai un EP e un album a distanza così ravvicinata?
Per alleggerire l'ascolto sicuramente. Faccio musica non per moda ma con un pochino di concept sotto, con dei messaggi. Quindi è giusto che la gente non senta il disco ma lo ascolti. Per fare sì che questo accadesse, per avere un ascolto con la testa, il disco andava spalmato. Poi, il vero motivo era per creare hype. In un momento dove il personaggio conta più della persona e i social più della musica, abbiamo seguito una corrente opposta. Abbiamo detto: facciamo parlare la musica, ma un'altra musica.
Non mi è molto chiaro in "Scusate se esistiamo" chi è il noi e chi il voi.
In realtà "scusate" vuole essere un gioco di parole, una provocazione fatta apposta, visto che non avevo annunciato l'uscita di quel primo disco. È semplicemente un titolo temporaneo per l'uscita, vuole essere tipo uno "scusate raga se non vi ho avvisato che sarebbe uscito anche questo disco". E infatti il titolo poi viene inserito nel contesto di tutto l'album. È un progetto di 18 tracce diviso in 2 dischi, CD 1 e CD 2 ma riuniti sotto il nome di "Scusate se esistiamo". Quanto al significato del titolo, è anche la rivincita di tutte quelle persone che oggi vengono criticate con odio, quindi non senza critiche costruttive che ti aiutano poi a crescere, a migliorare. Odio gratuito. Quindi la risposta più innovativa, quella che un hater non si aspetta, è l'amore. Rispondere con un gesto di pace, chiedere scusa. Scusa per cosa? Li fai sentire quasi stupidi così. Nel mio caso, scusate se facciamo musica, se proviamo a trasmettere qualcosa, a far emozionare.
Come mai il disco inizia con "Intro (Estinzione)", che è ufficialmente la fine di tutto?
Dire che è la fine è una mezza verità. Mi riferisco alla musica: è la musica oggi a essere a rischio di estinzione. Perché se ne fa poca e quando la si fa non si fa col cuore ma più per la moda, o per seguire i trend e i numeri. Quindi va a perdere di valore secondo me. La fine del disco è semplicemente l'outro, lì mi sbizzarrisco con il gospel.
Nell'outro tra l'altro è come se sfondassi la quarta parete, parlando tu stesso del disco e di cosa vuoi che ne rimanga. È una cosa inusuale.
È inusuale oggi. Ma è giusto che la musica ritorni a fare sul serio, come nella critica sociale che facevano Guccini o De André. Ci puoi mettere anche tutta la moda e la contaminazione, capisco anche tutto il viaggio della trap e dell'America, però la verità è che abbiamo una poetica alle nostre spalle che non può e non deve morire. Non si può ignorare questa parte fondamentale della musica italiana, bisogna in qualche modo proseguire. Che poi anche in America ci sono i vari Kendrick Lamar, J Cole, quindi gente conscious che fa rap fresco.
In "Canna e Playstation" c'è tanto Kendrick Lamar infatti.
Grande, è vero. Mi riempi il cuore se l'hai notato.
Nello "Skit" si sente invece la voce di Filippo Giardina dire che invidia il pubblico, in che senso?
Quello più che altro fa riferimento agli ego gonfi di certi artisti, che vivono per soddisfare questa cosa. Non è propriamente una questione di invidia. In più, un artista in un certo senso non deve mai smettere di essere anche pubblico. Ma è importante anche che non faccia quello che vuole il pubblico. È un rapporto molto delicato. Prendi il pezzo con Fabri Fibra, lì parlo di invidia. Ma in che senso invidia? Se elogi un artista solo perché ce l'ha fatta o se rosichi solo perché ce l'ha fatta, allora sento che non veniamo dalla stessa terra, dallo stesso pianeta, mi sento alieno. Per molti fan è così, per fortuna non tutti. Mi viene in mente Salmo nel Machete Mixtape III, quando rappa: "In fondo se ci pensi è soggettivo / anch'io da ragazzino volevo sentirmi alternativo. / Ascoltare cose per pochi, non per tutti. / Sai cos'è successo? Alla fine siamo cresciuti".
Più maturi e più dovrebbe vivere meno il sentimento di invidia verso il tuo idolo e il fatto che ce l'ha fatta. Perché dovresti essere felice della tua vita come della sua. Io Caparezza ero entusiasta quando è diventato famoso dopo "Fuori dal tunnel", la gente invece lo criticava di brutto. Poi ci può stare che uno voglia sfogarsi perché magari ha una vita di merda. Ma fare hating sul tuo idolo solo perché ce l'ha fatta, questo davvero non lo capisco. È una cosa triste.
E tu come te la vivi la fama?
Io in realtà non vivo comunicando troppo con l'esterno. Non amo essere fermato in giro. È un aspetto della fama che non mi fa impazzire, me la vivo un po' con l'ansia. Quindi me ne sto più che altro a casa, oppure coi miei, oppure vado in studio. Creo sempre tutti i giorni, sono instancabile.