Giorgio Terruzzi
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Carlo Pastore intervista Giorgio Terruzzi

Quattro chiacchiere in occasione dell'uscita di Atlante sentimentale, un viaggio letterario attraverso 40 storie e 40 luoghi
Di Carlo Pastore
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“Fenicotteri rosa che ciondolano come star del cinema a bordo piscina”. “Un sorriso largo come un campo da arare”. “Le deviazioni sono ipotesi sterrate”. Eccole, sinuose e icastiche. Sono solo alcune delle immagini che si ergono come canti di sirene dalla prosa densa e compatta di Giorgio Terruzzi in “Atlante sentimentale”, l’ultimo libro del giornalista e scrittore che siete soliti ascoltare e leggere su RedBull.com in fatto di Formula 1. Un viaggio italiano diviso in 40 capitoli brevi, 40 tappe; condiviso con tutti noi.
Conosco Giorgio da tempo e lavorare con lui è come conoscere la fotografia di Basilico: ti insegna a guardare con occhi diversi. Una volta lessi “Coppi e Bartali” di Curzio Malaparte, in cui definiva gli inviati al Giro d’Italia “coloristi”. I più bravi, i più letterati. Coloro, insomma, in grado di trasformare una gara di ciclismo in un’epopea eroica. Ho sempre pensato che Terruzzi fosse capolista di questa categoria. “Fare questo mestiere all’epoca era straordinario”, commenta, “potevi buttarci dentro un po' di fantasia per gonfiare un'immagine”.
In “Atlante sentimentale” c’è il tentativo di salvare qualche pezzo del nostro Paese che ci siamo persi un po’ dietro. Ci sono personaggi che hanno fatto la storia, talvolta senza che la Storia ufficiale se ne sia accorta. Ci sono storie. Quelle che sono come la fortuna: le incontri se le vai a cercare. Lo agguanto per parlarne in una tarda mattinata milanese. È inutile precisarvi che in questo libro e questa intervista non troverete alcun riferimento a calciatori o pagelline. C’è un tempo per ogni cosa, ed ora è tempo di partire.
Chi fugge, chi scopre, chi per dovere. Che tipo di viaggio è quello di “Atlante sentimentale”?
La pandemia ha fatto riemergere l'ipotesi di muoversi sul breve, una modalità sorprendente e certe volte entusiasmante. Basta pochissimo per fare un viaggio interiore della Fantasia, delle emozioni. Lo spunto mi è venuto stando ad aspettare una persona sotto casa di Eugenio Montale a Milano, in via Bigli, dove c’è una targa che lo ricorda. Saranno passate duecento persone in un’ora e nessuno che si sia fermato un attimo a guardare. Allora, mi sono detto, in questo tempo che è così istigante alla velocità, certe volte rallentare e guardarsi attorno determina la velocità dell'immaginazione.
L’invito al viaggio è una sorta di invito a rallentare, quindi.
Sono un appassionato degli indizi metropolitani urbani. Certe volte abbiamo vicino una traccia di un volo magnifico alla quale attaccarci per poi trovarci dentro qualcosa che ci riguarda. Forse si può fare, mi son detto, e ho messo in piedi un vero viaggio italiano in cui toccare tutte le regioni. Ho fatto un'indagine tra le tantissime e possibili storie, le ho scelte e sono partito.
Come hai trovato il nostro Paese?
Più vivace in provincia che in città. Ci sono comunità vive, realtà fatte da persone di cui non si sa nulla ma che sono presentissime, che connettono figure. Ecco, mi sembra un paese lontanissimo dalla comunicazione che si fa. Con dentro una saggezza da ignoranza alla quale aspiro.
Inizi e finisci a Milano: “un posto della Madonna, anzi, della Madunina”. Sei milanese da generazioni, raccontaci la tua città.
Io sono un appassionato di Milano, una città che ha dentro un cinismo che maschera una capacità di accoglienza molto rilevante. Che ha ancora qualche anfratto magico pieno di storie e di vita. Sono un po' condizionato dall’aver vissuto la carica di energia straordinaria degli ‘70-‘80, quando c'erano un sacco di figure memorabili - nel design, nell'architettura e nella fotografia - che hanno fatto delle cose davvero importanti. Sempre però con un piede sul marciapiede. Mi è sempre piaciuta questa relazione con il basso, il chissenefrega.
E oggi?
Mi piace un po' meno. Anzi penso che adesso abbiamo una reputazione che è un po' un luogo comune rispetto ad una realtà piena di contraddizioni. Viene sempre citata come esempio ma non è così. Un conto è l'affetto e la riconoscenza, la comodità di avere addosso un abito che ti va bene, un altro sono i ragionamenti sull’oggi e sul domani che sono un po' più critici e complessi.
Giorgio Terruzzi
Giorgio Terruzzi
“Ispirati, dotati, avvinti. Affamati”, come scrivi. La caratteristica dei personaggi che troviamo in questo libro.
