Dardust
© Alessio Panichi
Musica

Date Kendrick Lamar a Dardust (...lui saprebbe cosa fare)

A tu per tu con Dario Faini, alias Dardust: un personaggio cruciale per la musica italiana contemporanea, scoprite con noi come e perché
Di Damir Ivic
9 minuti di letturaPublished on
Jovanotti, Levante, Fabri Fibra, Luca Carboni, Sfera Ebbasta, Marco Mengoni, Elisa, Thegiornalisti... e questo elenco potrebbe continuare per molte altre righe ancora. Moltissime. Molto semplicemente, Dardust - all'anagrafe Dario Faini - è uno dei personaggi cruciali, come autore, per quanto riguarda il pop italiano contemporaneo. Ma è anche di suo un musicista in prima persona, con molte storie da raccontare (errori compresi) e con una bella visione del mondo - cosa di cui il bellissimo progetto Open Sound, per cui il nostro Red Bull Studio Mobile ha fatto da "incubatore", si è assolutamente giovata. In questa intervista si apre a 360 gradi con noi. Ed è davvero interessante e bello ascoltarlo.
Ascoli è la tua città natale. Mi vengono in mente un po’ di tuoi concittadini che si sono fatti un nome nella musica: Saturnino, Giuseppe Allevi (inizialmente “tirato dentro” in un certo tipo di music business proprio da Saturnino stesso), Mimì Clementi dei Massimo Volume… Che ricordi hai dei tuoi esordi nella scena cittadina? Quanta musica si “respirava”? Hai avuto negli anni anche solo scambi di opinione coi questi tuoi concittadini illustri?
Ricordo i lunghi pomeriggi all’Istituto Musicale Gaspare Spontini, per le lezioni di pianoforte e solfeggio. E tra una lezione e l’altra andavo al negozio “Immagini Musicali” a Piazza Arringo dove si vendevano VHS di concerti, che erano un tesoro raro. Incredibile a credersi oggi, dove in venti secondi trovi tutto su YouTube o qualsiasi piattaforma. Io andavo a prendere sempre le videocassette dei live di Prince, David Bowie e tanti altri. In un anno li affittavo almeno una ventina di volte. Erano la mia finestra sul mondo. Ho scoperto la musica cosi.
Ad un certo punto, dopo i primi riconoscimenti con Elettrodust, hai iniziato ad entrare nell’orbita di Milano. Come descriveresti il rapporto tra te e quella che è un po’ la capitale della discografia italiana? Come si è evoluto nel tempo?
Milano era fredda e irraggiungibile, quando vivevo nelle Marche. Poi quando ho vissuto a Roma, ho trovato sempre il mood composto e contenuto di Milano come qualcosa di più affine a me, durante le prime trasferte. Roma era eccessiva, scomposta ed estrema, soprattutto nei rapporti. Sicuramente Milano era più empatica, sotto certi punti di vista, per quello che erano le mie origini marchigiane. Ora non potrei farne a meno. Una volta che arrivi a Milano, non puoi tornare indietro, non c’è nessuna città italiana più europea e musicale di Milano. Riesco a fare anche tre session al giorno con tre artisti diversi, cosa che prima era totalmente inimmaginabile. Credo che la mia carriera si sia impennata esponenzialmente, una volta arrivato a Milano.
Tornando ancora un attimo indietro agli Elettrodust, che esperienza fu accompagnare Jimi Somerville, l’ex leader dei Bronski Beat, in tour? Se ricordo bene furono due date, in città non “centrali” come Pescara e Perugia…
Come fai a ricordarti questo? Incredibile! Sì, suonavamo in trio, erano i primi approcci sul palco e con il songwriting. Somerville aveva una carica assurda, e una vocalità unica; ma lo avevo vissuto poco negli anni precedenti e quindi non avevo questo trasporto “mitico” verso di lui che invece vedevo nel pubblico durante le date.
Ad un certo punto vi ritrovaste anche nell’orbita-Fargetta: che effetto faceva? Quanto era “pericoloso” stare nell’ambito di quella che all’epoca era considerata dance commerciale?
Ero totalmente confuso su di me e sulla mia identità artistica. Se penso a me stesso in quel periodo, sarò onesto: mi vedo come uno in cerca di scorciatoie per arrivare al successo. Forse non eravamo nemmeno gestiti cosi bene a livello di management, non saprei… Ero inesperto, ma già ai tempi emergeva la mia doppia anima: da una parte ero totalmente ancorato e affascinato dall’indie, dall’altro volevo assolutamente mettere un piede nel mainstream. Negli anni Novanta e Zero, i confini erano più netti e pericolosi. Attraversarli era una battaglia, o addirittura qualcosa da non fare. Oggi mi sembra davvero tutto più contaminato. Per fortuna.
Nel 2006 entri a far parte del team Universal, nel ruolo un po’ “dietro le quinte” dell’autore e del produttore, cosa che sei ancora oggi e dopo aver inanellato dei risultati fantastici in tal senso. Nel momento in cui firmavi il contratto, pensavi già che sarebbe stata una esperienza così duratura, importante e decisiva? E quanto è stato difficile doversi focalizzare su questo ruolo?
È stato il lavoro più semplice e spontaneo del mondo. Il ruolo di autore mi ha tolto dalla pressione di “dovercela fare” in prima persona come artista, permettendomi di rilassarmi un attimo, dopo un decennio di tentativi spesso stressanti e frustranti. Non l’ho visto come un ripiego, sia ben chiaro, ma come una palestra fondamentale che ha resettato il mio ego e ha ricostruito le mie fondamenta in maniera solida e con i tempi giusti. Non ho mai pensato potesse durare cosi tanto, e non ho mai pensato che a un certo punto potesse diventare il lasciapassare per tornare protagonista in prima persona come Dardust. È stato tutto abbastanza miracoloso. Sebbene io abbia sempre la sensazione di dover fare ancora tanta strada, credo sia abbastanza incredibile essere riuscito ad avere una propria identità artistica, dopo essere stato percepito per anni come autore.
Se Wikipedia non mente, nel 2009 ti sei laureto in psicologia con una tesi su “Humour ed ascolto musicale”. Doppia domanda: questa laurea in psicologia quanto ti ha aiutato, nella tua carriera? Seconda domanda: già Zappa si chiedeva “Does humour belong in music”… qual è oggi, nel 2019, la risposta? Ed è diversa rispetto a dieci o trent’anni fa?
Mi ha aiutato di più andare in analisi per anni, che essere laureato in psicologia! Soprattutto nella gestione dell’ego degli artisti con cui ho lavorato per anni… Di fronte a tante personalità diverse e uniche, ho imparato passo dopo passo ad entrare in empatia con tutti e credo che questa sia stata un po’ la mia fortuna. Sul lato della psicologia dell’ascolto musicale, sicuramente la laurea mi ha insegnato a capire meglio i meccanismi dell’ascolto, questo sì. Lo humour è stato solo un pretesto per capire invece tutti gli altri effetti che si possono ottenere attraverso la musica e le dinamiche che si attivano in un ascoltatore. Lo humour appartiene alla musica? In piccolissima parte, e devi sapere farlo bene. Paradossalmente, è la cosa meno affascinante per me come “mood”: io ho bisogno di essere malinconico ed emozionarmi su altri fronti, quando scrivo e ascolto.
Hai flirtato spesso col mondo del teatro da un lato e dei musical dall’altro. Quanto sono diversi, come contesti, rispetto a quello prettamente musicale?
Il teatro ti insegna la cura dei dettagli: per me è stata un'esperienza formativa fondamentale. Se sbagliavo dizione in una parola, se sbagliavo di due centimetri la mia posizione in una determinata scena o un movimento, venivo richiamato e multato e questo sicuramente ha cambiato la mia forma mentis definitivamente. Credo che la differenza in ogni cosa, scusate la retorica, la faccia sempre la cura che metti nel dettaglio.
Il tuo curriculum come autore e produttore è impressionante, come si diceva. Domanda secca: quanto è difficile separarsi da una propria canzone, di cui magari ci si è innamorati, per darla ad un’altra persona?
Non avendo la vocazione come cantautore, è stato semplicissimo. Non mi dispiace separarmi dalle mie canzoni e farle viaggiare. Anzi, è esattamente l’opposto. Quando un brano resta nel limbo troppo tempo e non viene preso, vado in ansia e cerco di capire cosa non ha funzionato. Anche se a volte bisogna sapere aspettare.
Quali sono state le produzioni di cui, col senno di poi, sei rimasto più orgoglioso? Quali le più riuscite? E quali le più difficili da portare a termine?
“Soldi”, prima di tutto. Un brano nato cosi, velocemente, senza calcoli o congetture, che ha finito coll’essere miracolosamente unico, spontaneo e potente. E tale anche da racchiudere dieci anni del mio percorso artistico in varie sfaccettature, unendosi ovviamente al mondo di Mahmood. Il brano più difficile da portare a termine invece è il suo prossimo singolo che uscirà a breve. Soprattutto per la pressione di dover essere un follow up di una hit mostruosa come “Soldi”.
Tornerei invece sulla tua identità come Dardust, nata nel 2014 e che funziona un po’ come riaffermazione di te come artista più che come uomo “ai controlli”: è uno spin off, uno sfogo o ciò che sempre più col tempo dovrà diventare la tua identità principale?
La mia identità principale. Come qualsiasi cosa faccia non esistono sfoghi o spin-off nella mia testa. Se faccio una cosa, è semplicemente perché è fondamentale per me.
Dardust al pianoforte

