Nerone - Red Bull Open Sea Republic
© Mauro Puccini/Red Bull Content Pool
Musica

Nerone vuole vincere il Pallone d’Oro del rap

Il rapper milanese, reduce dal nuovo "Gemini", ci racconta di come poteva scegliere una carriera e invece ha scelto le rime. E di essere libero
Di Claudio Biazzetti
6 minuti di letturaPublished on
«Ovviamente non posso, devi disegnare tu la tua!» risponde Nerone. La copertina del suo nuovo CD, Gemini, è infatti a discrezione del proprietario, essendo praticamente uno spazio vuoto giallo da riempire col pennarello in dotazione con il disco. Quindi neanche il protagonista dell’album può disegnare sul suo CD, non importa se a regalarmelo è stato lui. «Dovrai disegnare tu la tua, io posso solo farti un autografino dentro». Il concetto a dire il vero ha senso e si deve anche al passato di Massimiliano (Figlia, il suo cognome) come writer dei muri di Milano, dove è nato nel 1991. «Mi taggavo Oreo, come i biscotti» mi confida, un minuto prima di raccontarmi che prima del rapper faceva l’animatore nei villaggi turistici.
Quindi hai girato un po’ il mondo?
Sì, però lavoravo. Ho preso tanti aerei per posti fighissimi che ho visto pochissimo. Avevo un giorno libero a settimana, che comunque finiva alle 19 e alla sera lavoravo. Non potevo fare escursioni, piramidi, zero. Ho fatto un casino di bagni bellissimi in posti clamorosi, quello sì.

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Fare l’animatore è così male come dicono?
Sì, è un lavoro un po’ di merda. Mi davano 400 euro al mese, ma se volevi l’assicurazione, le medicine, eccetera, allora ti scalavano altri 20 euro. Partivi da 380 euro per lavorare 18-19 ore.
Per quanto tempo l’hai fatto?
Anni. Cinque o sei anni. Mi divertivo da morire, a una certa poi impari come muoverti in quell’ambiente. Ci sono un botto di soldi extra da fare, se sei sveglio. Nel giorno libero a Dubai, vai a scaricare gli yacht dei russi e degli sceicchi. Solo banconote viola e verdi. E se addirittura si posteggiavano vicini, facevano a gara a chi ce l’aveva più lungo su tutto. Chi aveva la barca più lunga e chi lasciava la mancia più grossa. E noi eravamo là sotto a scodinzolare. In 3 ore di lavoro facevi 4 mesi di stipendio.
E quand’è che hai deciso di smettere?
Quando ho rifiutato una proposta di lavoro molto grossa per andare a fare MTV Spit, il programma di rap battle. Era un posto molto importante in Lussemburgo, perché nel villaggio vacanze avevo conosciuto la figlia di un uomo d’affari. Mi hanno proposto questo impiego, io accetto, vado a casa per fare i bagagli e ricevo la mail di Spit. Ho mollato tutto e sono andato a Spit.
Potevi scegliere i soldi e invece hai scelto il rap.
Capito? Ora vediamo di fare i soldi, dai.
Questo era il 2013? Da allora hai sfornato una quantità di album assurda.
Non volevo più fare freestyle, volevo che la gente capisse che non sono un freestyler. Sono stato un freestyler e so farlo, ma io voglio fare i dischi. Voglio raccontare le cose, prendermi il tempo che serve per farlo, voglio andare in tour, suonare le mie canzoni con davanti persone che vogliono sentirle. Non voglio gente che mi dice: “Fai freestyle!” Ma succede di continuo, succederà sempre. Hai presente Sean Garnier di Red Bull? Quello che fa i tunnel a tutti? Ecco, lui mica gioca nel Barcellona o nel Real: lui fa i tunnel. Io non voglio fare i tunnel, io voglio vincere il Pallone d’Oro.
Ha senso.
Per aumentare un po’ l’attenzione sulla mia musica ogni anno faccio uscire questo progettino che si chiama Hyper. Lo faccio insieme a quattro, cinque amici storici oppure ragazzi a cui voglio dare voce. Preferisco fare nuova musica.
Sono 8 album in sei anni: vorresti farne uscire di più?
Ho già in programma tutto ciò che voglio fare. Sia i dischi che gli Hyper hanno almeno due anni di programmazione da oggi. Vediamo se riusciamo a scriverci dentro ciò che vorrei.
La tua dimensione comunque è il palco.
Palco, tour ma anche studio. Quest’anno coi due EP penso di aver fatto l’upgrade, ho iniziato per davvero a fare canzoni rap. Una canzone al giorno, poi. Arrivavo in studio e facevamo beat, strofe e registrazione e andavo a casa. Determinati, one shot one kill.
Soffri tanto questa cosa del presentarti alle persone? “Piacere, Max”.
In realtà non io. Sembra che la soffrano gli altri. Nel pezzo parlo di come la gente si offenda quando non ti ricordi che in realtà vi eravate già presentati. Però capita a tutti. L’ultima volta che mi è successo mi sono presentato e poi l’ho rifatto 5 minuti esatti dopo [ride]. Quando sono tornato a casa quella sera ho deciso di fare una canzone su questa cosa. Mi perseguita. Che figura di merda! Dicono che quando ti presenti non devi prestare attenzione al tuo nome ma al tuo interlocutore. Ma è facile a dirsi. Quando dico “piacere, Max” e l’altro mi dice “Piacere, Alberto” allora io devo dire “ALBERTO!”, così me lo stampo per bene nella testa.
I feat del disco sono solo amici? Perché in passato ti avevano criticato per dei feat comprati.
Solo amici. Poi, in Italia sai come funziona, ti compri tutto, dai follower al resto. Ora, io non credo che tu paghi un rapper perché il tuo preferito. Lo paghi per avere un po’ della sua visibilità, per ottenere la condivisione del brano. Se mi chiedi un feat a pagamento diciamo che sparo una cifra così alta da farti desistere, ecco. Non te la farei così volentieri. Ovvio che se poi mi paghi quella cifra per me diventa lavoro e la faccio.
Sei forse una delle poche prove che il rap in Italia non è mai sparito: sei d’accordo?
Eh, non è sparito ma sicuramente si è distratto per un attimo. L’occhio è caduto sulla novità, e il rap ogni anno si rinnova. È come la moda: ora vanno di nuovo le Buffalo e il rap è le Buffalo della musica. È sempre andato, di cattivo occhio, solo che ora il rap è sotto gli occhi di tutti. Credo che ci siano ben altre cose per cui prendersela nella vita, mica quello che scrivo io.
Di sicuro la vicenda Sfera-Corinaldo ha fatto venire fuori il peggio.
L’italiano ha bisogno di puntare il dito a volte. Pensa che quando facevo l’animatore davano la colpa a me se pioveva. La prima cosa che vedono, puntano il dito. Perché Sfera? Perché è capitato lì. C’era bisogno di un capro espiatorio. Anche io a volte potrei attrarre delle shitstorm, ma per fortuna ho delle persone che mi tappano la bocca. Ma l’80% delle volte quando aspetto prima di dire qualcosa, poi dico la stessa cosa. Magari in una forma diversa. Alla fine, se ho scelto il rap è perché non voglio avere censure.