Musica

Infanzia ed adolescenza della new wave italiana

Non tanto un genere musicale quanto un'attitudine: tra Litfiba e altri, storia di un fenomeno raro
Di Federico Guglielmi
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Litfiba d'annata

Litfiba d'annata

© [unknown]

A molti potrebbe sembrare superfluo, ma considerando come l’equivoco sia assai frequente è bene precisare un dato di fatto: la new wave non è un genere musicale. È stato, invece, un fenomeno “trasversale”, emerso nella seconda metà dei ‘70 ed esploso all’inizio del decennio successivo, cui aderirono artisti diversissimi ma accomunati dal desiderio di battere nuove strade, per lo più protese verso il futuro. Principali elementi propulsivi, l’euforia creata dal punk - con il quale i rapporti furono parecchio stretti, tanto che new wave e post-punk sono spesso spacciati erroneamente per sinonimi - e la diffusione degli strumenti elettronici, peraltro non utilizzati da tutti i proseliti. Dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti l’onda investì il mondo intero, ma a parte sporadici exploit la new wave tricolore non fu un evento di massa: colpa degli scetticismi, degli ostacoli culturali (ad esempio, cantare in inglese o in italiano? Ah, che dilemma), dei problemi che si dovevano affrontare per incidere, pubblicare, distribuire, promuovere e vendere dischi. Anche nello Stivale nacque comunque un bel movimento, la cui influenza pesò in modo decisivo sul rock prodotto entro i nostri confini e sulla crescita del circuito che lo sosteneva. Da Milano a Catania, passando per Bologna, Firenze, Napoli, Pordenone, Roma si assistette a un incontro-scontro di ingenuità e creatività, a un estroso benché scomposto dimenarsi di - per dirla con Giovanni Lindo Ferretti - “geniali dilettanti in selvaggia parata”. Un bello spettacolo.
Curiosamente, il primo disco autoctono definibile come new wave fu opera di un veterano ai tempi più che trentenne, ex frontman del gruppo beat milanese New Dada: Maurizio Arcieri, che fondò i Chrisma - Krisma dal terzo album - con la compagna Christina Moser. Dopo un breve periodo di assestamento, il duo si recò a Londra e mise a punto un sound atipico nel quale elettronica di scuola krautrock e urgenza punk’n’roll si univano in canzoni intrise di umori cupi e decadenti. La band avrebbe poi eleborato, con notevoli riscontri commerciali, un ossessivo “synth pop” ottimo per il dancefloor, ma il suo primo LP è un valido manifesto di contaminazione rock fuori dagli schemi. Prodotto da Nico Papathanassiou, il fratello di Vangelis, “Chinese Restaurant” uscì alla fine del 1977 per la Polydor.
L’anno seguente registrò invece il debutto di Faust’O, ventiquattrenne friulano di nascita ma milanese di adozione ispirato soprattutto dal rock elegante, ambiguo e sperimentale di David Bowie, Sparks, Roxy Music o Ultravox. Sebbene un po’ edulcorato dalla produzione di Alberto Radius, “Suicidio” - pubblicato dalla CGD - è un originale esempio di canzone d’autore metropolitana figlia del disagio socio-esistenziale: un lavoro affascinante e significativo, che per di più ha il merito di dimostrare l’adattabilità della lingua italiana a un contesto sonoro di tutt’altra origine. Un classico che avrebbe gettato le fondamenta per il brillante prosieguo di carriera, con LP come “Poco zucchero” (1979), “J’accuse… amore mio”, il riuscitissimo “Faust’O” (1982) e “Love Story” (1985). Dopo una pausa, il musicista sarebbe riapparso negli anni ‘90 rinunciando allo pseudonimo a favore dell’identità anagrafica, Fausto Rossi.
Direttive stilistiche analoghe per gli Underground Life di Monza, che a differenza dei Chrisma, di Faust’O e degli altri esponenti della prima generazione non avevano rapporti con le grandi compagnie. Non a caso il gruppo guidato dall’enigmatico cantante e songwriter - nonché scrittore e pittore - GianCarlo Onorato è stato un pioniere del “do it yourself”: il 45 giri “Noncurance”, datato 1979, fu la prima autoproduzione della new wave nostrana, prova generale per una serie di dischi immessi sul mercato fino al 1993. Avvolgenti, solenni e raffinati, anche in testi ricchi di riferimenti “alti”, gli Underground Life sarebbero stati a lungo incerti fra l’inglese e l’italiano; attorno alla metà degli ‘80 si sarebbero però orientati con decisione verso il secondo, come del resto avrebbe fatto il leader nella proficua attività solistica avviata dopo lo scioglimento.
Il 1980 vide l’affacciarsi alla ribalta della Italian Records di Bologna, la prima etichetta new wave nazionale organizzata professionalmente. Alla struttura che aveva come vertice il produttore Oderso Rubini si devono un buon numero di dischi di qualità, firmati quasi solo da band cittadine ed emiliane: Pale e Kirlian Camera, entrambe di Parma, e per quanto riguarda la frenetica scena bolognese DOC i particolarissimi Confusional Quartet (strumentali), gli Stupid Set, gli Hi-Fi Brothers e i ben più longevi e commercialmente fortunati Gaznevada. Prima di convertirsi a una formula pop/dance peraltro non povera di motivi di interesse, l’ensemble diede il meglio di sé nei tre vinili editi fra il 1980 e il 1982, quando nelle sue fila militava il cantante/tastierista Giorgio “Andy Nevada” Lavagna: il folgorante singolo “Nevadagaz”, il magnifico 33 giri “Sick Soundtrack” e il più “ragionato” mini-LP “Dressed To Kill”, tutti all’insegna di un avant-rock convulso, abrasivo e imprevedibile dove l’italiano era meno usato rispetto all’inglese.
