Rallycross

Andrea Dovizioso ci racconta le sue passioni

© Gabriele Seghizzi
A tu per tu con il Dovi: alla scoperta delle grandi passioni del #04
Di Stefano NicoliPubblicato il
Coltivare delle passioni, per una persona come Andrea Dovizioso, è stato tutto fuorché semplice. Sempre in giro tra circuiti, paesi e continenti, il Dovi ha fatto di tutto per conciliare il suo essere pilota del Motomondiale e il suo essere – parole sue - appassionato di qualsiasi sport. Costantemente alla ricerca di modi che gli consentano di mantenersi allenato permettendogli allo stesso tempo di rigenerare le proprie energie mentali, il Dovi nel corso degli anni si è innamorato dello snowboard, del Rally e soprattutto del Motocross: ecco come il #04 vive le passioni che lo accompagnano da tutta una vita.

Guarda una parte dell'intervista:

Mondo Motori · 2 min
Intervista ad Andrea Dovizioso
Sappiamo che ti piace andare in Motocross, sappiamo che ti piace andare con lo snowboard e sappiamo che ti piace guidare queste macchine da Rally. Tutte queste passioni da dove nascono?
Partendo dal presupposto che mi piacciono praticamente tutti gli sport, direi che tutto è nato grazie a mio padre, grande appassionato di Motocross. Mi ha trasmesso questo amore tempo fa, quando vivevamo in campagna, facendo in modo che vincessi una scommessa. In palio c’era quella che sarebbe diventata la mia prima moto da cross, e da lì è iniziato tutto. Poi le cose si sono chiaramente evolute, ma tutto ciò che è collegato alla terra, ai traversi e ai motori mi dà veramente un grandissimo gusto.
Sulla pista di Maggiora come ti sei trovato?
Benissimo, è un tracciato davvero bello. Chiaramente non ho tutta questa esperienza nel mondo del RallyX, ma resta il fatto che qui ci siano molte curve lunghe che devono essere raccordate assieme per provare a tirare fuori un buon tempo. Il fatto che ogni piega sia in qualche modo collegata alla successiva rende la pista impegnativa: capire quali siano le linee più veloci, che è quello che noi piloti facciamo sempre, non è così semplice. Maggiora è piuttosto difficile da interpretare, ma proprio per questo l’ho trovata molto divertente.
Il Dovi alla scoperta dei segreti dell'Audi EKS S1 RX
Il Dovi alla scoperta dei segreti dell'Audi EKS S1 RX
Quanto è difficile conciliare delle passioni – magari anche esterne – al mondo del Motorsport nel corso di una stagione?
Parecchio. Non è affatto facile riuscire a trovare il tempo per vivere tutte le passioni che si hanno, perché nel nostro mondo è normale che tutto ruoti attorno alla massima prestazione che si è chiamati a fare nel momento cruciale. Bisogna essere sempre pronti a dare il 100% nel Motomondiale, quindi potersi godere ciò che c’è fuori è complesso a volte. La nostra è poi solitamente una stagione molto lunga, priva di tempi davvero morti, dunque non si hai mai la possibilità di fare quello che si vuole e quando lo si vuole. Avere delle passioni per noi non è semplice, ma proviamo a viverle ogni volta che possiamo.
Quanto tempo dedichi ai tuoi hobby? E soprattutto: li vivi come un modo per svagarti oppure li affronti come fossero solo ed esclusivamente degli allenamenti?
