Musica
#Musicmakers EP.2: Deleterio
Deleterio, Dadaista rap
Una delle cose belle della vita (e anche di questo mestiere) è trovare le connessioni di senso tra gli infiniti mondi paralleli che attraversiamo. Se provo ad accostare i concetti chiave del Dadaismo al modo di operare di un’artista rap, apparentemente mi perdo in un buco nero. Apparentemente. Perché devo provare a guardare più in là, a leggere attraverso. Inizialmente potrebbe sembrare più facile mettere a tavola un dadaista con un punk, piuttosto che con un rapper, giusto? Però trovo una definizione che m’illumina il cammino verso lo studio dove mi attende Deleterio, l’ospite speciale di questo secondo episodio di #Musicmakers: “L’opera dell’artista non consiste nella sua abilità manuale, ma nelle idee che riesce a proporre. L’artista non è più colui che sa fare cose con le proprie mani, ma colui che sa proporre nuovi significati alle cose, anche per quelle già esistenti”. La chiave dunque sta nell’eterno conflitto tra la manualità e l’idea e non c’è concetto che si possa accostare meglio al rap, musica che per definizione è dei non musicisti e dei non cantanti (all’estremo, il genere più lontano dalla musica in senso stretto che ci sia). Più macino strada e più il concetto è chiaro. E più ci penso, più capisco che questa in realtà dovrebbe essere la grande tipicità dei protagonisti di questa rubrica, i nostri produttori, che campano sì grazie alla manualità del lavoro quotidiano in studio, ma che poi sono vincenti solo se danno (agli artisti che hanno tra le mani) il twist decisivo con l’idea giusta.
Tutto fiero ma anche un po’ disorientato, finisco di farmi queste pugnette di filosofia proprio fuori dalla studio dove ora sta lavorando Del, uno dei produttori più influenti e attivi della scena rap italiana, da dieci anni a questa parte almeno. Giusto il tempo di notare che mi accoglie in uno spazio davvero di gran classe (il posto si chiama Artambo Studio a Milano e spacca veramente), compresa una bella saletta del vizio, con tanto di divanetto leopardato. Della serie, facciamo un po’ i fighi col Dada, ma in fondo siamo rapper, zio!
Tu sei un producer, ma sei anche abituato a stare sul palco, come dj o come cantante. Come vivi questa doppia e differente esperienza? Ti gratifica di più stare dietro o davanti le quinte?
Entrambe, indubbiamente, anche se in modo diverso. Prima di tutto perché odio la monotonia e ho sempre bisogno di rendere più vario il mio lavoro. Stare in studio per me significa dimenticare il mondo e lasciare i pensieri più bui fuori di qui; il momento creativo è una sorta di catarsi positiva, un flusso che mi scollega dalle cose brutte della vita. Stare sul palco però ha tutto un suo fascino ed è altrettanto soddisfacente, adoro girare in tour con la mia crew, perché siamo tutti amici e ci frequentiamo da più di dieci anni, e poi mi piace conoscere nuovi posti e nuove persone.
C’è chi però non la pensa come te e trova la propria dimensione solo lavorando in studio.
Lo capisco e credo che un po’ devi esserci portato. Per me il palco è diventato come un appendice dello studio, una seconda casa, se questa è la prima. Con l’esperienza, ho imparato a gestire l’emozione di confrontarmi direttamente col pubblico, anche se prima di salire sulla scena ho sempre l’ adrenalina a mille come la prima volta.
Che poi è anche il bello di suonare dal vivo, credo...
Vero. E poi in me si agita sempre la voglia di superarmi, di fare passi avanti con la performance, di rendere lo show sempre più bello anche dal punto di vista scenico.
Quante ore passi chiuso dentro il tuo studio?
Almeno dieci ore al giorno, anche a casa mi sono costruito una piccola postazione dove posso creare quando voglio. Se mi coglie l’ispirazione, sono preparato: fermo tutto e comincio a registrare idee.
Quanti beats avrai archiviati nel tuo computer?
Tre hard disk da due Terabyte, di cui l’80% di sola mia musica. Così su due piedi non saprei fare un conto, ma direi che ne ho parecchi di beats, tu che dici?
Spulciando nelle cartelle, ogni tanto trovo vecchia roba e penso che dovrei metterci mano di nuovo, prima o poi. Almeno dieci anni di musica ci sono dentro questa scatola...
Come nascono i suoni che produci?
