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Recensione del quinto: la sfida di Sporting Life

Finalmente stiamo arrivando a un modo interessante e sensato di contaminare hip hop ed elettronica?
Di Damir Ivic
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Sporting Life

Sporting Life

© Andrew Kass

PRIMO
Concedeteci di iniziare con un aneddoto molto personale: ovvero di quando proponemmo ad Aelle – se avete più di trentacinque anni ma forse anche se non li avete, sapete di cosa stiamo parlando – la recensione dell'album di Dj Shadow (non “Endtroducing”, ma il seguito di qualche anno dopo). “No, meglio di no, non è abbastanza hip hop, è un'altra storia” ci venne risposto, da quella che era la redazione del giornale che era (meritatamente!) il punto di riferimento editoriale assoluto per la cultura hip hop in Italia. Una redazione maniacalmente attenta a preservare l'hip hop “nelle sue forme originali”: e quindi anche se Dj Shadow era un b-boy dalla testa ai piedi, un turntablist puro, uno che vive e respira hip hop, il fatto che il suo successo fosse stato più fra un pubblico legato all'elettronica raffinata e in generale alla musica di ricerca e, all'epoca, abbastanza scarso fra gli appassionati di rap – troppo puristi per accettare un disco del genere, forse – lo rendeva automaticamente “sospetto”. E quindi no, niente Dj Shadow su Aelle. Non è abbastanza hip hop. Lavora coi campionamenti, turntablist della madonna, conosce la cultura come pochissimi altri ma no, non era “abbastanza hip hop”.
SECONDO
Sono passati quindici anni, più o meno. Guardate come siamo messi adesso: prima in America e ora in Italia ci sono più pezzi rap con la cassa dritta stile house che altro, e ci sono dei tastieroni che andrebbero benissimo anche per l'EDM più nazionalpopolare. Eh. Prima la “colpa” di Dj Shadow era di uscire originariamente per la Mo' Wax, label vista come emanazione della club culture anglosassone, quella più “progressista” ok, ma pur sempre club culture (e amen se le cover e le grafiche le faceva fra gli altri Futura...): dramma. Club culture = diavolo, per un sacco di tempo. Oggi? Oggi invece il rap insegue affannosamente, spesso e volentieri, il lato più crasso dei dancefloor house ed electro. Club culture all'ennesima potenza (e non proprio quella illuminata, non sempre almeno). Siamo passati da un estremo all'altro. Possiamo dirlo? Ci insospettivano e ci insospettiscono entrambi gli estremi. Molto. Poca simpatia per loro, se chiedete a chi scrive. Rifiutare con alterigia il dialogo e il confronto con altre musiche ed altre culture musicale equivale invece a buttarvicisi a pesce in modo acritico, con ingordigia e senza troppo discernimento, solo perché ci si è accorti che “funzionano”.
TERZO
In generale, c'è sempre stato un fossato tra America ed Europa, tra galassia techno/house e galassia hip hop, fossato che spesso e volentieri si declinava in ostilità aperta (il “Nobody listens to techno” eminemiano ve lo ricordate? Ma anche se andavi al Link fine anni '90, tempi della club culture più visionaria ed avanzata, sulle colonne di una delle sale trovavi scritto a pennarello “L'hip hop ha rotto il c**o”, e nessuno si peritava di cancellare). Fossato che, personalmente, abbiamo sempre trovato limitante, sterile, controproducente, forse proprio molto semplicemente stupido. Ma la soluzione, appunto, non è quella di fare l'esatto opposto: non è perché ora piazzi la cassa dritta e i tastieroni puoi dire che stai facendo hip hop “avanzato”, intelligente, e che stai finalmente abbattendo le barriere. A dire il vero, ne stai costruendo di altre: quelle fra ricerca artistica e facile commercializzazione. Brutte barriere.
QUARTO
Però giusto negli ultimi tempi stiamo intravedendo dei segnali belli. Stiamo sentendo un sacco di musica che crea finalmente un ponte fra sensibilità e culture diverse, senza per questo diventare un ibrido insapore. Un esempio lo abbiamo avuto anche in Italia, col disco di Paura.
QUINTO
Ma un esempio ancora più nitido, vivido ed interessante (perché il disco di Paura summenzionato comunque pesca da un immaginario molto americano e hip hop, per quanto cupo ed avanguardista) e quello che ci arriva da Sporting Life. Sì, uno dei ceffi della cricca Ratking, di cui qua abbiamo già parlato in tempi non sospetti(merito del buon G.). Se poi volete conoscere ancora meglio lui in persona, leggetevi questa bellissima intervista in inglese sul sito dell'Academy; noi intanto vi diciamo che il suo “55 5'S” è un disco incredibilmente interessante perché forse mai come in questo caso si può sentire una contaminazione neanche tanto di generi ma proprio di attitudini: c'è la sfrontatezza hip hop (anche nelle derivazioni da “electro schizzata” tipo il footwork), ma c'è anche l'astrazione cerebrale dell'indietronica più sperimentale o l'urgenza adrenalinica – magari sotto forma di amen break di taglio jungle – della club culture anglosassone anni '90, quella che però sta risorgendo oggi in forma leggermente mutata (vedi alla voce grime, che comunque può benissimo confluire nella techno come spiegavamo qui). In molti stanno provando a creare ponti del genere, ma questo lavoro di Sporting Life – per quanto imperfetto in alcuni passaggi – è quello che lo fa nel modo più completo, convinto e soprattutto naturale, almeno fino ad oggi (non a caso esce su R&S, label-monumento dell'elettronica avanzata europea fin dai primissimi anni '90). Merita assolutamente il vostro ascolto. E se noi quindici anni fa nelle riunioni di redazioni di Aelle avessimo potuto sapere che prima o poi si sarebbe trovata la giusta quadra per contaminare hip hop americano ed elettronica europea in modo non forzato e non commerciale come qui, avremmo avuto un argomento in più. Un argomento molto forte.