Musica
#Musicmakers: Marco Rigamonti, cosmonauta del beat
Poliedrico dj e remixer instancabile, è la mente musicale del duo electro-soul Abbracci Nucleari
L'universo di Marco Rigamonti è fatto di tante piccole costellazioni, ognuna delle quali si muove a tempo di musica. Dj molto attivo da vari anni sulla scena milanese e con un gusto decisamente eclettico, producer elettronico con varie esperienze discografiche alle spalle, giornalista musicale di grande cultura e collaboratore fisso dei vari progetti - radiofonici e non - di Alessio Bertallot. La sua passione è nata sul pianoforte, si è consolidata in console e si è espressa in mille forme, manifestando un talento puro, per due discipline: produrre fortunati remix (uno, soprattutto, ha fatto il giro del mondo) e creare beat e arrangiamenti per la sua nuova creatura, il progetto di soul elettronico Abbracci Nucleari, vera rivelazione per il panorama pop italiano.
Difficile trovare un argomento da cui partire, viste le tue tante diverse attività in campo musicale. Andiamo proprio all’inizio, così entriamo più facilmente nel tuo mondo.
“La mia passione per la musica si è costruita sugli strumenti: a partire dai 6 anni ho iniziato a studiare il pianoforte e non l'ho mai più lasciato. Arrivato agli anni del liceo ho vissuto qualche esperienza con le classiche cover band rock. In quel periodo mi sono avvicinato al grunge e al metal, e così al piano ho affiancato lo studio della batteria: quella è stata una bella scuola per poi fare i beat. A 15-16 anni è sbocciato invece l’amore per il djing: avere un background da musicista mi ha molto facilitato nell'apprendimento delle tecniche di base”.
Da tastierista hard rock a dj…il salto è grande!
“Ho iniziato ad andare in discoteca con gli amici e mi piaceva guardare il dj e ascoltare come mixava le canzoni, mi affascinava il modo di legarle una con l’altra. In quel periodo ho deciso di comprare i giradischi”.
Una vera folgorazione: hai messo da parte il rock per scoprire l’elettronica?
“È così. Ed è tutto merito di B-side, il programma di Bertallot su Radio Deejay, che mi ha fatto scoprire un mondo di suoni incredibili. Qui ho iniziato a sperimentare con i primi sequencer. Non mi interessava la dance, ma ero folgorato dal trip-hop e dalla drum ’n’ bass. Ho provato così a fare i primi remix e mi sono fatto conoscere come dj a Milano, arrivando alla console dei Magazzini Generali, un punto di riferimento per il clubbing italiano in quegli anni. Alessio Bertallot veniva a suonare una volta al mese e una sera di queste gli ho portato un mio remix di The Man I Love, nella versione di Kate Bush. Sinceramente non pensavo lo avrebbe ascoltato, invece il giorno dopo mi ha scritto, facendomi i complimenti, e ha deciso di passarlo subito in radio. Questa cosa mi ha dato una grossa spinta e così si sono create le basi per una bella collaborazione con lui, proseguita negli anni”.
Bertallot è quindi il tuo primo punto di riferimento musicale, in Italia. Oltre a lui, quali sono state le figure chiave del tuo percorso da dj e producer?
“Ai Magazzini ho conosciuto anche Stefano Ghittoni, dj e membro dei The Dining Rooms: con lui ho creato un progetto di produzioni originali chiamato Double Beat. Abbiamo fatto due album e vari singoli, remixati anche da gente che dopo ha sfondato a livello internazionale come Parov Stelar e Crookers. Era un progetto di matrice afro-funk, pubblicato per Ishtar Records, che ebbe un discreto successo anche all’estero. In pista quei brani non riuscivo però a suonarli molto, perché mi serviva qualcosa di più dance ed elettronico. Così ho intrapreso una nuova avventura con Andrea Bertolini, un ottimo producer, molto vicino a Benny Benassi. Abbiamo creato un duo chiamato The Voidz, più electro e decisamente molto dancefloor friendly. Dopo questa esperienza, molto positiva, si è conclusa la prima parte della mia carriera, di cui sono molto fiero, nel mio piccolo”.
In questi anni, oltre alle produzioni, hai iniziato a dedicarti a un altro capitolo importante della tua professione: i remix, uno dei tuoi cavalli di battaglia.
