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Speranza è L'ultimo a morire

© Guido Borso
Il rapper franco-casertano ora può fare a modo suo: una lunga chiacchierata sulla sua vita e sul suo primo album
Di Claudio BiazzettiPubblicato il
Quella che segue è un'intervista figlia di una lunga chiacchierata al bar con Speranza. Non propriamente il tipo di bar prediletto da Ugo (Scicolone, il nostro protagonista), un bar in centro a Milano dove se non spizzichi le pizzettine che ti portano al tavolo fanno quasi gli offesi, ma comunque un posto perfetto dove raccontarsi un po' di tutto: dall'infanzia passata nei rioni a nord di Strasburgo al progetto di sola musica rom chiamato Ugo de la Napoli, dal pallino per lo jodel (sì, i tizi tedeschi che fanno i vocalizzi pazzi) a quello per i caravan.
La scusa ufficiale per questa chiacchierata era comunque il suo primo album, L'ultimo a morire, in uscita il 16 ottobre per Sugar e registrato per intero nello Studio Mobile di Red Bull (tant'è che qui sotto c'è anche una video-intervista di allora).
Musica · 5 min
Speranza - Intervista & Behind the Scenes al Red Bull Studio Mobile
Un bel traguardo all'età di 34 anni, cosa che infatti la dice lunga sulla visione esistenziale del rapper, diventato famoso per una Sacra Trinità di pezzi come Spall a Sott, Sparalo e Chiavt a Mammt: se non si può fare una cosa a modo suo, allora non la fa proprio. E ora Ugo, per fortuna, dopo una vita passata in cantiere a esercitare la nobile arte della carpenteria, è completamente padrone della sua vita.
Spall a Sott alla fine ce l'ha fatta a entrare nel tuo primo album.
Sì, inizialmente sarebbe dovuta finire con la sua trilogia. Poi la gente un po' lo chiedeva, un po' per una questione di continuità del vecchio nel nuovo, e alla fine ho fatto Spall a Sott 4. Ormai è un inno. Cerco sempre di rivendicare il mio senso di appartenenza. Prima era una cosa solo nostra, del casertano, per cui se andavi in un'altra città tipo Aversa non lo conoscevano. Bisognava spiegargli che nella processione che c'è ogni anno a Caserta viene urlato quando porti a spalle la statua di Sant'Anna. Ora il significato lo sanno in tutta Italia. Sono davvero orgoglioso. Sono successe davvero tante cose in questi 3 anni.
Alla fine ti ha scoperto Crookers, no?
È stata tutta una reazione a catena, ma sì, tanto è nato da quel remix che ha fatto Crookers su Sparalo. Lui in realtà l'aveva già fatto prima di propormelo. So che mi aveva ascoltato e una sera l'aveva suonato ai Mercati Generali (Catania). Solo che lì fra il pubblico c'era un mio amico di Caserta che mi chiamò dicendomi: "Oh, stanno mettendo il tuo pezzo!" Poi arrivò la proposta vera e propria del remix e da là è nata un'amicizia con Phra e tutti i ragazzi di Pluggers. Amici di bevute. Poi noi in realtà noi eravamo già amici di Massimo Pericolo, quindi quando poi abbiamo avuto l'occasione di salire a Milano ci siamo beccati tutti insieme e abbiamo presentato Vane (Massimo Pericolo, ndr) a Pluggers. E anche lì per lui è stata una cosa buona. Poi ha cominciato anche Gué Pequeno a fare i props su di me nelle interviste. Anche Night Skinny mi ha dato una mano. Dopo Givova mi dissero che a Milano stavano già cominciando a comprarsi le tute. Fu un piccolo boom.
Da lì è stato tutto in discesa.
Da lì abbiamo cominciato a notare numeri che non avevamo mai visto. Diciamo che l'attenzione è partita da Caserta, poi è volata direttamente a Milano e poi si sono ricongiunte a metà strada. Ricordo uno dei primi live a Roma in cui arrivarono tanti della scena, da Sick Luke a Margherita Vicario (e lì ne è nato un brano), anche Noyz Narcos (e anche lì ne è nato un brano). Venne OG Eastbull, Chicoria del Truceklan. Davvero un momento indimenticabile.
E da allora cos'è cambiato nel concreto? Lavori ancora in cantiere?
