F1

Terruzzi racconta: Didier Pironi

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Era biondo, era ricco, un bel ragazzo. Forte, veloce, ma annodato a un destino tragico
Di Giorgio TerruzziPubblicato il
Era biondo, era ricco, un bel ragazzo. Di quelli fatti su misura per la ribalta. Forte, veloce. Annodato ad un destino tragico e per questo ricordato da appassionati di lungo corso o soltanto vagamente noto a chi è nato dopo il sipario. Didier Pironi è morto in mare il 23 agosto 1987. Una gara di motonautica. L’offshore ribaltato tra le onde a 170 orari, al largo dell’Isola di Wight. Nome del motoscafo: Colibrì 4. Aveva 35 anni ed era quello l’ultimo sistema rimasto per continuare a correre, a sguazzare in una adrenalina a quel punto necessaria. Il capitolo precedente, il penultimo, data 1982. È un anno nerissimo per il rosso Ferrari. Pironi, dopo la morte di Villeneuve in Belgio, sta provando ad Hockenheim per il Gran Premio di Germania. 
È lui il candidato più serio alla conquista del Mondiale. Piove. Sabato mattina. Didier segue la Williams di Derek Daly nel lungo rettilineo che porta al Motodrom. Daly scarta di lato, Pironi crede che voglia lasciargli il passo. In realtà l’inglese sta superando la Renault di Alain Prost che procede lentamente. Pironi centra Prost in pieno, la Ferrari decolla e cade in picchiata. Ai soccorritori la scena che offre l’incidente appare agghiacciante. Le gambe di Pironi sono letteralmente spappolate, così come l’intera parte anteriore della sua macchina. Pironi verrà salvato, verrà trattato, operato molte volte per evitare l’amputazione. Non riuscirà a correre in macchina mai più: due tentativi con AGS e Ligier, 1986 per comprendere di dover rinunciare, definitivamente.
Didier Pironi - Hockenheim 1982, Crash and Recovery
Andiamo indietro ancora, sempre 1982. Villeneuve che muore in prova a Zolder, l’8 maggio; Villeneuve che lotta con Pironi pochi giorni prima a Imola. Dove Didier supera Gilles e vince. Dove Gilles comprende di avere a che fare con una amicizia finita, alla fine del suo rapporto con la Ferrari. Dove Villeneuve comincia a morire.
Compagni, infatti, pronti a fare bella coppia sino al giorno precedente. Destinati a lottare per vincere il titolo. Un titolo che la Ferrari, in quel tragico 1982, perderà. Morto Villeneuve. In ospedale Pironi. Chiamarono Patrick Tambay che rischiò di andare a vincere pure lui, pur partendo in ritardo; che si fermò pure lui per una tremenda infiammazione nervosa al collo. Chiamarono Mario Andretti che riuscì a conquistare una pole, immediatamente, a Monza, per dire quanto fosse veloce quella rossa. Macchè, titolo a Keke Rosberg, vincitore di una sola gara.
Fu dunque un epilogo lungo e cattivo, a fissare la carriera di Pironi in un’orbita penosa. Opposta alla luce dei primi passi, dei primi chilometri. Francese di Villecresnes, nato il 26 marzo 1952, padre friulano, emigrato dalla provincia di Gorizia, campioncino di nuoto, bambino prodigio del motorismo francese, intelligente, sveglio. Volante Elf 1972, campione di F. Renault 1974, campione di F.Renault Europa 1976, in Formula 1 dal 1978, Tyrrell la prima macchina; Ligier per la prima vittoria, in Germania, 1980. Una serie di lampi sufficienti per portarlo a Maranello. Sembrava un predestinato, un ragazzo toccato dalla buona sorte, era già lui il pilota scelto per la Ferrari del futuro e questo, credo, abbia cambiato qualcosa, ponendo l’ambizione sopra ogni altro sentimento. Autorizzato a farlo da chi attorno a Enzo Ferrari si muoveva allora, Marco Piccinini in primo grado.
Il bilancio contiene così molte tristezze, un peso che Pironi si portò addosso sino alla fine. Senso di colpa, amarezza, dolore fisico, una disperazione perfetta per continuare ad accelerare, in mare questa volta, al punto da fare pensare ad una inconscia ferocia distruttiva. Era andato in fumo il suo matrimonio, squassato anche dai pettegolezzi, conseguenti a quell’incidente in Germania. Aveva una compagna quando scomparve tra le onde. Il suo nome: Catherine Goux. Poco dopo la fine di Didier nacquero due gemelli. I loro nomi: Gilles e Didier. Mi sembrò una delicatezza preziosa, il primo segno felice dopo una serie inguardabile di ombre scure. Due bambini, due nomi, in memoria di una amicizia perduta, di un rimpianto da addolcire.