In ogni cosa che faccio, durante tutto il corso dell’anno, cerco sempre di trovare degli spunti per migliorarmi sotto qualche aspetto. Prendiamo ad esempio il Motocross: per farlo ad un certo livello bisognerebbe potersi allenare diversi giorni a settimana, una cosa che ovviamente non posso fare durante la stagione. Tuttavia, ogni volta che ho una sessione di MX mi sforzo per organizzare le manche in un certo modo, per darmi dei tempi di riferimento, per vivere insomma la giornata come fosse un allenamento e non invece in totale relax. Sono convinto oltretutto che diversificare i metodi con cui ci si prepara e cercare sempre la prestazione ti renda più pronto ad affrontare quello che davvero conta per te. Giornate come questa in RallyX o quelle in sella alle moto da cross le vivo a metà tra allenamento ed evasione: per noi queste attività sono l’unico vero modo per allenarci, quindi è necessario sempre mantenere una determinata forma mentis per cercare sempre di migliorarsi. Dall’altro lato, è anche vero un pomeriggio simile a questo ti dà la chance di divertirti con discipline molto diverse dalla tua. Essere alle prese con mezzi così particolari, a livello mentale, ti rigenera moltissimo.
Il Dovi in azione sullo sterrato di Maggiora
Il Dovi in azione sullo sterrato di Maggiora
Se non fossi diventato un pilota di MotoGP, credi che avresti tentato la carriera nel Motocross oppure avresti puntato su tutt’altro?
È una domanda alla quale non so darti una risposta. Fortunatamente la mia carriera è stata abbastanza lineare, quindi non mi ero mai trovato a vivere momenti critici in cui è necessario prendere una vera e propria decisione. Chiaramente - come accade alla stragrande maggioranza dei piloti - ci sono state difficoltà economiche e familiari che per essere risolte avevano bisogno di risultati, ma dato che questi risultati sono arrivati piuttosto presto tutto si è svolto in maniera molto fluida. Per fortuna non mi sono mai trovato in una di quelle situazioni in cui o il pilota o la famiglia devono decidere se continuare per questa strada o meno.
Sei diventato però un pilota di MotoGP: ci racconti la cosa che ti è piaciuta di più del tuo lavoro? E invece quella che ti è piaciuta di meno?
L’aspetto che mi è piaciuto di più dell’essere un pilota del Motomondiale è l’avere avuto la possibilità di lavorare con tanti professionisti. Adoro lavorare sui dettagli, perché credo che sia la chiave per progredire sotto tantissimi punti di vista. Di conseguenza, quando hai la possibilità di lavorare, addirittura di condividere anni della tua vita con così tanta gente diversa da te è affascinante. Io sono stato per anni circondato da ingegneri, persone che hanno studiato tanto: rapportarsi con loro non è sempre stato immediato, però ammetto che è stato molto interessante. Per quanto riguarda invece i lati negativi del mio lavoro, beh… credo sia normale che ce ne siano stati, innanzitutto. In secondo luogo, direi che siano stati tutti racchiusi nell’impossibilità di fare tutto quello che avrei voluto. Noi siamo ovviamente persone incredibilmente fortunate, però a volte siamo costretti a fare cose che non ci piacciono davvero: molti eventi, ad esempio, vorresti che venissero tenuti e gestiti diversamente. Tutto questo però faceva parte del gioco, quindi non ci si poteva lamentare.
C’è un pilota del passato al quale ti sei ispirato? Non solo a livello di stile di guida, ma anche – ad esempio – di attitudine.
Durante i primi anni della mia carriera è capitato che mi ispirassi a diversi piloti. Osservare quello che erano in grado di fare gli altri, cercare di capire più cose possibili dallo stile di guida altrui e intuire il come e il perché fossero in grado di ottenere certi risultati credo sia molto in linea con quello che è tuttora il mio modo di lavorare. Mi vengono in mente Poggiali o Pedrosa, piloti con i quali ho combattuto, ai quali ho visto fare determinate cose in pista e che ho visto vincere dei Mondiali. Ho sempre trovato molto affascinante lo studio dell’avversario, il capire cosa riuscisse effettivamente a fare.
Andrea Dovizioso a bordo dell'Audi EKS S1 RX
Andrea Dovizioso a bordo dell'Audi EKS S1 RX
Nel Paddock della MotoGP incontri l’Andrea Dovizioso del 2009: quali consigli gli daresti?
