F1

Terruzzi racconta: Gilles Villeneuve

© [unknown]
Era il 1977, era Silverstone, era l'esordio di un pilota nato per stupire. E per essere amato
Di Giorgio TerruzziPubblicato il

Occhio a quel bambino!

Vedo Silverstone, con quei tratti che ha, profumati di erba, di legno vecchio, di legno umido, e ricordo Gilles Villeneuve, al debutto qui, in Formula 1. Era il 1977 ed era il Gran Premio d’esordio anche per la Renault Turbo, gialla e nera. Lui, McLaren, veloce subito. Stavo lungo la pista per le prime prove e mi domandavo chi diavolo fosse, con quel casco là, blu e rosso, così agganciato all’asfalto sin dal primi metri. Lo rividi a fine anno in Canada, a Mosport. Niki Lauda aveva appena vinto il suo secondo Mondiale, aveva litigato ferocemente e definitivamente con il vecchio Enzo e se ne era andato al tramonto del giovedì. Lui ed Ermanno Cuoghi, il suo fedelissimo capomeccanico, licenziato in tronco non ricordo se via telex o telefono.
Gilles comparve a sorpresa, in anticipo su un ingaggio sorprendente che avrebbe dovuto portarlo sulla Ferrari l’anno successivo. Indossava un giacchino scamosciato marrone e c’era Joanna con lui, materna e subito preoccupata dalla vista di quel panorama, dal dente del suo trampolino. Un ragazzino, del resto, minuto, anche se aveva già 27 anni. Un passerotto non proprio pronto, così a prima vista, per quella guerra che lo aspettava.
Gilles con il Drake
Gilles con il Drake
Ero con il mio primo maestro, Pietro Rizzo, inviato a quel tempo per la Gazzetta dello Sport (mentre io collaboravo con La Stampa), presi nel contempo da un qualche istinto protettivo e il sospetto che dietro le sembianze del cucciolo, covasse qualcosa di potente. Covava, oh, sì, altrochè, come capimmo un po’ tutti. Non subito, ecco: subito sembrò un azzardo totale. Servirono mesi e corse, i primi devastanti incidenti, perché imparasse davvero a liberare quei gesti suoi, impastati nel talento e in un coraggio devastante. Ma, insomma, il passerotto diventò rapidamente Gilles Villeneuve. Un pilota destinato a stupire, con una propensione distruttiva buona per un festival di presentimenti.
Non solo, però. Ma no! Il tocco del fuoriclasse per vincere quando nessuno pensava potesse, si potesse. Montecarlo, con il primo turbo Ferrari e subito dopo Jarama, Spagna, tenendo dietro una muta di cani rabbiosi. Anno: 1981. E poi disciplinato e leale nei confronti del suo amico e compagno Jody Scheckter, campione del mondo 1979, con Gilles mai preso da eccessi di antagonismo. Pensava di rifarsi, ne aveva tempo e certezza. Invece il suo tempo stava già per finire, malamente così, con un compagno che stimava e che sembrava un traditore, Didier Pironi; con una squadra che non era riuscita a tutelarlo, la Ferrari. Quella di Marco Piccinini, factotum e non proprio limpido nei movimenti.
L’incidente di Zolder, 8 maggio 1982, conteneva un conato di rabbia, generato a Imola, pochi giorni prima, quando Gilles era convinto di dover vincere mentre a vincere fu Pironi. Non era sereno, macchè, a casa e in pista, non più. E la morte mostrò gli stessi segni devastanti e clamorosi del suo incedere in pista, sempre. Ruote colpite, musi divelti, controsterzi da urlo, quel combattimento all’arma bianca con Arnoux a Digione, 1979, che resta champagne da corsa, una prelibatezza rarissima e indelebile.
Forse un po’ tutti avevamo conservato in un angolo ombroso dell’anima la percezione di una fine già stabilita, esposta e dolorosa, come accadde, in effetti, in quel volo ultimo e spaventoso in Belgio. Ma chi tocca le corde dell’anima, della passione, del sentimento, lascia un vuoto enorme quando va via. Così, di Gilles Villeneuve ricordiamo e ricorderemo sempre, presi ancora oggi dalla fragilità di un bambino spericolato e dalla prepotenza di un pilota velocissimo. Batteva record del mondo in continuazione, sul giro, sui quattro centimetri, sulle strade che collegano Montecarlo a Maranello, su motoscafi motorizzatissimi, sopra elicotteri che guidava seguendo i disegni delle strade sotto di lui. Un discolo, una teppa. Con un piccolo bambino al fianco, di nome Jacques, pronto subito a rincorrere quel babbo così forte, così fragile, così amato. Ciao Gilles.