Alla fine succede quello che non ti aspetti, che nessuno avrebbe mai pensato: Giorgio Lorenzo leadera tutta la gara e vince al Mugello guidando la Ducati in una delle gare più importanti della sua carriera. Al parco chiuso abbraccia tutti stando attento a evitare Claudio Domenicali che di lui dirà «è un ragazzo d’oro». Festeggia sottotono in stile Lorenzo tuffandosi dalle transenne del parco chiuso, ma a onor del vero cosa gli vuoi dire: stavolta ha ragione il martillo. Si toglie più di un sassolino dalla scarpa e ne ha per tutti: Gigi che non ci ha creduto davvero, la Ducati che non gli ha fatto i pezzi che aveva chiesto, i media che non gli hanno creduto quando diceva che avrebbe potuto vincere, i vertici Ducati che non hanno rispettato his opinion. E pensare che la riposta di tutte le tribolazioni era un serbatoio.
A domanda precisa se rimarrà ancora in Ducati, invece, Jorge Lorenzo risponde che ormai è tardi per parlare con Borgo Panigale e nel giro di una settimana sapremo cosa sarà di lui e del suo nuovo Team Petronas con le Yamaha satellite. Tutto è bene quel che finisce bene per Jorge, a dimostrazione che ci sbagliavamo in tanti, forse troppi, e dunque che stia lì davanti a giocarsi i Gran Premi da campione quale è. Per la Ducati, in fondo, si tratta solo di un altro costosissimo buco nell’acqua con l’aggravante di aver quasi terminato la carriera di un altro campione del mondo.
Valentino Rossi, 20 maggio: «Abbiamo fatto schifo ai test del Mugello, non c’è speranza».
Valentino Rossi 2 giugno: Pole Position, record della pista in qualifica.
Valentino Rossi 3 giugno: 49 gradi di asfalto, podio, secondo in classifica generale a 23 punti.
Ma allora, Vale, decidiamoci però, perché qua a casa abbiamo già tutti relazioni amorose complicate e tu non puoi mica trattarci così, come sulle montagne russe. Da Le Mans al Mugello già non avevamo un governo, se ci togli anche quelle poche certezze sul weekend di gara con Rossi disperso il venerdì, redivivo il sabato, a podio la domenica per depistarci, questo Paese dove andrà a finire. Comunque sì, il bollito con lo sciampaign a noi ci piace ancora tantissimo.
Iannone manda baci dalla griglia di partenza, a chi? A Brivio? Alla Aprilia? A Carletto Pernat? Li manda dalla Suzuki che lascerà tra tredici Gran Premi e un po’ ci si stringe il cuore. Poi parte a cannone, tira due tre quattro cinque larghi, la gomma media davanti lo abbandona, ma siamo al Mugello e povca misevia oggi c’è da fare il podio. E invece stavolta non lo si riconosce Andrea Iannone, non è neanche più lui, e non tanto per i connotati del viso ma perché rischia diverse volte in gara e non esce più nessuno, neanche una toccatina. Stavolta la “sua” pista gli regala solo un quarto posto.
Marquez nella tana del lupo affronta come può una delle domeniche più in salita della stagione, indossa la maschera da Joker e alla partenza dice “per questa domenica penso solo a portare a casa i punti”, e menomale che doveva essere conservativo. Parte, si mette terzo alla prima curva, tira una sportellata a Petrucci che passava di lì, frusta le gomme dure per fare il colpaccio ma poi arriva alla Scarperia Palagio dove la sua gara rimane in standby, appeso a sta moto come se stesse ancora davvero guidando, fin quando non fa dei gran solchi nel ghiaione.
Va detto che ci crede fino alla fine e con la MotoGP tutta svirgola e inzaccherata si mette a inseguire il gruppone girando in 1.48.8 roba che Bradley Smith neanche se di ruote gliene dai quattro con il motore della GP2. Finirà dietro Morbidelli senza andare a punti, ma pur sempre da leader del campionato. A completare la domenica nera del Mugello in casa Honda c’è il non pervenuto Dani Pedrosa, che se a breve non istituiamo un GP a Medjugorje sembra complicato vederlo ancora in zona podio.
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