Ombrelline, ne faremo a meno?
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F1

Terruzzi racconta: All’ombra dell’ombrellina

La polemica sulle ragazze in griglia è il segno che la F1 offre pochissimo per costruire un racconto
Di Giorgio Terruzzi
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Questa storia delle ombrelline è diventata noiosa come il ritornello di una canzone estiva. Possiamo fare senza? Direi di sì. Delle ombrelline e di una polemica gonfiata. Dalla penuria di temi più rilevanti. Da un cliché per molti versi superfluo e superabile. Non voglio tornare nel merito della discussione. Piuttosto mi pare un po’ deprimente dare una importanza così rilevante a un elemento di puro contorno, antiquato pure quello (ma sì, dai, l’immagine è propria di una cultura maschile e maschilista), che segna di rimbalzo l’entità di una crisi. Come se persino un orpello del genere (gradevolissimo o superato, non importa) fosse funzionale al senso, al significato, alla rilevanza del resto. Che poi sarebbe la corsa, sarebbero le corse, la Formula 1.
Le signorine della griglia sono pregate di accomodarsi all'uscita

Le signorine della griglia sono pregate di accomodarsi all'uscita

© GEPA pictures/ Felix Roittner

Se avessimo a che fare con un universo elettrico ed entusiasmante, la presenza o meno delle ragazze sulla griglia verrebbe trattata di conseguenza. Nulla di decisivo. Invece, persino questa coreografia assume significato massimo, come se tovaglia e tovaglioli fossero importanti quanto il pasto. La qual cosa fa pensare che molto sia dovuto alla qualità del pasto medesimo. Se è scadente, beh, che siano d’argento almeno le posate. Una consolazione che non cambia il segno della digestione. Il conto: salato comunque. Il cibo: non adeguato.
Non solo: in questa levata di scudi a favore del mantenimento delle girls leggo un attaccamento a qualunque immagine capace di rinviare a una tradizione. Ci sono sempre state? Perché eliminarle? Il che è vero, così come ci sono sempre stati i piloti, i “cavalieri del rischio”, le macchine e i motori. Solo che i cavalieri del rischio, questi, sono ragazzini cupissimi e riservati, sono campioni stitici (salvo rarissime occasioni), sono personaggi egocentrici e spesso egoisti. Solo che le macchine sono tutte uguali, tutte perfette, tutte costosissime, tutte governate da una tecnologia quasi infallibile. Solo che i rumori sono attutiti, parenti lontani di ciò che sta nella memoria.
Morale: penso che la Formula 1 di oggi viva soprattutto di rendita. Cioè sulle immagini, le emozioni, le storie della F1 che fu. L’affezione da qui viene. Da una memoria romantica che attende di essere rilanciata, pur con qualche dubbio che tutto ciò possa davvero accadere. Non a caso il problema è come fare per coinvolgere un pubblico giovane, formato da persone che non hanno ricordi di ciò che questo sport è stato ma solo presente, passato prossimo, nulla di trascendentale e quindi non abbastanza per considerare un GP come uno spettacolo eccitante. A loro, ai ragazzi e alle ragazze di oggi, credo che questo dibattito sulle ombrelline non sia del tutto comprensibile. Hanno altro cui pensare, altro da fare, altri divertimenti, in tema di sport estremi.
In questo senso la mossa di Liberty Media, certamente sintonizzata su un costume che è cambiato e si spera evolva ancora, mi pare minutaglia. Periferico rispetto al nodo centrale, vale a dire cosa può offrire questo sport per proporre oggi un godimento simile a quello che ha prodotto ieri. Su basi diverse, ovviamente, moderne e gradevoli oggi. Poca roba. Non muta il regolamento tecnico, non sembra possibile invertire una tendenza che ha richiesto e richiede peraltro spese folli. La qualità delle corse riguarda le corse. Non il contorno. Chi si annoia, chi non trova storie e personaggi, chi non si emoziona, pone una questione che la presenza o meno delle ombrelline non cambia di una virgola. Faremo senza? Ma certo. Il problema, insoluto, è “fare con”. Con qualcosa di più utile, moderno e in sintonia con le aspettative di chi guarda la Formula 1 oggi.