L’Andrea Dovizioso del 2009 era alle prese con un anno non eccezionale. Era alla prima stagione in HRC, in sella a una moto che non era perfettamente a posto e sulla quale è servito fare un lavoro piuttosto importante prima di iniziare a vedere dei risultati (arrivati peraltro dopo un paio di anni). Nel 2009 non ero affatto sereno, anche perché fin quando non centri determinati obiettivi fai fatica a credere in tutta una serie di cose. All’Andrea Dovizioso dell’epoca avrei detto di stare tranquillo, perché lavorando e mantenendo la calma si permette alla sostanza, alla concretezza che c’è in te e in chi ti sta attorno di venire alla luce. Fortunatamente i risultati poi sono arrivati, però è questo il consiglio che darei al me del passato.
Sotto quale aspetto pensi di essere migliorato maggiormente nella tua carriera?
Di miglioramenti ce ne sono stati parecchi in varie aree, ma se devo proprio individuare un aspetto in cui sono progredito ne sceglierei uno mentale: il non dare troppa importanza alle situazioni difficili che si vengono a creare quando un weekend di gara inizia in maniera balbettante. C’è effettivamente poco tempo per migliorare e cambiare la situazione, ma ho imparato che rimanendo calmo e lavorando con metodo si può ribaltare l’intero andamento del fine settimana. È ovviamente molto facile da dire e ci sono state delle stagioni in cui non è stato possibile in alcun modo, ma vivendo questi momenti con la giusta dose di tranquillità ci si rende improvvisamente conto di avere più potere di quello che si pensa. E, a quel punto, si è in grado addirittura di condizionare in positivo l’andamento di certe situazioni.
Rispetto a tutti gli altri anni della tua carriera, quanto è stato diverso essere pilota in questo 2020?
È stato strano, non c’è molto da girarci intorno. Non tanto dal punto di vista sportivo, perché in fondo seppur correndo in maniera diversa abbiamo corso quasi come sempre, quanto dal punto di vista tecnico. Modificare quella che era una routine ormai consolidatasi nel corso di tante stagioni è stato impegnativo, ma non per questo pesante. Anzi, oserei dire che questi cambiamenti siano stati interessanti. Per far fruttare un simile cambiamento, però, è necessario che funzionino anche altri aspetti, altrimenti diventa più difficile percepire cosa effettivamente sia stato diverso e cosa no.
Il Dovi e l'Audi EKS S1 RX usata a Maggiora
Il Dovi e l'Audi EKS S1 RX usata a Maggiora
In “Undaunted” parli del fatto che nella velocità non ci sia libertà, eppure ci hai parlato del Motocross, oggi siamo saliti a bordo di una vettura da RallyX e quindi è innegabile che tu con la velocità abbia un buon rapporto. Se non è libertà, cos’è per te la velocità?
Parto facendo una precisazione necessaria: nella sequenza a cui ti riferisci si parlava del paragone tra le caratteristiche principali del Motocross e quelle della velocità. Detto questo: credo che nelle corse su asfalto, di più e prima rispetto ad altri sport, la tecnica e il mezzo facciano un’enorme differenza. Se non hai certe cose, quindi, la sensazione è che tu sia in gabbia perché non puoi inventarti chissà cosa. È chiaro, puoi sempre provare a fare la differenza, ma oltre una certa soglia non hai più margine di intervento. Negli sport come il Motocross o il RallyX, invece, pur tenendo sempre bene a mente tanto l’importanza del mezzo quanto l’importanza della tecnica c’è una soglia di interpretazione del pilota che è maggiore rispetto a quando si corre sull’asfalto. Quando fai fatica a ottenere i risultati in pista ti senti stretto in una gabbia: sei consapevole di poter fare meglio, ma non quel tanto che servirebbe per modificare l’esito di una gara. In altri sport credo invece che sia diverso: la passione con cui vivo il Motocross fa percepire questa differenza con il mio mondo in maniera piuttosto netta. E non nascondo che, dopo un po’, un simile contrasto pesi.