Spesso comincio da un’idea melodica che mi viene in mente, la registro anche a voce sull’Iphone (se sono in giro) e poi in studio ci lavoro su. A volte invece l’ispirazione arriva da un campione: mi metto lì col campionatore, il mio vecchio Akai, e inizio a prendere, tagliare e cucire per costruire un brano partendo da quel sample.
Allora sei uno della vecchia scuola, ancora si usano i campioni per produrre rap?
In realtà ora uso soprattutto Live o Ableton, perché posso sfruttare al meglio le potenzialità espressive di questi software. Una volta estratto il campione, mi posso divertire giocandoci come preferisco.
Svelaci altri strumenti del tuo mestiere.
Ora mi mi piace molto lavorare con l’Alchemy della Camel Audio, che mi fa divertire un casino, o con il Morphox della Linplug. Non è detto debba essere per forza l’ultimo software uscito, mi piace mischiare le carte anche nell’uso della strumentazione.
Non hai quindi un unico processo creativo?
Dipende tutto da come sono ispirato, la mia guida è l’istinto...di qui il titolo dell’album.
Ormai lo sanno tutti e tra poco sarà fuori: Dadaismo, più eloquente di così...
Mi considero un dadaista in quello che faccio, perché cerco di lasciare libero sfogo alla creatività e ho sempre respinto l’idea di dover rispettare i canoni stilistici di un genere.
Facendo rap, ciò suona quanto meno paradossale.
Vero, perché siamo ormai abituati a chiuderci dentro schemi pre-configurati: questo genere ha tante sotto categorie e ognuna ha delle regole non scritte. Io non voglio chiudermi in queste gabbie, voglio dare la mia interpretazione usando in libertà tutti i vari elementi. Per questo mi sento un po’ un dadaista!
Come ti confronti allora con un mondo spesso così autoreferenziale?
Sentirai il disco e vedrai. Non ho mai voluto essere il clone di altri producer e ho sempre cercato di emanciparmi dal sound americano, che molti invece cercano di riproporre fedelmente.
Che cosa rende realmente diverso il nostro rap, che ha una sua storia ormai lunga, da quello americano?
Nella produzione spesso è difficile avere un sound che non sia in qualche modo schiavo degli States, anche perché il producer è meno valorizzato, mentre in America ha decisamente più libertà di sperimentare e molte più risorse (anche economiche) per creare cose nuove. Penso che il rap italiano si riesca a diversificare soprattutto per le vocalità e per i testi. Ci sono moltissimi rapper qui che non assomigliano, per fortuna, a nessun rapper straniero.
Se volessimo vedere il tuo lavoro usando una metafora calcistica, io credo che un buon produttore debba avere sia la visione periferica di tutto il gioco come il centrale davanti alla difesa che il talento del trequartista in grado di inventare la giocata vincente.
In effetti funziona il paragone. Quello che produco deve piacere soprattutto a me; se sono subito gasato di un pezzo lo faccio ascoltare ai miei amici, per esempio chiamo Don Joe dei Club Dogo e glielo mando. Voglio avere subito il riscontro di una voce fuori campo e di cui mi fido. Con l’esperienza ho comunque imparato a conoscere bene i gusti del mercato e così, trovando il giusto compromesso, sono sicuro di uscire con qualcosa che funziona. In fondo, dobbiamo pure campare con questo mestiere!
Ispirazione e creatività vs. mestiere e consapevolezza, la sfida si gioca dunque su questi due campi.
In termini di produzione, l’hip-hop ama da sempre pescare dal passato, giocare coi campioni e tenere dentro sempre una buona dose di anima. Io vengo dal soul e dal jazz, mi piace mettere nella mia musica sempre qualche elemento grezzo, magari un po’ sporco, ma vivo. Amo ascoltare canzoni che ti arrivano il cuore, devo sentire la sofferenza del cantante che si strugge, fino quasi a volersi tagliare le vene...
Soul e jazz, anima e calore...c’è un rapper tra i guest del tuo disco che esprime meglio questo mood tormentato e toccante?
Sicuramente Achille Lauro è quello che riesce a darmi di più queste emozioni, anche se a volte sembra quasi non chiudere le rime, però quello che scrive ti arriva sempre dritto al cuore. E’ molto giovane e ha grandissimi margini di miglioramento.
In giro si dice sia il cavallo vincente su cui puntare per il prossimo futuro, concordi?
Ha un potenziale pazzesco, perché è molto originale e ha un modo di interpretare le proprie canzoni veramente personale. Percepisci subito che ha vissuto davvero quelle esperienze.
Altri talenti che ti ispirano in questo momento?
