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MotoGP Social Club 2020: Valencia

© Gold & Goose/Red Bull Content Pool
Quella di Mir è la storia di un ragazzo con un sogno che alla fine ce la fa, contro ogni pronostico, che potrà pur sempre dire di aver vinto il suo primo titolo nell’era Márquez
Di Irene SaderiniPubblicato il
Il pubblico non c’è ma Mir sì, presente a se stesso, con il suo primo podio in MotoGP quest’estate e il titolo a novembre (e grazie Joan per darci il conforto che il Motomondiale finisca ancora a Valencia).
“Sono grato di aver vinto con questa leggerezza, ma ho imparato che la vita non è fatta solo di questi momenti", ha detto Joan Mir, già Campione del mondo Moto3 nel 2017. "È fatta anche di momenti duri, come quando ero piccolo e mio papà non aveva i soldi per pagare un team, l’unica opzione era vincere per trovare lo sponsor. Mi ricordo quella pressione dentro e fuori dalla pista”.
Uno che non sta sulle scatole a nessuno, uno che nelle prime gare della stagione ha collezionato un quinto e due zeri, così, per dovere di cronaca rispetto al fatto che non ci sarà nessun titolone “Il Predestinato” come quelli che si leggevano poco tempo fa su Fabio Quartararo, nel frattempo naufragato quinto in questo Motomondiale così unico, e non necessariamente speciale.
Qualunque sia il futuro, Mir potrà pur sempre dire di aver vinto il suo primo titolo nell’era Márquez, con la spensieratezza surreale di un pilota che il casco dorato e le t-shirt celebrative le aveva preparate sì, ma non è mai sembrato in ansia per questo titolo.
Almeno non quanto Davide Brivio, Team Manager da quando esiste una nuova era Suzuki in MotoGP, sotto un treno durante le ultime gare, culminato in un pianto composto dopo il traguardo. O come Roberto Brivio, che durante gli ultimi giri di Mir in gara preferiva guardare chino l’asfalto fuori dal box: “Lo sognavamo, ma non avevamo pensato potesse succedere davvero” diranno i Brivio Bros che a tutto questo hanno destinato gli ultimi anni.
È tutto giusto: il titolo arriva 20 anni dopo l’ultimo vinto da Kenny Roberts, proprio nell’anno delle celebrazioni per i 100 anni Suzuki. Ed è stato bello che in pista a farsi i selfie con Joan Mir ci fosse anche Franco Unicini, Campione del Mondo nel 1982 sempre in sella a una moto di Hamamatsu.
“Se guidando una moto sono stato capace di dare qualche momento di felicità a qualcuno, sono già contento così, il mio titolo è per tutte quelle persone che in questo anno hanno sofferto” dice Joan, in una dichiarazione sorprendentemente lucida che a pochi altri piloti MotoGP, in tutta onestà, sarebbe potuta venire in mente.
Mir al Red Bull Ring
Mir al Red Bull Ring
Sicché il 2020 nella sua faticosa orrendevolezza è stato capace di regalarci una bella storia di sport, quella di un Team fatto di outsider dove il rispetto e l’aver collaborato tutti insieme ha portato molti più risultati rispetto ai colossi che schierano grandi nomi, grandi intenti, grandi budget, e di sovente pure grandi sòle (vedere per credere la dichiarazione di Brivio nei confronti di Alex Rins: "questo titolo è anche suo, che ha sviluppato la moto e ha lavorato con noi, anziché contro il compagno di box”).

Oro, incenso e Mir

Portiamoci a casa la storia di un ragazzo con un sogno che alla fine ce la fa, contro ogni pronostico. Contro un pedigree che lo isola in una famiglia votata al surf da parte di papà e al design di interni da parte di mamma. Nessuno patito per le moto. Nato a Palma di Maiorca, da genitori che si separano presto, e lui si interessa agli hobby dello zio, crossista. Finisce quasi per sbaglio alla scuola di moto di Chico, il papà di Jorge Lorenzo (con il quale non avrà mai un rapporto in pista) e ci rimane un paio d’anni. Viene svezzato con durezza lì, finché si rende conto che tocca allenarsi sul serio ma in modo diverso, un modo più suo e di Dani Vadillo, il coach che lo ha accompagnato alla Red Bull Rookies Cup e che ancora adesso lo allena.
Joan Mir alla Red Bull Rookies Cup 2014 di Misano
Joan Mir alla Red Bull Rookies Cup 2014 di Misano
È la storia di un ragazzo che si affeziona sul serio, anche a Thomas, il suo preparatore atletico trovato nel giro di Rafa Nadal, maiorchino pure lui, e che oggi è la sua ombra.
È la storia di un ragazzo cresciuto nel mondo del bling bling dei motori, delle ombrelline, delle ragazze immagine noleggiate apposta dagli sponsor per soddisfare gli entusiasmi dei post gara, che da tempo vive con Alejandra, biondina tanto bella quanto invisibile nel paddock, che a volte lo accompagna ma al box non entra mai e poi mai, nascosta nelle sue magliette a fiorellini e i jeans, perché si, in pista è più pratico se ci vai in jeans piuttosto che con la gonna corta. Joan e Alejandra (“Cookie” l’uno per l’altra) vivono a Palma, d’estate vanno in barca a Formentera, d’inverno vanno a camminare in montagna.
E quando i giornalisti chiedono a Joan Mir “cosa c’è di speciale a Maiorca” sperando in una risposta patinata che galleggia tra Rafa Nadal e Jorge Lorenzo, lui ti dice:” Il mare, abbiamo il mare”.

