Rocco Hunt e Geolier
Musica

Rocco Hunt e Geolier cantano di amori tormentati

© Stampa
Il nuovo singolo dei due ragazzi campani, "Che me chiamme a fa?", parla di una relazione notturna. Come ci ha raccontato Rocco in questa intervista
Di Claudio BiazzettiPubblicato il
Rocco Hunt e Geolier hanno unito di nuovo le forze, stavolta per dipingere una situazione amorosa che sarà capitata a tutti. È quella di un amore notturno, un po' clandestino, in cui partono telefonate un po' sospirate nel bel mezzo della notte. «Magari perché una delle due parti si sente incompleta di notte» prova a spiegare Rocco nell'intervista qui sotto.
Ma Che me chiamme a fa? non è che l'ultimo tassello in un mosaico di platino con cui il rapper salernitano, vero nome Rocco Pagliarulo, si sta tappezzando i muri di casa. Prima Sultant'a Mia e ora anche la hit latina A un paso de la Luna feat. Ana Mena, pare che il ragazzo dalla vittoria di Sanremo Giovani nel 2014 abbia fatto passi colossali e ora non ha nessuna intenzione di fermarsi. Nemmeno di fronte all'ostacolo di una lingua che non è la sua, come lo spagnolo.
Che tipo di amore disegna Che me chiamme a fa?
La canzone non descrive un amore semplice. È uno di quelli pieni di contraddizioni. C'è questa chiamata che arriva sempre di notte che ci lascia intendere cose ben precise: non è un amore vissuto di giorno, un amore libero al 100%. Semmai, un amore tormentato un po'.
Anche clandestino, volendo.
Sì, da un certo punto di vista può essere interpretato così. Oppure può essere anche che la ragazza non sia del tutto convinta di questo amore. Quando la sera si mette a letto, è lì che magari si sente un po' incompleta e parte questa telefonata.
C'è anche della gelosia. Sei un tipo geloso?
C'è anche della gelosia, sì. Perché lui è come se le dicesse: "Se veramente ci tieni, allora perché mi chiami solo di notte? Con te non voglio più giocare". C'è il desiderio di avere quella persona tutta per te, non solo di notte. Sia io che Geolier siamo ragazzi campani, per indole e per DNA siamo abbastanza gelosi. È ovvio.
Com'è nato il pezzo?
Il ritornello e la prima strofa li ho fatti in studio con Valerio Nazo, il mio produttore con cui ho fatto questi brani un po' più urban negli ultimi anni. I pezzi che ho fatto con Geolier e con Nicola Siciliano, insomma: questo urban trap napoletano che comunque ci ha dato ragione, la gente lo sta supportando. A Napoli, a Salerno e in generale in Campania si è creata questa nuova wave che è stata ripresa dai ragazzini più giovani. Avevo questo pezzo finito e siccome con Emanuele, Geolier, sono molto amico, gli ho mandato il pezzo e mi ha risposto: "Bellissimo! Vorrei esserci anche io!" E allora quando è un amico, una persona che stimo, un fratellino come lui, mi ha fatto piacere dare la seconda strofa a lui. Perché la musica è questo, è condivisione.
È vero che la gente vi sta dando ragione e i numeri arrivano. Stai macinando singoli di platino e d'oro, ma che ne è dell'album?
Essendo uscito l'ultimo Libertà nel 2019, diciamo che deve ancora arrivare quel limite massimo di tempo per cui la gente comincia a dire: Ok, adesso vogliamo l'album. Comunque sono usciti dei singoli ogni 2 o 3 mesi, A un paso de la Luna è partita in Spagna e ora stiamo cercando di farla partire in Messico. Ci stiamo allargando a livello internazionale, c'è parecchia carne al fuoco e in questo momento non sento la necessità di fare un album. In più, ho in sospeso ancora 6 concerti del primo album, tra cui 2 Palapartenope che stavano diventando 3, un Fabrique di Milano che è quasi sold out, un Atlantico di Roma. Stiamo facendo grandi arene ma finché non concludiamo il tour è come se il progetto Libertà fosse ancora aperto. Non potrei mai uscire prima con un nuovo album, nonostante il fatto che sono molto produttivo. Le tracce ce le ho, sono una macchina da guerra, scrivo tanto, per me per altri, in spagnolo, in napoletano...
E come ti sei trovato con lo spagnolo di A un paso de la Luna feat. Ana Mena?
All'inizio un po' così. Quando mi hanno mandato la traduzione all'inizio ho fatto un po' di fatica ad approcciarmi, ma perché era la prima volta. Poi appena siamo arrivati lì a Madrid, per la promozione del pezzo, ho iniziato a parlare, a rispondere ai giornalisti in spagnolo. Parlavo anche con Ana e i suoi amici, e dopo poco mi è venuto naturale parlarlo, me la cavo. Capisco tutto, devo solo migliorare un po' la fase del dialogo. Ana mi ha dato le chiavi di una porta nuova: da 3 settimane siamo il pezzo più passato di Los Quarenta, la radio più forte in Spagna e dell'America Latina. Un grande merito ovviamente va anche a Federica Abate e Zef, con cui abbiamo scritto in Italia il pezzo. Le porte del mondo latino però me le ha aperte Ana.
Il successo in Spagna me lo spiego. Ma in Svizzera?
Sì, perché in Svizzera la musica è perlopiù franco-tedesca. Quando riesci a fare un successo con l'italiano o lo spagnolo è un bel traguardo. Tanta roba. Però non la vedo una cosa troppo strana. In Svizzera ho sempre fatto tantissimi concerti, c'è uno zoccolo duro di italiani, di meridionali, che mi ha sempre sostenuto sin dall'inizio. A Zurigo una volta ho fatto sold out in un periodo in cui non li facevo manco in Italia.
È possibile conciliare dischi di platino con relazioni stabili?
Sì, e io ne sono la prova vivente. Sono sposato e ho un bambino di 3 anni e mezzo, quindi è chiaro che prima o poi devi farci l'abitudine. Uno non può fare sempre la rockstar dannata, no? Bisogna sempre mettere delle basi affettive. Sono giovane ma ho già vissuto parecchie fasi nella mia vita: ci sono le fasi in cui fai dischi di platino e quelle in cui magari non ti caga la signora di fianco. Tra tutte queste cose devi trovare il giusto equilibrio di felicità, e avere una persona a fianco che ti supporta è davvero prezioso, nella buona e nella cattiva sorte.
Parole sagge le tue.
"Parole dure, parole dure di un uomo davvero strano", come disse il giornalista dei Simpson dopo aver intervistato Homer. Non mi ricordo come si chiama il personaggio.
Kent Brockman!
Esatto, lui.