“I remix sono il mio divertimento, ne ho fatti parecchi, anche ufficiali per vari artisti. Ne ricordo uno con piacere per Se Mi Vuoi Bene di Dj Aladyn, con Dargen d’Amico, per esempio. Negli anni ne ho prodotti davvero decine: potrei citare quello di un brano meno conosciuto di Battisti, L’aquila, fatto un po’ nello stile di Trentemoller, passato tantissimo da Bertallot e anche - pensa un po' - da Linus a Deejay chiama Italia. Grazie a quel piccolo successo ho iniziato a sperimentare tanto anche con la musica italiana, remixando la Bertè o Mina, e soprattutto Universo di Cristina Donà, tuttora uno dei meglio riusciti. A lei è piaciuto così tanto da chiedermi di suonarlo live, con lei alla voce, durante una trasmissione a Radio Rai. Questa fase esprime molto bene quello che mi piace fare, perché il remix mi permette molta più libertà”.
Parliamo ora di quella che è davvero la tua hit, anche se si tratta ancora di un remix.
“Un giorno ho avuto la folle idea di mettere insieme Nina Simone e Jeff Buckley, in due versioni della stessa canzone: Lilac Wine. Due musicisti diversi, ma immortali, che ho fatto duettare insieme. È uscito nel 2011 e ancora oggi ricevo mail di richiesta del file da dj e appassionati da tutto il mondo. Solo la versione caricata sul mio canale Youtube ha totalizzato circa 500.000 views…se poi aggiungo tutte le altre che si trovano in rete, arriviamo a cifre pazzesche, davvero impensabili per me”.
Cover e remix sono una vera arte, tanto da superare spesso in bellezza gli originali stessi. In Italia abbiamo ottimi dj e producer, ma forse non così tanti bravi remixer. Che ne pensi?
“Secondo me qualcuno c’è, soprattutto tra i più giovani. Anche se leggermente lontani dal mio gusto, amo i remix di Merk & Kremont, tipo Lean On dei Major Lazer e Rather Be dei Clean Bandit: due super hit da inizio serata che loro sono riusciti a rendere molto appetibili anche per il dancefloor. Quel tipo di remix che io non sono mai stato in grado di fare, anche se a volte ci ho provato. Forse perché in fondo preferisco la ballata pop piuttosto che il singolo spacca-pista. Amo i brani che si aprono e sono in grado di emozionarti. La dance che rimane dritta non mi ha mai comunicato nulla”.
Aver realizzato molti ottimi remix ha dato visibilità al tuo nome e ti ha fatto lavorare di più come dj?
“Mi hanno offerto tanti ingaggi per dj set, in particolare durante cocktail e installazioni sonore…anche grazie alle sigle per tutti i programmi di Alessio Bertallot che ho realizzato negli anni. Mi chiamano per quello, ok, ma io poi non li suono mai…i miei remix!”
Ora svelaci qualche segreto: confidaci le tue regole magiche per fare un buon remix.
“Sembrerà scontato, ma si può fare un ottimo remix solo partendo da una buona canzone o almeno da un brano cui sei emotivamente vicino. Chi riesce a tirare fuori un buon remix da qualcosa di anonimo è un vero campione. Ho sempre dato all'autore originale più del 50% del merito della buona riuscita di un remix. In seconda battuta, è necessario comunque metterci farina del proprio sacco, e quindi personalizzare, a costo di ritrovarsi in un contesto che forse pochi possono capire. Più si arrangia seguendo il proprio istinto personale e più sono le possibilità che venga fuori qualcosa di interessante. Infine, penso che se l'intento è stravolgere, allora meglio andare fino in fondo e quindi esagerare. Io l’ho fatto virando Mina in versione dubstep, per esempio”.
In ambito di remix, chi sono i tuoi dj o producer di riferimento?
“I primi tre remixer fuoriclasse che mi vengono in mente, tra i più recenti, sono Kaytranada, Pomo e Preditah. Quelli del passato sono davvero troppi…”
Partendo dai tuoi remix, i tuoi dj set e le varie produzioni come arriviamo ad Abbracci Nucleari, il tuo ultimo progetto?
“Ho avuto vari momenti di attenzione per la mia musica e così ho ricevuto nel tempo tante richieste di realizzare brani su commissione o remix di artisti pop italiani. Di solito ho rifiutato, perché troppo lontani da me artisticamente. Ho anche prodotto un singolo a mio nome, ma non ne vado così fiero e se potessi lo toglierei dal web. A un certo punto ho capito di voler far soltanto cose mie, quelle che davvero mi piacevano...questa è la base di partenza che mi ha portato ad Abbracci Nucleari”.
In che modo è nata la tua collaborazione con Rahma?