Ho sempre cercato di fare entrambe le cose, fino adesso. Finché la cosa non diventa concreta, non posso mollare. Poi è arrivato il covid e mi sono messo a scrivere, dopodiché ho registrato il disco. Ora saranno 3 mesi che non vado in cantiere. Per la prima volta, la musica viene prima. E ringrazio il Cielo per questo, anche se a volte mi viene la nostalgia della vecchia vita. Quando i problemi erano: "Oh, domani devo ricordarmi di cambiare la mattonella a quello". Oppure quando stavo coi bidoni in mano e la gente mi fermava "Oh, ma tu sei Speranza?" e io "Sìsì ma fammi lavorare". Negli ultimi tempi andavo a casa della gente a sistemargliela e mi chiedevano "Oh, ma tu nn stavi in televisione? Possiamo farci una foto?" E io tutto sporco di calcestruzzo: "Sì, vai!"[ride]
In Francia in che zona stavi?
Sopra Strasburgo, in Lorena.
Ci torni ancora ogni tanto?
Sì, di solito lavoravo tutto l'anno in Italia per racimolare i soldi e farmi il Natale in Francia e poi ritornavo. Faccio questo da quando sono tornato in Italia, cioè da 7-8 anni. Se ho l'occasione tornerò anche quest'anno, ma non lo so ancora.
E Fendt è la migliore marca di caravan? Non avevo mai sentito una canzone dedicata a questo tipo di cose. E mi piace.
Secondo me è la migliore. Poi ce ne sono tante, anche la Tabbert è molto bella, infatti sono in concorrenza fra di loro. Anche Westfalia non è male. Però alla fine nel brano faccio un po' di dissing alla Tabbert, dico che la supero. Mi appassionano i caravan, perché poi vanno anche contro a tutto ciò che è il rap di oggi: la mia Lamborghini, la mia Ferrari, eccetera. Io Invece nella mia Fendt ho sia la villa che la macchina, è il mio piccolo mondo, una metafora. I rom francesi hanno tutti una bella Fendt, anche i sinti in Italia. Amano le Fendt.
Porti in alto la bandiera rom ma nel vero senso della parola. Mi ricordo del tuo live al Mi Ami dove sventolavate vessilli rom, palestinesi ecc.
Sì, le bandiere dei popoli zittiti. Anche la bandiera berbera. Avevamo preparato un bel live sì: le bandiere le avevamo prese su internet, i tubi che facevano da aste li avevo presi in cantiere, li abbiamo portati su in treno. I giubbotti antiproiettile, i passamontagna. Tutto fai da te. E continueremo così, belli crudi e con la nostra mentalità. Può sembrare senza un senso ma ti assicuro che ce l'ha.
Speranza
Speranza
È nato prima Speranza o Ugo de la Napoli, il tuo side project di musica rom?
Senza dubbio Speranza. Io rappo, scrivo rime dal '99, quindi sono almeno 21 anni. Sono Speranza da quando ero ancora un moccioso che non sapeva rappare. Ugo de la Napoli è arrivato quando non me ne fregava più tanto del rap. L'avevo fatto per passione, ma ormai mi scivolava addosso. Non ho mai aspirato a sfondare nel rap: questa cosa mi è caduta addosso. È un privilegio che mi ha dato la vita. Ti dicevo, in quel periodo avevo smesso anche di bere superalcolici, mi stavo riprendendo un po'. Ascoltavo moltissima musica rumena, ma era un progetto mio personale. Nemmeno la gente a Caserta l'avrebbe capito, lo facevo per sfogarmi. C'è stato un periodo, quando c'è stata la transizione fra rap vecchio e rap nuovo mi è sceso un po' il rap.
Tra l'altro c'era anche un lavoro di ricerca di filmati per i video.
Sì, quelli li montavo io a casa con un programmino. Ci sono ancora un paio di video di quelli sul mio canale YouTube. Ma conta che il CD aveva 18 tracce.
Cazzo, esiste un album di Ugo de la Napoli?