Sono fantasmi della memoria. Figure che le nomini e dici “ah, sì”, ma magari non sai che cosa c'è dietro, e dietro c'è spesso un'avventura personale formidabile. Una storia di emancipazione, di coraggio o di fede. A me piacciono quelli che si battono per, anche se ciò per cui si battono parte con un presupposto che non condivido. A me piacciono i Guareschi e i Don Milani. O i Fratelli Bandiera, che sono che sono stati due Che Guevara naif. Se leggi la loro storia capisci subito che va a finire male: però ci provano e si dannano per un pezzo della nostra libertà. Mi piacciono quelli che si sono battuti a fondo perduto, magari perdendo la loro partita, ma che ci credevano.
L’impressione è che tu sia molto affascinato dal primo Novecento. Che peraltro è l’epoca dell’esplosione dei motori, dell’idea di velocità.
Il timbro che ci portiamo dietro: eravamo nel silenzio dei campi arati, ad un certo punto è partita una ritmica jazzistica che ci segna ancora oggi. Le storie del Novecento nascono spesso da povertà o da fame, da un sogno, un desiderio, un azzardo straordinario. Vanno trattenute e raccontate ai nostri figli, hanno dentro qualche pepita che è un peccato dimenticare. Sono affascinato da figure che toccano un nervo, cioè che nella loro avventura manifestano qualcosa che ha a che fare con un nodo o un dilemma della nostra esistenza.
Un esempio: Corradino D'Ascanio, uno che voleva costruire l’elicottero ma nel frattempo ha inventato la Vespa con la mano sinistra.
In quella storia ci sono perlomeno 10 colpi di genio.
O le donne che hai scelto, come Maria Montessori o Luisa Spagnoli. Storie pazzesche. Da giornalista non senti addosso la richiesta di maggiore diversità e inclusione?
Questi sono conformismi da cui sto alla larga. Non ho fatto una scelta in base al genere o al sesso. Sono tutte storie diverse tra loro ma che hanno una valenza, un significato. Io non ho un problema di discriminazione nella mia storia, nella mia vita, nella mia cultura, nella mia maniera di stare al mondo, quindi non ho bisogno di fare finta che sia diverso.
Quindi non hai voluto pensare il libro diviso in – diciamo – quote.
Mi sembra una mortificazione. Forse se fossi una donna non me ne fregherebbe niente, nel senso che ci sono quelli bravi che sanno fare una cosa e che sono competenti, e quelle brave che sanno fare una cosa e che sono competenti.
Potremmo indicare questo tuo modo di rispondere come una miopia rispetto al problema strutturale. Fissare quote per legge potrebbe aiutare a normalizzare la situazione.
Spesso diventa una parvenza che sostituisce i fatti. Una compagnia aerea che decide di non usare più “signore” e “signori” perché sessista fa ridere. Parliamo delle hostess o degli steward, e di chi fa che cosa nel mondo: abbiamo ancora le vallette in tv. Un conto è ristrutturare davvero e cambiare davvero le cose, nelle famiglie e nelle aziende; un altro attaccarsi ai cavetti – al non dire più maschi e femmine - per mostrare al mondo d’essere evoluti ed emancipati. Se entri nel merito sul serio le quote rosa diventano un problema secondario; se invece rimani in superficie continui a discriminare mettendoti a posto la coscienza con le quote rosa.
Ondina Valla.
Parliamo sempre di Jesse Owens (atleta statunitense che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 vinse quattro medaglie d'oro e rovinò i piani propagandistici del Führer, NdR) ma Ondina fu la prima donna italiana medaglia d’oro nello stesso anno. In quel tempo, le donne dovevano stare a casa a fare i figli, così si pagava le trasferte da sola. Il fascismo era ambiguo in tal senso: c’era il vanto che anche loro vincessero medaglie, dall’altra invece il Vaticano e il fascismo assieme che teorizzavano che il corpo femminile a fare sport si sciupasse. Insomma, un’arretratezza rilevante, della quale se n'è fregata altamente la signorina Trebisonda Valla detta Ondina. Questa qui ha fatto la mamma, la nonna e vinto medaglie senza sciupare niente. Una storia di emancipazione autentica.
Giorgio Terruzzi, Pino Allievi e Stefano Nicoli: A ruota libera
Giorgio Terruzzi, Pino Allievi e Stefano Nicoli: A ruota libera
Un’altra cosa interessante da rileggere attraverso gli occhi di oggi: il bagno di Trieste con il muro che divide gli uomini dalle donne.
Singolare che sia in una città segnata dalle divisioni nazionali, dai muri. Amatissimo dai triestini che lo considerano un'invenzione in grado di dare pace. Ho incontrato una coppia di sessantenni, la signora mi dice: “ma io vivo da 40 anni con questo qua, almeno al mare sto con le mie amiche, che bellezza!” Come dire: avere un’oasi in comune accordo di indipendenza. Un'immagine di armonia straordinaria, a proposito di forma e sostanza.
Non parli molto di te. Per capirti meglio, bisogna cercare nelle storie degli altri che scegli.