Sto facendo un EP con Nitro, un altro rapper della nuova scena davvero bravo. Mi piace lavorare con lui anche per aprire un nuovo canale di collaborazione tra Roccia Music e Machete Production.
Hai citato due realtà tra le più interessanti sulla piazza, quelle che meglio hanno capito quanto sia importante avere una vera e propria strategia di brand, lavorando con coerenza su tutti gli aspetti fondamentali del business musicale, dalla direzione artistica alla comunicazione.
Noi conosciamo i nostri fan, sappiamo come e con quali mezzi parlare con loro, abbiamo coscienza di quanto sia importante l’immagine e siamo più veloci ad acchiappare potenziali sponsor, perché abbiamo l’appeal giusto. Tutto è coerente e questo penso arrivi alla gente, che si riconosce in tutto quello che facciamo. Machete ha fatto lo stesso percorso. Se Salmo non avesse saputo sfruttare al meglio la potenza della rete, non avrebbe mai ottenuto il disco d’oro.
Il rap italiano sta vivendo il suo momento di maggior esposizione, il che è un bene ovviamente; non pensi però esista il rischio che venga a galla anche parecchia roba scadente?
Non è la qualità che fa la differenza, ma l’idea. Se c’è dietro qualcosa di buono, vieni fuori prima o poi. Pensa al primo mixtape di B.O.B, che era grezzo e prodotto con due dollari ma spaccava perché era freschissimo. Aveva fatto qualcosa di davvero forte. Tra le sue prime uscite mi colpì tantissimo Lonely People, quel pezzo molto fico col campione dei Beatles.
Chi ha tirato fuori delle idee buone in Italia ultimamente?
Anche se in Italia, come dicevo, è più difficile emergere, penso che tra gli artisti più interessanti ora ci sia Mecna, per esempio.
I tuoi tre produttori di riferimento?
Premier, Timbaland e Kanye West. Questo il mio Olimpo dei grandi. E poi ci metto il nuovo che avanza: Harry Fraud ora è quello che produce le cose più fighe da quella parte dell’oceano”.
Hai mai lavorato con artisti al di fuori del rap?
Nel mio nuovo disco c’è Roy Paci, per esempio, che ha suonato la tromba in un brano dove canta Clementino. In passato ho lavorato con Giusy Ferreri, ma ho seguito tanti altri progetti più underground di musicisti lontani dal rap.
Qualche artista pop con cui vorresti lavorare in futuro?
Ovvio, ma non sono italiani. La prima che mi viene in mente è Lorde, che ha prodotto uno dei dischi più freschi e nuovi ci siano in giro. Sto cercando di fare lo stesso percorso con una cantante italiana molto brava, Adriana Hamilton, con la quale voglio costruire un progetto pop ma dal respiro più internazionale.
Ti vedi bene a produrre anche nel mondo del pop, quindi.
Perché no? Credo di poter mettere il mio zampino anche fuori dal rap. Come ti dicevo, prima di tutto mi deve piacere il progetto e devo sentirmi coinvolto artisticamente. Se le premesse sono queste, non mi pongo limiti! Pensa che un giorno la mia manager è stata contattata da Eros perché andassi a lavorare per lui. Alla fine non se n’è fatto nulla e credo sia giusto così…e comunque questa è un’altra storia.
Il rapper che ti ha dato più soddisfazioni è senza dubbio Marracash: come avete costruito il vostro rapporto professionale?
Prima di tutto, siamo grandi amici, in questo modo c’è sempre un confronto aperto e molto diretto: io gli propongo delle basi e lui ci lavora, a volta sono io a dargli lo spunto per il testo, mentre lui guida il mio lavoro di produzione. E’ uno scambio artistico vero e continuo. Il modo migliore per fare questo mestiere è trovare l’alchimia giusta con l’artista.
Lui è diventato uno dei più solidi rapper sulla scena, probabilmente il più forte di tutti: quali sono secondo te i suoi punti di forza?
Marra è forse il più completo, perché sa scrivere come pochi altri in giro. E’ in grado di essere tagliente e spiritoso, ma anche profondo e struggente. Mi viene sempre in mente il brano Amore in polvere, che prova a raccontare il tema della cocaina e delle sua dipendenza con un viaggio poetico, sincero ed equilibrato. Credo sia davvero un talento, tutti gli chiedono di scrivere un libro, ma coi tempi che ha lui potrebbe metterci una vita...ma stai sicuro, se un giorno lo farà, io sarò il primo a comprarlo.