Sì! Andai da un falsario a Napoli, di quelli che vendono i CD alla gente per strada. Gli chiesi 200 copie, apposta per le 200 copertine che avevo fatto io al computer. Era il progetto più falso della storia. Ne ho ancora una ventina a casa. Avevo speso 1 euro per ogni CD, quindi volevo rivenderli a un 1 euro almeno per rientrare della spesa. Ma la gente non voleva cacciare manco un euro, quindi alla fine li regalavo. E come l'ho pubblicizzato poi, sempre per dimostrarti che era il progetto più falso del pianeta Terra? Al mercatino dell'usato ho proposto al tizio che vendeva dischi usati di passare i miei pezzi dall'impianto, così facevamo a metà per ogni disco venduto. Quando i rom del mercato sentivano la musica, venivano a comprare i miei CD: "Ma questa è la nostra musica! Che bello! Chi è che ci parla in napoletano sopra?" Era una roba pazza, tutta in autotune, con le basi rubate.
Tu però non hai di fatto origini rom.
No, ma è una cultura in cui ho bazzicato per molto. Ho tanti amici rom. Il mio però non è stato un valorizzare ipocrita come spesso succede. La mia passione è sincera, è una cosa che ho vissuto. Non è razzismo al contrario, o appropriazione culturale, è passione sincera. Vado matto anche per la cultura polacca. C'è una grande comunità polacca a Caserta e sono persone incredibili. Il loro matrimoni forse sono ancora più belli di quelli rom. Ho questo amico di bicchiere carissimo, Mariusz, di cui parlo anche in Casertexas. Dico "Esco con Mariusz e lascio il fegato a casa". Il fine settimana andavamo in queste discoteche-ristoranti dove suonano musica ucraina e polacca. Le chiamiamo Folkoteche.
Ma conoscevi Takeo Ischi prima del pezzo con Massimo Pericolo? Io lo adoro perché sono un fan di un altro jodler molto famoso, Franzl Lang.
Madonna, posso stringerti la mano? Di solito non conosce nessuno l'arte dello jodel, né chi la fa. Poi, figurati, abitando sul confine tedesco sono cose che ti arrivano. Poi Franzl Lang mi faceva impazzire, purtroppo è morto. [canticchia] "Eine Jodler hör I Gern!" Comunque sì, prima del pezzo con Massimo Pericolo conoscevo Takeo. Avevo fatto una ricerca assurda e avevo trovato questo jodler giapponese che viveva in Germania, un pazzo. E più la gente fa i brani gangster, Savastano, Escobar, ecc e più io faccio musica rom e jodel. Ho voluto farlo con Vane perché ci mandiamo sempre tutte 'ste cose per ridere. È una follia che ci accomuna.
Quindi parli anche il tedesco?
L'ho studiato a scuola ma a casa ho imparato tante altre lingue da autodidatta. Le cose imposte non hanno mai funzionato su di me. Compreso il tedesco. A casa ho imparato pure a scrivere in cirillico, ma a scuola non facevo un cazzo. Ma alla sera andavamo a fare serata in Germania, e quando sono ubriaco mi riesce meglio parlare in tedesco.
Credevo che in uno dei pezzi del disco, Le Fief, riuscissi a fare tutte le strofe in francese. Invece a un certo punto cambi sempre lingua, ne senti il bisogno.
Questo è sempre un ritorno alle origini, perché quando all'inizio rappavo solo in francese facevo sempre le 4 barre in napoletano. Poi quando ho iniziato a rappare in napoletano, facevo l'esatto contrario, quindi 4 barre in francese. Quindi ora sono tornato alle origini. Ma è una cosa irrazionale. In Givova per esempio non ci sono barre in francese. Esce semplicemente naturale, non mi impongo regole. In Iris sono anche più di 4 in francese.
Chi è Iris?
In realtà ero fuori da un bar e pensavo al giglio. Sai, al fiore che è anche molto simbolico. Perché è un simbolo dei regnanti di Francia, poi c'è anche il rapporto con la religione. Da lì sono arrivato a un altro fiore, l'Iris. Ma non sono uno che si limita ai titoli: c'è molto di più dietro.
Speranza e Don Joe nello studio
Speranza e Don Joe nello studio
Vero, tant'è che uno se non lo ascolta non direbbe mai che Puttana*** è il pezzo più romantico dell'album.