Non è il mio viaggio, è un invito al viaggio di chiunque. Nel percorso ho incontrato personaggi che offro a tutti: a Termoli c'è una targa di un signore, un marinaio italiano morto a Pechino nel 1900 per difendere l'onore della patria. Ma chi era questo? Cosa ci faceva? Sono andato a cercare. Non l’ho messo nel libro, ma ecco che sono partito un’altra volta.
Quando hai capito che avresti voluto raccontare storie nella tua vita?
Abbastanza presto, ho avuto una sorta di vocazione precoce sulla scrittura. Un modo che poi è diventato un privilegio: Euro Disney, un mondo pieno di cose da poter perlustrare per raccontare. Con abbinate le immagini, perché credo che il mio modo perfetto di raccontare sia di farlo con un fotografo. La fotografia è come la parola scritta rispetto alla parola detta. Ti dà il tempo di sostare, di introiettare, di guardarci dentro e metterci dentro quello che vuoi tu.
Usi spesso, anche nel libro, la parola privilegio, che oggi è rilevante e spesso abbinata all’aggettivo “bianco”. Ricordo una volta che mi dicesti: “quando ero piccolo volevo regalare tutto ciò che avevo”. Presumo che le due cose siano collegate, relativamente alla tua estrazione sociale.
È un privilegio poterlo fare, questo lavoro. Il mio compagno di banco - che poi è stato mio compagno di vita fino a quando è morto, purtroppo troppo presto – era il quattordicesimo figlio di una famiglia poverissima. È stato il mio controcampo più utile perché mi faceva vedere una parte del mondo che altrimenti non avrei mai visto. Un conto è dare dieci euro a Emergency, un conto è mettere le mani dove stanno i problemi. Ho sempre rispetto e ammirazione per chi lo fa.
Scopro da questo libro che hai passato i tuoi anni universitari a Bologna: “in lotta per fede, per convenienza, per foga. In pausa da un esame”. Com’era il Terruzzi studente?
Studiava. Tantissimo. Ho avuto due figlie che sono state a Bologna molto dopo di me. Camminando con loro mi sono accorto che non ho passato molto tempo in giro a fare il pirla. Non potevo permettermelo. Mio padre era un imprenditore e voleva che lavorassi con lui, io invece feci una scelta opposta. Il problema con lui fu serio per molto tempo e non volevo dargli alcuno spunto di ragione.
E Bologna?
All’epoca in città c’era gente fuori controllo, armata, trasportata da un ideale serio. Ragazzi che hanno patito la sconfitta storica, gente che dall’entusiasmo di una possibile rivoluzione è finita nell’eroina. Il corpo docenti era straordinario: studiai con Gianni Celati, Luigi Squarzina e Umberto Eco. Ho una memoria vivida: lo spartiacque fu il caso Moro, si passò da un momento di grande intensità a uno stordimento per cui facevi fatica a recuperare la leggerezza e il divertimento, l’amore. Sono stati gli anni della vera formazione.
Chi ti ha ispirato e formato di più?
Walter Bonatti, che mi ha fatto vedere e conoscere il mondo. Ercole Colombo, con cui ho cominciato come fotografo: ero il suo assistente, il suo muletto. Beppe Viola, per la scrittura, incontro fondamentale non solo professionalmente ma anche affettivamente: lui aveva quattro figlie, io avevo vent’anni, mi ha un po’ adottato e portato dentro quella Milano che era un fuoco artificiale. E poi lavorare in F1 ti insegna, ognuno è il più bravo lì dentro.
Cos’è la nostalgia per Giorgio Terruzzi?
La memoria dell’innamoramento primo, di quella freschezza che conservo perché per certi versi non invecchio, ma per altri sì. Il rifugio di montagna, dove arrivi di notte dopo una faticata con i tuoi amici, e stai nel sacco a pelo al buio, e parli e butti fuori senza remore e senza filtri, metti in comune la tua anima. Quella roba lì.
Cosa ti spinge ancora oggi ad avere ancora speranza negli esseri umani, a cercare ancora storie?
Mentre noi guardiamo ancora i talk show, là fuori c’è un’umanità commovente.
Cos’è il successo per te?
Io sono d’accordo con il mio amico Gherardo Colombo: andare a letto serenamente la sera, però dopo aver fatto la tua parte. Certo che devi guadagnarti il pane, ti serve per stare meglio.
È quasi agosto. Invitaci a viaggiare. Perché dovremmo?
Uno dovrebbe viaggiare perché si libera e riempie. Butta via, svuota, e si riempie di qualcosa che conta. Avrei potuto fare quaranta storie a Milano: ogni città ha storie trascurate. Il viaggio non lo misurano i km, ma la profondità dell’emozione, la curiosità, i sentimenti che individui in una storia altrui, in una avventura vicina. Invito al viaggio è un invito a provarci. A lasciare andare anche le abitudini e le consuetudini mentali, a uscire dal comfort, ciò che rassicura, per avventurarci senza essere giudicanti dentro una storia diversa.