Dardust al pianoforte

© Press Shot

Onestamente: cosa hai pensato quando ti è capitato di sentire le prime produzioni trap? Tu hai sempre avuto un approccio all’elettronica colto, legato anche agli anni ’90 (vedi l’omaggio ai Chemical Brothers nel nome d’arte), ma soprattutto complesso e ben rifinito. La trap invece musicalmente è immediatezza pura, ai limiti della grezza essenzialità: come ti ci sei relazionato? Come si è sviluppato questo rapporto, che alla fine è diventato talmente efficace da sfociare in collaborazioni vincenti con Charlie Charles, vedi appunto “Soldi” in primis?
La trap era il movimento musicale che aspettavo da tempo. Mi ha dato nuovi schemi e prospettive, e ha rinfrescato di molto la mia attitudine creativa. Mi ha insegnato che un provino o demo con poche tracce uscito fuori istintivamente può essere mixato e diventare gigante senza per forza passare attraverso mille considerazioni, sfumature, esperimenti e messe in discussione che spesso ti allontanano dall’idea originale, facendo perdere forza al brano.
Tramite gli artisti con cui collabori e che produci spesso e volentieri hai potuto vedere da vicino la macchina industriale e mediatica del pop: parere spassionato? Quanto è mefistofelica, quanto invece è divertente?
È mefistofelicamente divertente. Il pop è un calderone dove trovi di tutto, è impossibile da definire ed è difficile da captare. Sei tu che scegli quale delle sfaccettature del prisma cogliere e “riflettere”. Io mi diverto molto, e quando vado in burn-out lo maledico, certo; ma dopo una settimana senza, mi torna la carogna e rientro in studio…
Domanda finale: qual è la miglior collaborazione che non hai ancora fatto? E te lo chiedo sia come Dardust autore e produttore, sia come Dardust artista che sale sul palco in prima persona
Quella con Kendrick Lamar.