“Lei aveva ascoltato il mio remix di Universo e ne era rimasta molto colpita, così mi ha scritto, mandandomi una sua melodia perché ci lavorassi sopra. Io l’ho apprezzata subito e di getto le ho detto sì. Nel giro di pochi giorni c’era già il brano, la prima versione di Prenditi Cura di Me. Ci è piaciuto il risultato ed è nata un’intesa: da qui siamo partiti, con molta naturalezza ma senza grosse aspettative, a lavorare su altri brani. In poco tempo ci siamo ritrovati in mano una decina di brani da produrre e i primi live da portare in giro. A questo punto bisognava buttarsi, quindi abbiamo fatto masterizzare le tracce da Giovanni Versari, quello che ha lavorato anche all’ultimo dei Muse per intenderci, e ci siamo messi a girare per le etichette in cerca di una collaborazione”.
Qualcuno vi ha fatto entrare o avete trovato solo porte chiuse in faccia?
“I brani sono piaciuti a tanti ma nulla di concreto. Il progetto però ha iniziato a funzionare live, anche perché Rahma è bravissima e io suono davvero dal vivo (ride, ndr). Da un anno a questa parte ci siamo fatti ascoltare in giro e abbiamo recentemente realizzato con successo una campagna di crowdfunding. Adesso siamo in giro, i brani dell’ep si trovano su tutte le piattaforme digitali, stanno uscendo recensioni molto positive e la risposta di tutti è ottima. È solo l’inizio…ma è un buon inizio”.
Quali sono le coordinate artistiche che muovono Abbracci Nucleari?
“Il punto di incontro musicale tra me e Rahma sono i cantautori elettronici, ovvero James Blake, Sohn e Chet Faker. A differenza loro, tutte le liriche sono scritte in italiano: questo ci ha inserito subito in una nicchia. Lei chiaramente ha un background più black, rispetto a me: ha fatto un suo disco in inglese, ha cantato come corista per Ghemon e si identifica decisamente in quell'immaginario. Io invece vengo da una scuola più elettronica, più astratta”.
Il nome del progetto è molto bello e particolarmente evocativo…c’è sempre di mezzo Cristina Donà, giusto?
“Non è stato difficile scegliere Universo come fonte di ispirazione per il nome, anzi è stato quasi scontato. Oltre a essere un piccolo tributo questo nome in qualche modo rappresenta perfettamente l’anima romantica, delicata e sognante ma un po’ dark, racchiusa nelle nostre canzoni”.
Quali sono le caratteristiche che più ti colpiscono di Rahma: la sua scrittura, la sua voce?
“La sua voce è tecnica al punto giusto, ma comunica emozioni come poche altre. I testi sono esattamente quello che scriverei io: parlano di sentimenti comuni, ma non in maniera banale, anzi, spesso lo fanno in modo piuttosto criptico”.
Possiamo dire che Abbracci Nucleari è una via di mezzo tra il lavoro di una band e il progetto di un producer solista?
“Le melodie e i testi sono di Rahma, e sono perfetti così come sono. Le cose più belle sono nate da una sua melodia vocale, su cui io poi ho creato la musica, anche se ultimamente stiamo sperimentando il processo inverso, partendo da una mia idea strumentale. A lei piacciono i miei suoni e siamo molto in sintonia sulla linea estetica generale del progetto. Sappiamo che non vogliamo essere mai aggressivi, ma risultare morbidi, eterei, sempre molto intimi e un po’ introspettivi. Insomma…non siamo una band da festa di compleanno!”
Ora c’è grande fermento per alcuni artisti indie pop che arrivano in classifica e riempiono i grandi club live. Avete anche voi mire di successo?
“Vogliamo fare la nostra cosa, in modo che giunga a più persone possibile, ma non ci poniamo l’obbiettivo del successo perché vogliamo arrivare alla giusta audience, senza snaturare la nostra poetica. Non abbiamo vent’anni e non ci interessano i compromessi per vendere: abbiamo la tranquillità per prendere questo progetto con molta modestia e la serenità di fare soltanto quello che ci piace”.
Credi che questo lavoro ti porterà altre collaborazioni come producer?
“Non ho idea, anche se sono aperto a tutto, a patto che siano artisti che mi comunicano qualcosa”.
Con chi vorresti lavorare, se potessi scegliere tra qualche artista italiano?
“In Italia per me al primo posto ci sono i Baustelle. Produrli sarebbe il sogno, ma temo non abbiano bisogno di me al momento. E poi penso ai Casino Royale di CRX: se potessi tornare indietro nel tempo vorrei poter collaborare con loro”.