Laila
© Tommy Biagetti
Musica

Giretto con... Laila Al Habash

Un artista, una playlist, una chiacchierata intima, un giro nei ricordi, nei luoghi che hanno ispirato canzoni ed emozioni: un giretto con... Laila Al Habash
Di Carlo Pastore
11 minuti di letturaPubblicato il
Un anno fa preciso - eravamo piombati nel profondo del primo lockdown ed ero sul terrazzo, lo ricordo come fosse ieri - Laila mi chiama al telefono. Era passato forse un mese dal suo concerto al MI AMI TVB all’Ohibò (locale di Milano che non c’è più, RIP) in cui aveva suonato alcune delle sue canzoni chitarra e voce. Stava vivendo un momento di passaggio: il suo rapporto discografico con Bomba Dischi - l’etichetta romana che ha dato alle stampe Calcutta, Franco126 e Psicologi, tra gli altri - era stato pressoché risolto, lei si sarebbe dovuta laureare e doveva capire cosa fare della propria vita. “Ho deciso”, mi racconta: “mi laureo, mi trasferisco a Milano e provo a fare la musicista”.
E così fu. La (poi) Dottoressa in Economia e Management Laila Al Habash fa armi e bagagli, e dalla sua residenza di Monterotondo, in provincia di Roma, si trasferisce a Milano a novembre 2020, nel pieno del secondo lockdown. “Tempismo perfetto”, scherza ora. Qui trova una prima casa da fuorisede e una seconda famiglia, la label Undamento. Quando le chiedo come sta nella capitale lombarda, risponde: “Molto bene. Mi sono trasferita per un motivo e ci sto riuscendo. Vivo in una zona che mi piace tanto, faccio vita di quartiere”, racconta. “Saluto tutti i commercianti. Il mio preferito è Stefano, un ragazzo egiziano del 1998: è venuto in Italia con i barconi di nascosto a quindici anni e ora si è comprato due lavanderie”. Chapeau.
Laila Al Habash
Laila Al Habash
In questo aneddoto c’è molto di Laila: determinata quasi fino alla spacconaggine, vitale e vogliosa di prendersi il suo futuro, ma anche tenera e attenta alle storie che una sensibilità come la sua (mamma italiana, papà palestinese) attraggono forse con una comprensione diversa. Oggi ci porta a fare un Giretto a Monterotondo, cittadina laziale di quarantamila abitanti non troppo distante da Roma dove è cresciuta con i suoi genitori e le sue due sorelle, che le hanno fatto ascoltare un sacco di musica e che forse l’hanno inconsciamente convinta a voler diventare un’artista: “Io sono molto più pavone di loro. Mi piace esibirmi e stare sul palco”, ridacchia. Una sua caratteristica fondamentale che non dovete mai tralasciare nella lettura di questa chiacchierata: “Ho un carattere rissoso, non me ne tengo dentro una, ma ironizzo molto”. Viva la provincia.
Stai vivendo i tuoi primi impegni fitti come artista musicale, e sono quasi tutti set fotografici o talk con brand (si suona poco, purtroppo). Te lo aspettavi così questo nuovo inizio?
Un pochino diverso, ma neanche tanto. A interrompere la festa c’è stata ovviamente la pandemia, ma per me il 2020 è stato estremamente produttivo: ho scritto tanto, cerco di lamentarmi il meno possibile. Mi immaginavo molto di più in sala prove o in studio, questo sì. Ma devo dire che il rapporto con i brand lo vivo bene. Con la fotocamera mi trovo a mio agio ma sono estremamente selettiva nello scegliere le cose da fare, che siano shooting o altro. Mi interessa prima di tutto essere una musicista.
Per quanto tu sia una solista, lavori in realtà con un sacco di persone. Non ci sono più le band oggi, ma ci sono invece i team.
Ho 22 anni, e anche se ero illegalmente piccola ricordo la cara vecchia ondata delle band indie del 2007. Nel 2014-15, quando avevo quindici anni più o meno, andavo ai concerti al Pigneto: ricordo quella dimensione discografica undeground. Oggi la musica si fa da soli, o in coppia con il produttore, la dimensione del gruppo e della socialità e della condivisione rimane ma si è trasformata. Io condivido tutto con Sara e Tommaso di Undamento, due ragazzi incredibili che ci mettono passione e impegno, e che nei miei momenti no ci credono spesso più di me. Lavoriamo tutti e tre assieme, sono molto felice. Le giornate ogni tanto durano fino alle 2 di notte a mandarsi idee in continuazione.
Come una famiglia. Facciamo un gioco. Fra i tuoi produttori Niccolò Contessa (I Cani) e Stabber: chi è genitore 1 e genitore 2?