Hai detto una cosa vera. Non a caso dopo Puttana*** se noti ci sono tre asterischi. Come per dire nota bene, non sto insultando nessuno. Oggi cercano sempre di mettere subito in polemica. Anche nel pezzo con Margherita Vicario all'epoca mi avevano accusato di sostenere il patriarcato. Cose a caso proprio. Ormai la dittatura di pensiero è invisibile, non riesci a riconoscerla. E poi si limitano tutti a giudicare le cose solo dal titolo, nessuno approfondisce. E questo è la forza dei populisti, di chi governa i greggi di capre. Puttana*** parla di complicità, sia fra amici che fra amanti. Non bisogna fermarsi alle apparenze.
Uno che non ti conosce direbbe che sei agitato e urli sempre.
E come vedi sono tutto l'opposto. Questo album parla anche di tante sfaccettature di me che fino adesso non ho mai raccontato. Serve anche a sfatare alcuni preconcetti che la gente si è fatta su di me. Comunque ho un cuore anche io, sono capace di amare. Comunque per urlare così nei pezzi ho studiato, ma in cantiere.
Ah, ecco da dove arriva la tecnica.
Lì si urla sempre. E se ora alzassi la voce potrei continuare così per ore, non la perdo mai. Anche quella di aver lavorato in cantiere, come vedi, è stata una benedizione. Nei live non perdo mai la voce anche grazie a questo. Quando scendi dal palco ci sono quei minuti in cui parli come Barry White, ma poi mi passa subito. Forse ogni tanto potrei tornare a fare un salto in cantiere ad allenarmi un po'. Spero che possa ricapitare.
Com'era lo Speranza di 20 anni fa, quando hai iniziato a rappare?
Piccolino sicuramente. All'epoca abitavo nei rioni in Francia. Buttavi le tue giornate negli scantinati, perché fuori faceva freddo e giù sotto invece avevi i tubi dei riscaldamenti, almeno lì stavi un po' al caldo. Poi c'erano quelli che vendevano nei portoni e tu stavi lì un po' per compagnia, no? Facevi una chiacchiera, bevevi, fumavi. Ogni tanto prendevamo la macchina per andare in Germania, per vedere una realtà diversa, sicuramente più scintillante della nostra. Ma ci guardavano male, perché eravamo etichettati come la gente dei rioni francesi che andava di là a fare casino. In centro in Francia ancora peggio: ti passava proprio la voglia, perché ci fermavano sempre. Alla fine si crea un razzismo al contrario. Se dai odio ricevi odio e la gente poi non si integra. Noi a scuola i francesi veri li bullizzavamo, era la nostra vittima perché fuori dalla scuola eravamo sempre noi le vittime.
Crescendo però mi sono reso conto di essere anche io parte del problema. Ma abitando in Italia, dove i rioni sono più inseriti nella città e c'è meno segregazione, mi sono reso conto di questa condizione. Mi ha aperto gli occhi. Non dico che in Italia non ci sia ghettizzazione, ma al bar o allo stadio ci puoi parlare con l'avvocato importante.
E il rap quando è arrivato?
In Francia il rap una volta era una cosa solo dei rioni. Ora se lo sentono tutti, anche i figli dei ricchi in centro. Ma ai miei tempi era solo una cosa da gente di rione. Tant'è che ha molto slang, a volte manco i francesi capiscono. Capace che fra la banlieue e il centro-distanza totale 5 km-le persone non si capiscano. Ma fra banlieue di Parigi e quella in Bretagna si capiscano perfettamente. Quindi in quei posti non scegli di fare musica. La musica è parte di tutto il contesto, la ascolti dalla mattina alla sera. Tutti prima o poi lì iniziano a rappare. Non è la moda, è il tessuto sociale. Avevo questo amico curdo che aveva un computer con un programmino per registrare. Facevamo le basi e poi registravamo tutto su cassetta. La davi agli amici e loro se la duplicavano, ci facevamo i complimenti, ci sostenevamo.
E pensa che il titolo di questo album ce l'ho in testa da 20 anni. Perché è proprio nato insieme al nome Speranza, questa cosa per cui sono l'ultimo a morire. Pensa che dovevo usare questo titolo per un primo album nel 2006, che poi per fortuna non è uscito. Sarebbe stato un peccato sprecare un titolo del genere. E poi, l'ultimo a morire perché, anche se schiatto, la musica almeno rimane.