F1

Terruzzi racconta: Lorenzo Bandini

Come un fratello maggiore, simbolo di un tempo colmo di energie e sogni collettivi
Di Giorgio Terruzzi
3 minuti di letturaPublished on
Lorenzo Bandini

Lorenzo Bandini

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Dolce e amaro

Il suo viso sorridente, semplice e lindo, compare e ricompare nella mia memoria. Da quando, ragazzino, lo spiavo nei momenti in cui andava in visita alla Scuderia Centro Sud, che poi era una bellissima villa nei pressi del parco di Monza. Elegante perché semplice, con la sua Margherita al fianco, bella e giovanissima anche lei. Così, racconto qui con piacere e malinconia di Lorenzo Bandini, protagonista di una avventura magnifica e struggente nel cuore degli anni Sessanta.
Era nato in Libia, a Barce, il 21 dicembre 1935, quando la Libia era una colonia italiana. Non ricco, meccanico, da ragazzo, in Italia, con trasferimento a Milano, 1950, per lavorare nel garage del signor Goliardo Freddi. Il babbo di Margherita, appunto, sua futura moglie. Una bellissima signora ancora oggi, mentre cammina sulla vita con quella ferita, un dolore che non va via. Lorenzo, per dire a chi non sa, è giovane, non può ricordare, era come un fratello maggiore, un figlio tenero, una persona cara. Per questo facemmo in tanti il tifo per lui. Compreso Piero Ferrari, figlio di Enzo, che ancora oggi si ritrova con qualcosa in gola a sfiorare l’argomento. Perché Bandini, dopo gavetta tipica, tra Formula Junior, Mille Miglia, pane, salame e qualche frustrazione, arrivò in Formula 1, debutto in Belgio, 1961.

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[Bandini, Il campione amato dalla gente]

Mimmo Dei, Scuderia centro Sud, come detto. Abbastanza per segnalare di essere pronto, addirittura per una Ferrari. Formula 1, Sport e Prototipi, con una memorabile vittoria alla 24 Ore di Le Mans 1963, in coppia con l’altra metà del firmamento italiano, Ludovico Scarfiotti. Nel Mondiale piloti vinse una volta soltanto, in Austria, 1964, anno in cui il suo capitano, John Surtees, conquistò il titolo.
Continuava a fare cose grandi con le macchine a ruote coperte, a masticare amaro con i Gran Premi, tra gare sfortunate e macchine per niente vincenti. Sorrideva, con quella tenerezza finissima che segnala le persone per bene, gli uomini buoni. Aveva voglia di fare meglio, di più, era convinto di prendersi molte rivincite nel 1967, anno spalancato con un successo nella 24 Ore di Daytona, in coppia con Chris Amon. Macchè, maledizione. L’incidente accadde alla chicane.

[L'incidente fatale di Bandini]

Lorenzo, secondo, arrivò forse troppo velocemente, la Ferrari urtò una bitta, si capovolse, si incendiò, tutti a pensare che fosse finito in mare. Era in macchina, invece, intrappolato tra le fiamme. Le immagini sono strazianti, così come la sua agonia, la fine. Mentre tutti si accorgevano di aver perso una parte di se stessi, qualcosa che accompagnava un sogno collettivo, un tempo colmo di energie, una speranza fresca. Data di morte: 10 maggio 1967. C’è una frase di Margherita che vale come foto drammatica e finale: “Il numero 7 non può averlo ucciso, ma ricorre troppo spesso….E’ accaduto il 7 maggio 1967, correva da 7 anni in Formula 1, alle 17 e 7 minuti era sulla scia di Hulme, a 17 secondi, mancavano 17 giri alla fine quando avvenne il fatto. Ci misero 17 minuti a portarlo all’ospedale, passò 72 ore di agonia nella stanza numero 7, fu portato a Milano con un Boeing 727, volo 607, non era pronta la tomba di famiglia e per 17 giorni dovette stare al deposito del Monumentale, poi è stato sepolto al campo 7, loculo 7, certificato di decesso dell’Ospedale Principessa Grace di Montecarlo, numero 7747”.