Molto è stato detto, scritto e filmato in merito a “ Fallout 4”. Ma non tutto. Al momento, il titolo diffuso da Bethesda Softworks in 12 milioni di copie (di cui non è ancora ufficiale quante vendute) è il più giocato su Steam, promette di essere un fenomeno anche più vasto di “Skyrim” e colleziona entusiasmi nirvanici quanto attacchi puntuti, in entrambi i casi esagerati. Parere di chi scrive, ovvio.
Quel che è certo, invece, è che tanto rumore riguarda solo quei titoli – e non sono molti – con un’identità solida, una storia annosa e la capacità di far sognare tanti, tantissimi giocatori. Di trasportarli in un altrove distante e permettere un’esperienza altrimenti inaccessibile. In questo caso preciso, ai limiti dell’Umano e un po’ oltre l’Apocalisse.
Là, nell’arcinota Zona Contaminata.
Lontano da schieramenti pro e contro, quel che mi interessa in questa occasione è sottolineare quanto, della Zona Contaminata, faccia intravedere qualcosa oltre il gioco.
Insomma, perché il titolo che da una settimana ci sta impegnando a milioni è “More than Fallout 4”:
1) Perché è un oscuro scrutare versione Tripla A
Un oscuro che? Esattamente questo, uno sguardo torvo su un domani possibile o uno sguardo possibile su un domani torvo, una distopia in piena tradizione post-apoc, che si ascrive a quello che di questi tempi sembra un genere tornato ad antichi splendori (si fa per dire). Anzi, sembra IL genere del momento.
Ne scrissi qui, ma basterebbe pensare all’ultimo “Metal Gear” – con tanto di incipit in cui cavalieri assortiti sembrano usciti dagli scritti di san Giovanni – o al più esplicito “Mad Max”, complemento videoludico di quel manifesto dello steampunk che è la saga originaria di George Miller.
Ora, se è vero che i blockbuster cinematografici sono la cartina tornasole dell’immaginario della loro epoca e che “San Andreas” o “Hunger Games” dicono molto più di noi di quanto non faccia il reality show di turno, i Tripla A sono i blockbuster del videogioco. Che, per inciso, dell’intrattenimento è la frazione più cospicua e rilevante, non solo o non tanto per questioni d’incasso. Per giunta, è quella più famigliare ai giovani (nonostante l’età media del videogiocatore stia alzandosi anno dopo anno).
In altri termini sì, oggi “Fallout 4”, il suo riscontro commerciale e la sua centralità nel dibattito fra i fan del settore testimoniano come ci piaccia immaginare un domani non proprio roseo, un futuro segnato dai nostri errori e le nostre irresponsabilità.
Che poi lì dentro ci intrighi sguazzare per testare quanto siamo coraggiosi, furbi, forti e coriacei, o semplicemente per dar sfogo a qualche ambizione da mancati esploratori, non cambia il quadro generale: “Fallout 4” parla di noi, dei nostri gusti e delle storie che amiamo. Tanto da volerle vivere in prima persona.
È un gioco e più di un gioco: riflette, quasi fosse uno specchio.
2) Dimostra come nel gaming la grafica sia importante. Ma non tutto, anzi.
La miglior definizione di “Fallout 4” non mi ricordo dove l’abbia letta o sentita. Ma sono piuttosto certo suonasse pressappoco così: «è l’insieme delle cose migliori di “Fallout 3” e “New Vegas”… oltre a una tonnellata di cose nuove».
Allora parliamoci chiaro: quella tonnellata di cose nuove c’è. Quanto siano funzionali al gioco o sfruttate degnamente resta materia di dibattito. Prendiamo la parte à là “Minecraft”, per esempio, quella in cui è possibile costruire avamposti dove desiderato: vero, è di difficile comprensione e non così utile. D’altra parte ricorda come oggi la conoscenza sia appannaggio della rete. Come le guide strategiche siano parte del comune sapere e possano, anzi, raccogliere comunità di fan online – una nota non solo folcloristica, basti pensare a come le community di “Halo” interagirono ai tempi del terremoto in Abruzzo, o al documentario “Wow Mom”, in cui si racconta di come una malata di cancro abbia trovato forza e consigli fra i compagni di “World of Warcraft”. Ma torniamo alla Boston del 23esimo secolo: la vastità delle sue lande desolate toglie il fiato. Immagino che per i fan più accaniti del gioco, tutto possa tranquillamente esaurirsi lì, in panorami renderizzati a 1080p nativi sia per Ps4 che per XboxOne.
I problemi cominciano nell’incapacità di mantenere stabili 30fps – proprio per l’ampiezza e la ricchezza dell’ambiente – e per dettagli che se osservati da vicino sembrano tradire un approccio con qualche anno di troppo (leggasi: è vero, a volte “Fallout 4” sembra “Fallout 3”).
La questione che mi pongo qui è però un’altra: interessa davvero quanto e se la performance grafica di un titolo sia da record olimpionico?
Di certo sì; in fondo il videogioco è appunto… video. Ergo, deve aggradare anche l’occhio più esigente.
Ma che la meraviglia visiva esaurisca la profondità e il piacere del coinvolgimento è falso quanto la grande tradizione del rock italiano o il liscio congolese. Sempre non si vogliano menzionare i retro-fanatici, troppo spesso fedeli a una posa più che a un gusto, chiedete a ogni bravo Nintendaro, per capirci.
La riflessione, non certo dell’ultima ora o sconvolgente, è però ancora interessante in una prospettiva nuova: come ripetuto di continuo, siamo alle porte di una nuova era dell’intrattenimento. Visori virtuali, realtà aumentata, parchi a tema misti e chissà cos’altro ridefiniranno presto le nostre abitudini. Tutte, non solo in ambito intrattenitivo.
Il settore videoludico, come gli è capitato spesso, è e sarà l’ariete della rivoluzione. Ora, ridurre la portata delle sue produzioni migliori a una performance è legittimo quanto riduttivo. Più saggio, almeno per chi scrive, è analizzarne impatto e dinamiche, valutarne la capacità di coinvolgere un sacco di gente e le sue conseguenze sul vivere quotidiano.
Anche in questo “Fallout 4” sconfina oltre i suoi limiti.
3) Perché la Pip-Boy Edition dice come funziona oggi il mercato
Il vostro Pip-Boy è un capolavoro. Sia chiaro, dal punto di vista pratico non serve a niente; meglio, non aggiunge cose o funzioni che senza sarebbero impossibili, ma la questione è del tutto secondaria. Davvero. Viviamo un’era in cui l’utilità ha contorni fluidi. Perché a osservarlo meglio, il bracciale in cui si incastra un qualsiasi smartphone con app dedicata, dimostra come oggi il mercato sempre di più accumuli ricchezze marciando sul feticismo di nicchia, portando un gioco fuori dallo schermo – l’apice del cross platform – e dando a un progetto un’ampiezza narrativa di cui il videogame, il fumetto, il film… e l’applicazione da bracciale costituiscono solo piccole parti, nessuna esaustiva.
Lungi dal prenderlo alla leggera, il Pip-Boy suggerisce cosa e come compreremo sempre di più domani: i nostri sogni. Meglio, sogni trasformati in realtà. Dal vinile alla plastica. Ecco il mio Iban.
4) Perché è più vero del vero
Poco da aggiungere: ecco qui. Ancora dubbiosi sulla miriade di declinazioni – non solo narrative, non solo ludiche – che una riproduzione di questa qualità può permettere?
Molto più di un gioco.
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