Mi mandi in galera! (Ride, NdR) Non riesco a immaginare la mia musica senza entrambi, sono entrambi imprescindibili nella mia vita. Genitore 1 è forse Stabber, per precedenza cronologica. Ha visto in me del potenziale in cui credere, ha investito del tempo e mi ha insegnato molte cose. Avevo diciassette anni quando mi ha detto: “prima ti diplomi, poi prendi la patente, poi facciamo le cose seriamente”.
Genitore 2: Contessa.
Niccolò lavora con noi da un anno e per me è diventato un amico incredibile. Considera che io sono una grandissima fan de I Cani, quando mi ha cercata ho avuto la tachicardia. Nella musica si è sempre confermato mente lucida e razionale, molto affilato, ed è così anche nella vita di tutti i giorni. Abbiamo un bellissimo rapporto professionale e d’amicizia. Mi ha insegnato tante cose anche lui. Sono affezionata al concetto romantico di rapporto empatico, diffido dal fare featuring con persone che non conosco.
È inevitabile che se le cose dovessero andare bene, come spero, ti arriveranno richieste di questo tipo: collaborazioni con artisti che magari non sono i tuoi preferiti, ma ti possono dare molta visibilità. Le rifiuterai tutte?
È importante avere un rapporto di conoscenza e fiducia. Devi sapere di cosa parla questa persona quando apre bocca. Prima chiederei di uscirci un paio di volte, e poi decido se accettare. La musica è legata all’economia, certo, ma è un cosa di pancia per me.
“Moquette EP”, prodotto da Genitore 1 e Genitore 2, contiene una canzone che si chiama “Flambè”. Il testo recita: “Tu quella sera mi veneravi / Ero io la tua preghiera”. Mi piacerebbe che mi raccontassi un po’ da più dentro cosa succede quando amore inizia a fare rima con potere. Potere sull’altro.
“Flambé” è l’unica canzone dell’EP che parla di due miei amici e non di me. Raccolgo spesso le lacrime delle mie amiche trattate male, ma a questo giro era lei che trattava molto male lui. Conscia che pendesse dalle sue labbra, lei lo faceva strisciare ai suoi piedi. Questa cosa mi affascinava molto, un po’ mi ci sono rivista e ho deciso di scriverci un pezzo su. Il discorso del potere è interessante per una persona molto competitiva come me. Mi comporto spesso come fossi in una gara in cui però poi mi accorgo che nessuno mi ha iscritta e a cui in fondo nemmeno so perché partecipo, e mollo. Però nel mentre mi sembra sempre di dover dimostrare di voler vincere. Mi accade anche in amore, e non è una cosa bella.
Laila Al Habash
Laila Al Habash
“Sarebbe bello spiegarti l'astrologia / Ne parlo troppo, capisco se vuoi andare via” (“Paranoia”). Ok, parliamone.
Non ricordo un momento della mia vita in cui non abbia studiato astrologia. In quinta elementare mi piaceva uno della vergine e cercavo la compatibilità con sagittario. È una cosa in cui mi rifugio molto. Se ho un problema e c’è una cosa che non mi so spiegare, cerco i transiti o guardo com’è la luna, ma spesso è solo per cercare una scusa a comportamenti scorretti di altre persone o situazioni che non voglio accettare. Ammetto che è un rifugio per me, un modo di capirmi meglio. Mi immagino che la persona che mi ascolta poi si stufa, tipo la bambina che ti fa vedere le Barbie e dopo un po’ si giustifica dicendo “lo so che non interessa” (Sorride, NdR).
So che tuo papà legge i fondi del caffè. Che cosa aveva predetto di te?
È molto bravo a leggerlo agli sconosciuti. Ha fatto colpacci assurdi con le sue divinazioni, mentre con i suoi famigliari non ne azzecca mai una o dice le solite banalità (Ride, NdR). Una volta viene a pranzo una coppia, due musicisti tra l’altro, più di dieci anni fa. Papà beve la sua tazzina e gli dice: “ti sposi tra poco”, poi alza gli occhi, “ma non con lei”. Gelo assoluto. Tutti ridiamo imbarazzati. Sei mesi dopo è andata proprio così: è andato in America, s’è conosciuto con una e l’ha sposata.
Leggere i fondi del caffè è usanza palestinese?
Non ti so dire con precisione, però credo di si perché si può fare solo con caffè arabo turco. È un caffè estremamente speziato, sa di cardamomo. Si fa solubile in un bricco, ma alla fine rimane sul fondo un che da non bere. Rovesci la tazzina: questo crea dei disegni e c’è chi è bravo a interpretarli.
Andiamo a Monterotondo?
Yeah.
Chi è di lì di famiglia?
Mia mamma. I miei si sono conosciuti all’università perché mia mamma studiava arabo e mio papà medicina.
Cos’è Monterotondo per te?