Vince ma non basta

Franco Morbidelli questa stagione ha fatto 98 giri in testa (contro gli 11 di Mir) ed è il pilota che è rimasto più tempo davanti a tutti. Quando tutto finisce non riesci a non chiederti: e se quella volta la sua moto non si fosse fermata? E se la Yamaha? E se. Insomma, quelle domande lì.
Franco è secondo nel Motomondiale e rimarrà nel Team satellite: la faccenda di come vengano promossi certi piloti “predestinati” è troppo lunga per essere spiegata qui, ma fino a quando certe cose vanno così, non smetteremo di chiederci se non ci sia qualcosa di sbagliato negli ingranaggi politici delle moto.
Le moto, già. La moto vecchia di Franco che va meglio della moto Yamaha nuova, same old story.
Miller a Valencia
Miller a Valencia
Con la Yamaha senza aggiornamenti ufficiali Franco domenica combatte e resiste alla Ducatona di Miller, che si vede che si era svegliato bene, ma Morbido gli chiude tutte le porte fino alla fine.
E che poi Miller con quei baffi lì non poteva essere aerodinamico.
“Ero arrabbiato a inizio anno per la scelta di non darmi una moto ufficiale - dice Morbidelli - ma la rabbia l’ho messa a posto e ho lavorato molto su questa moto che non è affatto male. Se riusciamo a farla rendere su molte piste la chiave è soprattutto avere un tecnico come Ramon Forcada al box” (già licenziato da Viñales, ndr).
E niente, le Yamaha naufragano, Franco vince la sua terza gara.

Pol l'equilibrista

Da sempre Pol è uno che frena tardi, molto tardi, a volte talmente tardi da non finire il turno/ la qualifica / le gare e che ora con la Ktm sembra aver trovato una sorta di regolarità, di equilibrio ed ecco un’altra bella domenica: “Sono felice, questo weekend non pensavo di poter arrivare al podio, Nakagami era più veloce di me - dice Espargaro - se non avesse sbagliato non sarei entrato al parco chiuso. Bisogna essere onesti, ho cercato guidare e di non fare errori e questo ha pagato”.

Le Dauphin

El Diablo, già conclamato novo fenomeno, sancito come delfino di Valentino Rossi in estate e prossimo pilota ufficiale Yamaha, si stende a 18 giri dalla fine. Una caduta che certifica le sue difficoltà a partire da venerdì. O dalla settimana scorsa. O meglio dell’ultimo periodo. Insomma, le sue difficoltà.
Faceva tenerezza domenica scorsa vederlo piangere nel casco, ma un memento su certe scelte manageriali forse un po’ frettolose magari qualcuno lo farà. Che sia mica lo stesso che aveva preso Viñales?

Gli ufficiali

Diciamolo, non è un buon momento per fare il pilota ufficiale se non guidi una Suzuki: buona notizia per il plotone di baldi giovani (tipo Morbidelli, tipo Bastianini e Marini in arrivo) che temporeggeranno ancora un po' nei team satellite in attesa del loro destino.
Pecco Bagnaia, giovane validissimo prossimo ufficiale in Ducati: ci sarà un santo al quale appellarsi perché i 2.456.321.875 ingegneri di Borgo Panigale trovino una quadra, no?
Nakagami
Nakagami

Amarezze varie

Situazione attuale orbita Honda: Cecchinello al muretto con le mani nei capelli. Contemporaneamente parte lo scuotimento del crapino di tutti i meccanici al box, eh sì, è Nakagami che è molto veloce ma quando gli capita una buona occasione butta un po’ tutto quanto alle ortiche, vedere alla voce Gran Premio di Aragon.
Aggiornamenti da casa Márquez: omero fratturato che dopo due interventi non sembra voler andare al proprio posto, anzi, sembra proprio che di intervento ne serva un altro e così a naso non sarà il solito chirurgo-guru a operarlo. Stagione 2021 in discussione.
Aprilia ha perso Iannone per la squalifica di 4 anni dopo il ricorso al TAS. Fine storia (molto) triste.

Tony, è quasi magia

Parte a metà della griglia e vince una gara corsa di testa, oltre che di forza. Una gara quasi da campione navigato che lo spedisce di diritto a giocarsi il titolo mondiale all’ultima tappa, la gara di Portimao. Facci sognare Tony.