F1

Terruzzi racconta: Il caso Wilson

Centimetri. Fortuna. Rogna nera. Le corse restano pericolosissime nonostante ogni palese progresso
Di Giorgio Terruzzi
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Il pilota inglese Justin Wilson

Justin Wilson 1978-2015

© IndyCar

Il dramma imparabile

La morte di Justin Wilson è emblematica. Colpito durante la gara Indy di Pocono, Pennsylvania, da un detrito proveniente dalla vettura di Sage Karam. Wilson non ha avuto alcuna parte attiva in questo dramma. Procedeva, semplicemente, stava facendo la sua corsa quando un pezzo generato da un incidente che non lo aveva affatto coinvolto, lo ha colpito con violenza sul casco. Perdita di conoscenza, schianto, coma. Fine. Wilson, inglese di Sheffield, data di nascita 31 luglio 1978, aveva avuto un’esperienza breve e poco fortunata in Formula 1, nel 2003, correndo con Minardi e Jaguar, ottenendo un punto nel GP Usa, ottavo.
Nel giugno scorso era apparso in una gara del Mondiale Formula E, decimo, sulla vettura del Team Andretti, in sostituzione di Scott Speed. Non un campionissimo, forse. Un ragazzo preso da quella passione lì, formidabile, ciò che permette di continuare a correre anche dopo qualche brutto colpo. Eppure, una morte assurda, all’apparenza.
Che ha riportato al centro della scena, con una forza ben più cruda, la parola “detrito”, a poche ore di distanza dal detrito che ha rischiato di mettere nei guai Rosberg durante le prove del GP Belgio, a Spa. Per non parlare dell’incidente molto discusso accaduto a Vettel domenica scorsa. La cui dinamica non voglio discutere qui perché, comunque la si guardi, ha a che fare con un ennesimo tentativo di forzare un limite, il che fa parte da sempre, della storia delle corse.
Piuttosto abbiamo un incidente mortale, quello che ha ucciso Wilson, del tutto imparabile. Non c’è alcuna contromisura che funzioni, certe volte. Nulla che possa mettere in piena sicurezza i piloti. Quando un centauro cade nei primissimi chilometri, con uno stormo di moto alle spalle. Quando un pezzo vola impazzito nell’aria mentre sopraggiungono altre vetture. Quando una carambola fa perdere aderenza ad una macchina, ad una moto. Quando un guasto inatteso determina un disordine improvviso.
Pensando a Spa, mi tornano in mente le parole di Alonso, coinvolto dalla carambola generata da Grosjean al via, anno 2012. “Pochi centimetri e non sarei qui a raccontarlo” disse Fernando dopo aver visto la Lotus transitare a un niente dal suo casco. Parole curiosamente simili a quelle pronunciate da Vettel domenica. Se la sua gomma posteriore destra fosse scoppiata cento metri prima, in piena Eau Rouge, le cose avrebbero potuto prendere una piega ben più seria.
Di controbalzo, se quel pezzo vagante di Pocono avesse preso una traiettoria leggermente differente, Wilson sarebbe ancora tra noi, pronto a pronunciare una frase analoga. Centimetri. Fortuna. Rogna nera. Per dire che le corse restano pericolosissime, nonostante ogni palese progresso. Per dire che il rischio permane come ingrediente formidabile del motorismo proprio perché portatore in permanenza di un dramma potenziale.
Il che determina comunque una dissonanza con quanto accaduto a Bianchi. Mi dispiace spargere ancora sale su questa ferita. Ma l’incidente di Bianchi, a differenza di questi, citati qui, a differenza di quelli, terribili, che hanno portato via Marco Simoncelli in Malesia e Shoya Tomizawa a Misano, presenta ancora oggi un’anomalia fondamentale. Qualcosa che non ha nulla a che fare, appunto, con i guizzi imparabili della sorte, del destino.