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Terruzzi racconta: Un GP in 3 parole | Giappone 2019

© Getty Images / Red Bull Content Pool
Di Giorgio Terruzzi
Un Mondiale, un mondo di storie: 21, come 21 sono i Gran Premi, raccontate dalla voce di Giorgio Terruzzi nella nuova stagione del podcast che ci accompagnerà lungo tutto il 2019 della Formula 1
Siamo al round 17, e siamo in un posto che trasuda storia e tradizione motoristica: Suzuka, Giappone. Un luogo su cui si possono raccontare mille storie, tocca scegliere e noi scegliamo di parlarvi di scherzi, di paura e di cornetti. Buon ascolto, buona Formula 1.
F1 · 13 min
Terruzzi racconta: Un GP in 3 parole | Ep. 17: Giappone 2019
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Per il Giappone ho un debole, da sempre. Per la sua cultura che richiede molto tempo per essere compresa almeno in parte, per quella cura che sta in molte cose, in moltissime persone. Per un modo di stare al mondo che mostra quanti possibili modi di stare al mondo esistono e quindi c’è poco da metterla giù dura con il proprio. Corse: tradizione e passione. Parole per raccontarvi il Giappone da Formula 1, queste: Scherzi, Paura e Cornetti.
"Scherzi". Per dirne serve tornare indietro nel tempo, tornare ad Ayrton Senna, che a Suzuka, pista giapponese tanto difficile quanto magnifica e pericolosa, vinse soltanto due volte, nel 1988 e nel’93, che a Suzuka ne combinò di tutti i colori con il suo doppio Alain Prost. Collisione, con rimonta e squalifica nel 1989, vittoria assegnata al nostro Alessandro Nannini, titolo vinto da Prost. Collisione volontaria con Prost al via del Gran Premio 1990, titolo assegnato ad Ayrton; gara dominata nel 1991 con vittoria lasciata a Berger. Abbastanza per far nascere presso i giapponesi una sorta di dedizione nei confronti di Senna, amatissimo allora come ora. Senna dunque anche se mi viene in mente, per inciso, che il trofeo vinto da Nannini in quel 1989, fu donato da Alessandro al mio amico Pepi Cereda che lo teneva in casa come un monumento. Vabbeh, ecco.
Scherzi. Perché tra i molti capitoli che segnarono l’amicizia tra Senna e Berger qualcuno riguardò proprio il Giappone. Dove Gerhard organizzò qualcosa che la dice lunga sulla sua vena artistica. Non ricordo esattamente che anno fosse. Ricordo però che Berger, con la complicità di alcuni ragazzi giapponesi che lavoravano nell’hotel vicino al circuito, fece riempire la camera di Ayrton di rane. Rane vive e vegete, raccattate nei prati attorno all’hotel e trasferite nella stanza del suo amico brasiliano. Ovviamente Senna andò fuori dai gangheri tornato nella propria camera. Ore per rintracciare tutte le rane, che nel frattempo si erano infilate ovunque, sotto il letto, dietro alle poltrone, in bagno…ovunque. Ayrton, quando ebbe finito il repulisti, cercò e trovò Berger che cenava tranquillamente al ristorante, lamentandosi della trovata. Stava lì, Ayrton, cercando di fingere di essere arrabbiato davvero per tutte quelle rane disseminate tra le sue cose quando Berger, sorridendo gli domandò: “Sì, va bene ma il serpente l’hai trovato?”. Senna: congelato all’istante. Per poi lasciarsi andare in una risata, al pari del suo amico.
1989: Senna, Mansell, Berger e Prost in fila indiana
1989: Senna, Mansell, Berger e Prost in fila indiana
Non c’era mai stato alcun serpente, ovviamente, ma la battuta di Gerhard offre la misura di un certo genio goliardico e servì a togliere di mezzo ogni tensione in un istante.
Per me è sempre dolce e piacevole ricordare quei tempi, persone così. Stanno dentro i miei ricordi come pepite. Piloti che sanno mostrarsi come persone, che manifestano i propri sentimenti, che sanno giocare con la vita dentro una dimensione sempre connessa al rischio, al pericolo. Ma anche figure di una avventura indimenticabile, vicine a me per anagrafe tra l’altro, quindi vicine per sempre. Chi è rimasto, come Berger, chi è volato via come Ayrton, presenti entrambi come formidabili compagni di viaggio.
"Paura", la seconda parola. Che a proposito del Giappone può avere molte declinazioni. Paura del terremoto, per esempio. Ci assalì tutti, molti anni fa, mentre stavamo in sala stampa a lavorare. Una scossa molto forte, con i lampadari che presero ad ondeggiare sopra di noi, tutti fuori di corsa, senza sapere dove andare esattamente, in attesa del peggio o di un assestamento. Finì tutto nel giro di qualche minuto mentre venivamo rassicurati: niente paura, è passato, sono cose che capitano qui. Gesù…
Paura, però, in questo caso porta ad un momento preciso. Porta indietro al 1976, quando si correva al Fuji, quando Niki Lauda nel mezzo di un nubifragio rientrò ai box poco dopo il via per rinunciare. Non solo a correre ma a vincere il suo secondo titolo mondiale. Ebbe paura, Niki. E con un coraggio solo suo lo disse. Basta, stop. Lasciando a James Hunt la possibilità di conquistare il titolo, cosa che accadde per un pelo, tra l’altro. Terzo dietro Andretti e Depailler, campione per un punto soltanto su Lauda. Il tutto nell’anno di quel tremendo incidente al Nurburgring, con un recupero prodigioso che comunque aveva già segnato la stagione di Lauda.