Sempre nel 1980, a San Giovanni Valdarno, la già rodata Materiali Sonori varò il sottomarchio new wave Urgent Label per consegnare alle stampe il 45 giri d’esordio dei Neon, promettente duo armato di sintetizzatori e batteria elettronica. “Information Of Death” è l’eloquente biglietto da visita di una proposta tenebrosa e martellante, la cui inquietudine è enfatizzata dalla voce grave di Marcello Michelotti: sarebbe passato alla storia come l’atto di nascita ufficiale della “nuova onda” fiorentina, a breve destinata alla gloria.
Oltre agli artisti summenzionati, la Italian Records sponsorizzò due antologie del Great Complotto - il florido panorama underground evolutosi a Pordenone, che però non espresse individualità davvero di spicco - e la Nice Label, etichetta che faceva capo al giornalista Red Ronnie, uno dei più accesi sostenitori della new wave nel nostro Paese. Fu quest’ultima a pubblicare l’omonimo mini-LP dei Rats, formazione dell’area di Modena che nei primi anni ‘90 avrebbe ottenuto notevole successo con il suo rock-pop grintoso e melodico. Nel 1981, quando a cantare era la giovanissima e carismatica Claudia Lloyd e non il chitarrista Wilco, il loro sound era invece molto meno lineare e accessibile, perfettamente calato nel mood del post-punk più spigoloso, torbido e visionario.
Spigolosi, torbidi e visionari erano anche i Bisca, che però affondavano le loro radici nella New York del funk meticcio e della no wave: più che comprensibile, alla luce dei punti di contatto ideali esistenti fra la caotica metropoli americana e la Napoli dove il gruppo si era costituito. Trovato asilo presso la Materiali Sonori, nel 1982 il sestetto realizzò un mini-LP senza titolo con sei tracce ruvide e isteriche, lontane dalla canzone tradizionalmente intesa ma non tanto bizzarre o sperimentali da sconfinare nel semi-inascoltabile per la platea dei non adepti: un canone inusuale, screziato di jazz e rap e caratterizzato da testi in italiano, inglese e napoletano, al quale i Bisca sarebbero rimasti nella sostanza fedeli per tutto il loro vivace e coraggioso percorso. Un percorso che, a quasi trentaquattro anni dalla partenza non è ancora giunto all’epilogo.
Il “2° Festival Rock Italiano”, svoltosi nel 1982, consacrò vincitori i Litfiba, artefici di un post-punk dove potenza e lirismo si bilanciavano in modo quantomai personale e coinvolgente. A seguire un omonimo 12”EP per la Urgent Label, il quintetto fiorentino ricevette come premio la possibilità di confezionare un singolo per la Fonit-Cetra. Contenente due brani fra i migliori del suo repertorio, “Luna” e “La preda”, arrivò nei negozi nel 1983 ed ebbe un buon peso nel consolidamento delle quotazioni della band, forte del magnetismo del frontman Piero Pelù - una delle prime, vere rockstar italiane, nel senso più spettacolare e credibile del termine - e del talento del chitarrista Ghigo Renzulli, del tastierista Antonio Aiazzi e del bassista Gianni Maroccolo. Che la vicenda di questi ragazzi sia divenuta una saga, oltretutto con infinite sottotrame, è un’inequivocabile conferma della loro stoffa.
La piazza d’onore del Festival toccò ai Denovo di Catania, che della new wave nazionale incarnavano il feeling più frizzante e solare, al di là di un approccio ritmico comunque nervoso e incisivo che legittimava paragoni con gli inglesi XTC. Il decollo sarebbe iniziato con “Unicanisai” (1985), primo di un poker di LP apprezzati su scala abbastanza ampia, ma il 12”EP “Niente insetti su Wilma” - edito dalla Suono Records nel 1983 - fornì un acerbo ma convincente attestato delle doti del quartetto siciliano, in primis dell’abilità compositiva e interpretativa dei due cantanti e chitarristi Mario Venuti e Luca Madonia. Non c’è da stupirsi che entrambi abbiano successivamente raccolto ampi consensi come solisti.
Dopo circa tre anni di lavoro con Nicola Vannini, documentati da un 45 giri, un 12”EP e alcune tracce sparse, i Diaframma di Federico Fiumani - chitarrista e autore di testi e musiche - ingaggiarono come frontman Miro Sassolini, rileggendo in una chiave più ariosa, melodica ed elegante il loro post-punk tetro e claustrofobico. Pubblicato alla fine del 1984 dalla neonata IRA di Alberto Pirelli, che con lo slogan “la nuova musica italiana cantata in italiana” e il definitivo lancio dei Litfiba avrebbe impartito una svolta cruciale alla storia del rock autoctono, “Siberia” fu l’eccellente primo album del quartetto fiorentino: non solo una pietra miliare, ma anche una sorta di diploma di maturità per tutto il movimento new wave cresciuto a fatica nel Belpaese. Che sia giunto tanto in ritardo rispetto all’estero è una delle inevitabili controindicazioni del vivere - e ai tempi era sul serio così - alla periferia dell’impero rock.