Percorrenza perfetta in curva
© Markus Greber
MTB

MTB: l'approccio in curva, tutti gli errori più comuni e le soluzioni

Di curve è pieno il pianeta, ma spesso si incorre in errori di approccio che condizionano l'intera discesa. Con Raida Come Mangi sfatiamo miti e correggiamo le abitudini scorrette
Di Federico Malpezzi
6 minuti di letturaPubblicato il
Far filare la bici senza perdere velocità, poter sentire ogni suono del bosco e godersi ogni attimo della discesa, un sogno. Per riuscire nell’impresa bisogna fare in modo di essere perfetti proprio in ogni frangente. Uno dei fondamentali della MTB da padroneggiare bene è quello della curva, che ci trascina a fondo valle con dolcezza (e come ci avevano detto i ragazzi di IMBA, in sicurezza) e che una volta messo in pratica nella maniera corretta regala parecchie soddisfazioni. È anche però quell’elemento che può facilmente indurre in errore se mal interpretato.
Con i tutor di Raida Come Mangi torniamo a parlare di tecnica di guida e dopo averci spiegato come si arriva a fine discesa evitando di ritrovarci bolliti, ci portano nel cuore della curva per guardarla da una prospettiva più analitica. Illustriamo con loro tutti gli errori più comuni nell’interpretazione delle curve e come correggere il nostro approccio.
La curva perfetta non esiste, ma per non sbagliare un colpo, bisogna bruciarne di tasselli. Ecco tutti gli errori (con relative soluzioni) degli approcci in curva: la staccata (o quinta fase di curva), la traiettoria e la tecnica (o posizione).
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La staccata, momento cruciale

Per entrare nel dettaglio dell’approccio alla curva bisogna, prima di guardarla nella sua interezza, suddividerla nelle sue quattro fasi. I tutor di Raida Come Mangi sottolinea quanto ogni singola fase sia importante per la riuscita della stessa, con lo scopo principale di mantenere la velocità o meglio il proprio ritmo. Queste quattro fasi sono: anticipo, ingresso, conduzione e uscita. La quinta fase è rappresentata proprio dalla staccata o punto di frenata, la chiave che ci dà accesso a tutto ciò che segue.
Composizione di una curva
Composizione di una curva
La quinta fase vale, in realtà, come quella principale, un errore commesso in questo punto vanifica tutto il resto. Può sembrare assurdo ma per uscire in velocità, sottolineano ancora i tutor RCM, in realtà non è necessaria un’alta velocità di entrata, perché l’errore principale collegato a questa fase è proprio una velocità troppo elevata. Entrando troppo forte in curva si innesca un effetto a catena che si concretizza principalmente con una frenata nel punto sbagliato, magari proprio al centro quando ormai la frittata è stata fatta.
Lo sguardo deve muoversi velocemente, scrutare le condizioni del terreno, l’inclinazione della curva, il fondo ed eventuali ostacoli. Un meccanismo che verrà automatico nel tempo, ma che necessita di un tempismo perfetto. Il tassello piantato nel modo giusto, una pinzata e si entra senza chiedere permesso.
Lo sguardo: elemento fondamentale dell'interpretazione
Lo sguardo: elemento fondamentale dell'interpretazione
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Sfruttare tutta la sede

