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Jake La Furia ed Emis Killa: il 17 porta fortuna

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L'ex Club Dogo e il suo socio riportano una ventata di rap di qualità con il nuovo album, che è anche la data di nascita dei loro figli
Di Claudio BiazzettiPubblicato il
«Stai accendendo il registratore? Benissimo, io accendo il mio» dice Emis Killa dopo esserci seduti al tavolino di una lussuosa stanza d'hotel in zona Monumentale a Milano. «Così se qualcuno scrive minchiate vediamo come va a finire!» aggiunge Jake La Furia con tono drammatico, proprio per sdrammatizzare i toni.
Tra i due, ed è tutto dire, è in effetti Jake quello più saggio e ponderato, più diplomatico coi giornalisti e attento a non inciampare nei mille trabocchetti che genera un mondo sempre più orientato al politically correct. Emis invece, il suo socio nell'album "17" che esce il 18 settembre, è molto più schietto, ribelle e, per citare lo stesso ex Club Dogo (anche se ufficialmente non si sono sciolti i Dogo), zarro. Un disco barocco sotto tutti gli aspetti, che può permettersi di mettere anche Fabri Fibra e Salmo nello stesso featuring (Sparami).
Incontro Jake ed Emiliano all'hotel verso sera, dopo che hanno affrontato una lunga giornata di interviste.
Jake: Parliamo del perché il titolo 17? Tanto ce lo chiedono tutti.
Dai, perché 17?
Jake: Perché sia i miei due figli che la figlia di Emis sono nati per caso il 17. Ecco perché ci siamo tatuati 17 in faccia e poi abbiamo fatto un disco insieme, con tutti i concetti di disgrazia e camurria che ci possono essere dietro, ma che a noi invece ha portato fortuna. Sono 17 tracce e doveva uscire il 17 aprile, poi il covid ce l'ha messo in culo come un po' a tutti. E allora esce il 18 settembre. Parlo anche di come ci è venuto in mente di fare un album insieme? Altra domanda molto in voga.
Certo. Che bomba, vorrei fossero sempre così le interviste.
Jake: Siamo amici da una vita, e tra una cazzata e l'altra ne abbiamo sempre parlato. Alla fine siamo riusciti per davvero a trovare un momento in cui io ero libero e lui era libero. Siamo andati in studio: tra una cazzata e l'altra, tra beccarci e scegliere i beat, scrivere i pezzi, è un lavoro durato un anno. E abbiamo proprio finito a marzo. Che culo, eh? Proprio a marzo 2020.
Emis: È un disco che abbiamo scritto per noi e per la nostra gente, quelli che magari per via dell'età si sono un po' allontanati dalla musica. Però anche per le nuove generazioni. È un bel disco rap, per scoprire anche cosa significa rap.
Jake: Prima di tutto è un disco fatto per noi, perché avevamo voglia di rappare.

I beat li avete scelti insieme?

Jake: Sì, e li abbiamo scelti nel modo migliore: ascoltandoli senza sapere di chi fossero, per non farci influenzare dal nome. Era una cosa di cui avevamo parlato e che poi abbiamo messo in pratica. Che fossero fatti da ragazzini o mega produttori, li abbiamo scelti in base al suono e non al nome. Tant'è che poi il disco suona eterogeneo ma con un senso. La gente si sarebbe aspettata dancehall e reggaeton da un nostro disco insieme, ma noi siamo dei rompicoglioni e abbiamo fatto un disco rap. Non volevamo fare i rapper di strada, non ce ne fregava un cazzo. Ma il disco è rap.
Emis: Il lavoro di scrittura invece è stato molto individuale. Ovviamente qualche cosa l'abbiamo scritta insieme, tanti ritornelli li abbiamo fatti a 4 mani, una volta a settimana ci vedevamo e mettevamo insieme i pezzi. Però ognuno stava nel suo. Lo studio sta a casa mia, quindi era comodo.
Jake: Era comodo per te, cazzo, stai a Bernareggio.
La copertina apocalittica riguarda il mondo del rap o il mondo in generale? E siete saliti per davvero sui cavalli?
Jake: Siamo partiti per cavalcare un certo mood, espressione che fa ridere perché in effetti siamo a cavallo nella foto. Ma i cavalli erano troppo grandi per la foto, così ci hanno dovuto ri-photoshoppare su dei cavalli più piccoli. Quindi, siamo saliti su cavalli veri, ma quelli che vedi sono tarocchi. In realtà comunque la cover doveva essere un'altra cosa, ma in corsa è passato questo grafico molto bravo, che ha fatto 'sto lavoro apocalittico che a due tamarri galattici come noi è piaciuto subito. E pensa che non era ancora successo il casino del covid. Poi il mondo è andato in una specie di apocalisse per davvero, ma era troppo tardi. L'abbiamo tenuta lo stesso.
È una foto molto social, ma tu non sei molto social, vero Jake?
Jake: Non è che non sono molto social. Io i social li odio proprio. Sono anti-social, penso che siano la rovina del mondo. Li utilizzo giusto per fare promozione delle mie cose e postare qualche cazzata. Non li so usare, non li voglio usare e non me ne fotte un cazzo. Spero che un giorno magicamente si spengano. I social non hanno fatto che dare libero sfogo alla gente che non sa un cazzo di niente e ai suoi istinti più animaleschi e stupidi. E i fessi come loro li ascoltano come fossero profeti.
Emis: L'unico modo per starci lontano a volte è starci "fisicamente" lontano, non aprirli. Molte volte mi dico di non aprirli e due minuti dopo sono lì a scrollare. Leggi una roba che ti fa girare i coglioni e ti bolle il cervello.
Jake: Il problema è che è un mondo senza regole. Un posto del genere può andare bene quando la gente non prende sul serio quello che c'è scritto. Ma se invece la gente lo prende sul serio. La gente crede di poter decidere come devo fare un disco, cosa devo dire e cosa no, e, cosa ancor più grave, questa cosa è uscita anche nella vita vera. Ha influenzato le elezioni. È una cosa gravissima. Consiglio a tutti di guardare "The Great Hack" su Netflix, un documentario che ti dà uno spaccato di quanto Internet e i social abbiano sputtanato i nostri cervelli. Internet è un posto orrendo, lo terrei solo per la pornografia. Troveremo sempre un modo per farci le seghe.
Emis: Certi commenti, insulti, certi atteggiamenti su Internet possono davvero cambiarti l'umore. Io me ne sbatto, perché ho imparato a farlo e ci sono abituato. Ma magari un adolescente la vive davvero male. Ho visto gente starci male e soffrire, come se l'insulto lo avesse ricevuto in giro su strada. Dobbiamo tutti smettere di odiarci, ma anche imparare a distinguere Internet dalla vita vera.