Per molto tempo speculammo un po’ tutti a proposito della decisione di fermarsi presa da un pilota abituato a colluttare con il rischio. È difficilissimo che un campione ammetta di avere paura e quel gesto resta nella storia come un caso unico, come una dimostrazione di forza strepitosa manifestata in un momento di debolezza. Io stesso ho pensato per molto tempo che la decisione di Lauda contenesse una ripicca nei confronti di Enzo Ferrari, il quale aveva ingaggiato Carlos Reutemann dopo l’incidente del Nurburgring. Una mossa che Niki non aveva mandato giù affatto, certo com’era, a differenza di Ferrari, di chiunque, di riprendersi in tempi fenomenali: 42 giorni per passare dalla morte alla pista, di nuovo, rientro a Monza con un miracoloso quarto posto.
Enzo Ferrari con Niki Lauda
Enzo Ferrari con Niki Lauda
Conoscendo la personalità di Lauda era pensabile che in quella rinuncia al Fuji ci fosse anche un sotterraneo desiderio di vendetta: perdo io ma perde anche la Ferrari. Però questa teoria è sempre stata smentita da Niki. Il quale ha raccontato una versione molto più semplice: paura, appunto. La sensazione di dover correre in una condizione troppo pericolosa per un pilota razionale come lui, per di più reduce da una esperienza così dolorosa. Quindi nel bilancio di Lauda, non ci sono soltanto i tre titoli mondiali vinti con Ferrari, nel 1975 e ’77, con McLaren nell’84. C’è questo Mondiale 1976 perso per una rinuncia volontaria che, per molti versi, vale di più di ogni altro. Un segno indelebile nella storia delle corse, tra i molti tracciati da Lauda che per me resta tra le personalità più rilevanti incontrate nella mia vita. Non soltanto in pista. Ovunque. Ciao Niki.
Terza parola: "cornetti". Che poi va intesa come traduzione italiana di croissant. Per spiegare, però, tocca fare un giro nella memoria. Ma sì, perché se penso ai primi anni di trasferte in Giappone mi viene da ridere e nello stesso tempo da piangere. Suzuka non è Tokyo, è un piccolo centro a sud della capitale, a sud di Nagoya. Nessuno che parlasse inglese, nessuna indicazione comprensibile, un disastro per noi che arrivavamo in treno sino a un certo punto e poi chissà. Ricordo tassisti che restavano immobili per ore nell’auto, senza capire dove dirigersi, senza manifestare alcuna insofferenza per noi, seduti dietro nel taxi fermo. I cellulari non esistevano ancora e non c’era verso di comunicare in modo efficace, servivano ore per raggiungere l’albergo.
I ristoranti proponevano menù in giapponese, ridevano i camerieri mentre tu indicavi a casaccio qualche riga misteriosa della lista con la speranza che arrivasse un piatto gradevole. Per me, divertente perché sono curioso, non ho allergie particolari e mi diverto a sperimentare cibi mai assaggiati. Vagavo per Yokkaichi, una località vicina al circuito dove spesso ero alloggiato, o per Suzuka, entrando in ristoranti scelti a caso, certo di far sorridere il personale che solo successivamente decise di utilizzare le fotografie dei piatti per dare una idea all’avventore. Ma per altri la situazione era più complicata. Colleghi che non amano sperimentare a tavola, abituati a seguire i gusti del proprio paese, per nulla disposti a tuffarsi in quei misteri culinari giapponesi.
Per molti di loro la salvezza era rappresentata da una panetteria francese aperta stabilmente nel Luna Park che circonda il circuito. Una boulangerie vera e propria, gestita da giapponesi ma fedelmente ancorata alla tradizione francese. Baguette, ovviamente e soprattutto ottimi croissant. Altrimenti detti cornetti o brioche. Per qualcuno una manna. Ho visto giornalisti, meccanici, fotografi vivere di croissant per giorni. Ne acquistavano una decina raggiungendo a piedi la pista e con questa riserva andavano avanti tutta la giornata. Salvi, secondo loro, sul fronte alimentare. Tristissimi secondo me, mentre li immaginavo a trangugiare croissant nella loro cameretta la sera.
Cameretta, proprio così, perché le stanze d’albergo in Giappone sono minuscole, roba che non sai nemmeno dove mettere la valigia, magari davanti a una tele che trasmetteva previsioni meteo a nastro, partite di baseball o altre amenità del tutto incomprensibili. Meglio buttarsi nei vicoli del villaggio, altrochè. Con qualche sorpresa strepitosa. Un teppanyaki, vale a dire carne, verdure e gamberi cucinati sulla piastra davanti a te; ristoranti specializzati in yakitori e cioè spiedini prevalentemente di pollo, ramen o ravioli… insomma, di tutto, mentre da noi qui il sushi non era ancora così popolare. E in effetti, laggiù, erano pochissimi i ristoranti dediti al sushi. Trovarli, poi, quasi impossibile, soprattutto domandando a qualche passante che parlava, parlava gentilissimo, convinto povera stella, di riuscire a farsi capire.
Giappone: un paese straordinario proprio per questo. Perché le radici della cultura chiedono tempo e attenzione vista la diversità enorme dalle nostre. E pur essendoci stato molte volte, vorrei trasferirmi là per mesi, per anni, sperando di comprendere un po’ meglio una ricetta del vivere così particolare, così lontana e dunque interessante.