Siamo abituati ad affrontare molte volte sentieri con una larghezza che non supera i 30, 40 centimetri, l’ingombro della gomma infatti è limitata a quel pugno di centimetri della superficie di contatto che ci permettono di direzionare l'avantreno su strisce limitatissime di sterrato. Eppure, molto, troppo spesso ci si focalizza su un’unica linea anche quando la sede è molto più ampia.
Un altro degli errori più comuni nella gestione della curva è proprio la traiettoria che viene scelta. Perché viene sbagliata la traiettoria? I tutor di Raida Come Mangi spiegano ancora che la tendenza più comune è quella di tenersi a centro sentiero. Basti pensare a quanto i professionisti del mondo motociclistico o automobilistico sfruttino l’intera estensione laterale del tracciato. Sarebbe inimmaginabile per loro poter tentare il giro più veloce di una pista senza sfiorare neanche una volta il cordolo. Entrare centrale per uscire completamente esterno? Non è l’approccio migliore e l’errore lo porteremmo con noi anche nelle fasi seguenti di curva a partire proprio dall’uscita. Il sentiero non è formato da una linea unica, in alcuni casi una può risultare migliore delle altre al punto tale che si annullino tutte le opzioni aggiuntive, ma la discesa non è neanche formata da un'unica curva.
Altro errore quindi della traiettoria è pensare per curva singola. Affrontare una svolta nella maniera errata ci porterà a cercare la soluzione in tutto ciò che segue, trascinandoci dietro lo sbaglio. L’errore schivato salva tutta la discesa? Forse sì. Per quanto riguarda la traiettoria da seguire bisogna perseguire una visione più d’insieme dell’intero tracciato da affrontare. Un’uscita di curva da manuale rappresenterà il lasciapassare per l’ingresso perfetto a quella successiva.
Tiago Ferreira seen from above during the 24H Climb in São Pedro do Sul, Portugal on July 22, 2020.
La strada lunga e tortuosa
Ipotizzando una curva a parabolica, per esempio, si entra, si mantiene una linea alta per poi riscendere acquisendo ancora più velocità in uscita, questa rappresenta la regola, ma se per caso l’uscita di curva ci proietta su un tratto ripido collocato immediatamente dopo, quella stessa modalità di approccio risulta completamente scorretta. L’interpretazione sbagliata porterà ad attaccarsi ai freni in un punto in cui bisognerebbe in realtà lasciare correre il mezzo. I segreti sono quindi due: riuscire a collegare una curva all’altra attraverso una visione d’insieme, e sfruttare la totalità della sede del sentiero che stiamo affrontando, perché la linea perfetta si può nascondere anche dietro a un sasso appuntito o proprio sul bordo esterno del trail. Sulle linee si aprirebbe un mondo, ma limitiamoci a dire che di base e sulla base del fondo incontrato, bisogna pensare a un ingresso dal lato opposto alla corda, per uscire dopo aver brevemente toccato il tratto più vicino al margine interno proprio a metà.
Il track walk dei downhiller ci insegna molto, la ricognizione a piedi è il segreto per memorizzare ogni passaggio e avere una visione di insieme. Ma ogni rider non parlerà di come si affronta la singola curva, quanto più avrà un’idea della sezione (al cui interno si collocano le varie curve).
Marcelo Gutierrez e Emanuel Pombo, "track walk“
L'importanza del track walk per Marcelo Gutierrez
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Mai dimenticare le basi: la posizione

Le posizioni in sella della mountain bike equivalgono alle mosse di karate: bisogna sapere in ogni frangente quale postura adottare precisamente per non rischiare di dover correggere anche questo aspetto. Il più comune degli errori è uno scarso utilizzo del bacino. Durante la curva tutto il corpo deve muoversi, sottolineano i tutor di RCM, c’è un indispensabile variazione dei carichi e della direzione del busto con la testa. Il blocco a livello del bacino, situazione che può verificarsi molto banalmente perché ci troviamo ancora seduti sulla sella o perché stringiamo la stessa, non consente abbastanza mobilità del bacino e finiamo per girare unicamente con lo sterzo, (tecnica molto limitante in certe situazioni). Il movimento di avvitamento sulla bici è quello che permette di fare la curva nella maniera corretta, è il corpo quindi, che dà la direzione alla bicicletta, non unicamente le mani sulle estremità del manubrio.
C’è anche chi d’istinto è portato ad arretrare rispetto alla sella in maniera eccessiva. Le braccia stese, le spalle lontane dal manubrio e una posizione non esattamente centrale limitano ancora di più i movimenti, la gestione dei carichi e del grip. Questa è la conseguenza di un errore trascinato attraverso tutte le fasi: ingresso tardivo, con troppa velocità che si cerca di rimediare finendo per appendersi ai freni. Per forza di cose ci si troverà lontani dall’anteriore.
Le curve di questo pianeta certamente non si raddrizzeranno nel tempo, ma saremo noi che, con una collaudata tecnica, riusciremo a collegarne una all'altra rendendo ogni ride il festival del flow.