Sono nata e cresciuta qui fino ai diciotto anni. È un luogo a cui sono affezionata, ma conosco i suoi limiti e non ci tornerei. Io ho l’obiettivo di non essere mai radicata, mi piacerebbe vivere in tantissimi posti diversi. Non saprei dire se Roma o Milano, magari Los Angeles o Napoli. Di Monterotondo parlo con il sorriso, scherzo molto sul fatto che sono di un paesotto vicino Roma. Lo guardo un po’ come il cugino scemo a cui sai che vuoi bene ma non puoi portarlo alle feste perché ti vergogni.
In famiglia chi ti ha spinto a conoscere la musica, ad ascoltarla?
Le mie sorelle, senza dubbio. Entrambi sono molto più grandi di me. A fare canzoni invece nessuno, è una cosa che mi è nata per scherzo. Ricordo mia sorella Nur che mi chiedeva di fargliele sentire, le voleva studiare, è sempre stata molto attenta. All’inizio non pensavo di farci niente di serio, poi a diciotto anni ho capito che potevo farlo più professionalmente.
Laila Al Habash
Laila Al Habash
Primo brano in playlist. Bikini Kill, “Rebel Girl”.
Il movimento riot grrrl è stato parte importante della mia formazione quando ero adolescente. Mi sentivo una fighter ad ascoltare quella roba a Monterotondo. Dicevo: sono solo io qui a conoscere Kathleen Hanna! Mi sentivo una figa.
The Strokes, “Soma”.
“Is This It”, quel disco in particolare, è stato il primo disco comprato per la mia macchina a diciotto anni, una Toyota Aygo bianca usata che aveva solo il lettore cd. La cosa più bella che i miei genitori mi avessero regalato: il mezzo con cui mi potevo muovere, andare a Roma, conoscere altre persone, essere collegata.
Dei Baustelle ce ne sono due: “I Provinciali” e “Noi bambine non abbiamo scelta”.
Immancabili. “I provinciali” parla di Monterotondo, di noi. E ho messo anche “Noi bambine” perchè ricordo che quando ascoltavo “Sussidiario illustrato della giovinezza” mi aveva colpito questa canzone in cui Bianconi impersona una ragazza molto piccola, che ama questo ragazzo con la Honda, che le telefona, promette cose… Mi vergogno a dirlo ma un po’ mi rivedevo, ero piccola e sognavo qualcuno di più grande che facesse così con me.
Thegiornalisti, “Mare Balotelli”.
Un pezzo importante per me. Lo ascoltavo nel tragitto brevissimo per andare al liceo. Monterotondo era così piccola che non avevo neanche il tempo di mettermi le cuffie che ero già a scuola. Mi ha sempre colpito il primo verso del testo: “Come si fa a vivere la modernità senza fare schifo?”
Laila Al Habash
Laila Al Habash
Beyonce, “7/11”.
Pezzo tormentone di tutte le nostre serate nei rustici.
“Bobby Beau”, Sea Pinks.
Hai presente quando sei così legato ad una canzone ascoltata in un viaggio che quando la riascolti ti sembra di stare al mare? Non l’ascoltavo da tantissimo, quando l’ho rimessa su davanti a me si è ricreata la mia camera di quando ero piccola: i poster di Devendra Banhart e Led Zeppelin, la locandina gigante del Roma Pop Fest e tanti miei collage. Appena ho schiacciato play mancava solo mia madre che mi chiamava per dirmi che era pronto il pranzo.
“Lottery”, Kali Uchis.
In questo pezzo Kali Uchis fa una cosa molto bella, che non ho ancora imparato bene a fare. Non si vergognava di essere molto bambina, di dire cose banali, con la vocetta, senza fare mai la figa. Canta di non volerti far scappare via perché ci tengo a te, una cosa che mi son sempre vergognata di dire nelle mie canzoni. Io cercavo di darmi un tono con l’ironia, ma in realtà ho un cuore soffice e insicuro. Mi affascinava come lei fosse riuscisse a dirlo in maniera sincera e genuina.
Infine I Cani, “Le Coppie”.
C’è questa frase del testo - “Si dicono non rimaniamo estranei o nemici” - che io ho pronunciato quando il mio primissimo fidanzato mi lasciò a quindici anni. E lui non ha ovviamente colto la citazione, cosa che mi fece un botto rinvigorire. Pensa te che fortuna: mi ha lasciato uno che a diciassette anni non conosce I Cani! (Ride, NdR) Se posso spezzare uno stuzzicadenti a mio favore: non sono più così snob e giudicante, atteggiamento ovviamente che svela molta insicurezza.
E se qualcuno dovesse lasciare il proprio partner con una frase di una tua canzone?
Chiudo tutto e apro un chiringuito a Tulum.