Ogni tanto ci sono degli allineamenti virtuosi dei pianeti: se siete abituati a perlustrare con attenzione le faccende italiane di musica elettronica legate al clubbing più di qualità, è quasi impossibile non vi siate imbattuti in pareri su “Nuova Napoli” dei Nu Guinea, in queste settimane. Pareri positivissimi. Una gara a chi ne parla meglio.
La cosa non potrebbe farci più piacere, perché comunque è positivo che nei dischi consigliati da chi segue attentamente il settore figuri un progetto di casa nostra (per quanto trapiantato a Berlino) Perché è un bel disco, perché quella di Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, i due titolari del progetto, è una storia molto bella. Che in giro si tende a raccontare poco. Anche perché magari non la si conosce. La storia è ancor più bella oggi, sapendo come è andata finire, vedendo quanto si sta apprezzando “Nuova Napoli”. Ma se andiamo indietro di una decina d’anni fa, periodo 2006-2009, Massi e Lucio erano – a detta di molti – due “sfigati”. Due producer che si erano guadagnati attenzione nel campo, allora imperante, della minimal techno con delle produzioni ben fatte e ben assestate. Cosa che li catapultò, ancora giovanissimi, in quel circuito in cui bastava aver azzeccato un paio di release con la musica “giusta” al momento “giusto” per macinare date su date come DJ, con dei cachet nemmeno risibili. Il sogno di ogni esordiente che si mette a fare musica elettronica da dancefloor. O giù di lì.
I due hanno buttato a mare tutto questo. Scientemente, hanno deciso che quel “successo istantaneo” non faceva per loro. Si sono nascosti nell’ombra. Hanno smesso di produrre a getto continuo degli EP (l’errore più grande da fare: il circuito industriale della club culture ti vuole produttivo, devi presidiare il mercato a getto continuo se vuoi farti largo). Il chiacchiericcio fra gli addetti ai lavori era: “Questi sono scemi, potevano fare qualcosa, hanno deciso di buttare a mare tutto, e solo per fare gli snob”.
Il discorso di Massi e Lucio era: non ci rivediamo in un certo tipo di ambiente troppo legato al risultato, al “consumo” di musica sul dancefloor, alla dittatura del “suono che funziona in pista”. Vogliamo invece fare solo quello che ci piace davvero, che sentiamo ci rappresenti realmente, per quello che siamo, per quello che vorremmo essere: non che la minimal non lo sia, ma non vogliamo essere confinati in essa, solo perché "funziona". Risultato? Hanno buttato a mare le formule sonore collaudate, semplici e all’epoca efficaci della minimal. Hanno lavorato invece sulla musicalità, sull’house più soulful e suonata, sulle radici del funk. Lo hanno fatto quando lo facevano in pochissimi. Lo hanno fatto con entusuasmo e umiltà. Noi lo sappiamo: perché li invitammo al Red Bull Music Academy Bass Camp italiano del 2012. Dal vecchio circuito minimal erano ormai esclusi (e si auto-escludevano loro), nel circuito della house colta, eclettica e soulful erano gli ultimi arrivati in un settore che, già di suo, era una riserva indiana per pochi fissati. Ultimi arrivati, ma capaci di cacciare tracce così.
Nel frattempo sono cambiate un po’ di cose. I nostri due eroi si sono trasferiti a Berlino, ripartendo da zero (però, come successo a Donato Dozzy, mentre sei in Italia sei l’ultimo degli inutili, se stai invece a Berlino – e sei sempre tu, nulla è cambiato – improvvisamente diventi uno “interessante”). Soprattutto, la Grande Ruota della Moda nella club culture ha prima abbandonato la minimal, poi è approdata sulla techno dura, scura e industriale, dopodiché ora è planata indovinate dove? Sulla house colta, eclettica e soulful. Oggi se non suoni almeno un po’ in questo modo non ti si prende in considerazione come uno serio. Perché fare techno è ok ma un po’ prevedibile e passé, fare minimal è da ultimo dei bifolchi di provincia.
Lucio e Massi di questi cicli si sono sempre disinteressati. Ora pare il loro momento: ma come diceva Alessio Bertallot millenni fa, “Io sono fermo/È tutto il mondo che gira”. Speriamo che tutta l’attenzione che sta ricevendo “Nuova Napoli” serva a recuperare anche le loro ottime sortite precedenti (“The Tony Allen Experiments”, “World”, l’omonimo “Nu Guinea” del 2014 che segna l’inizio della loro nuova avventura).
Speriamo anche che si capisca che “Nuova Napoli” è un omaggio molto preciso e molto fotografico, di un periodo musicale ben definito, la Napoli disco-funk di fine anni ’70. Periodo che per motivi anagrafici non hanno vissuto ma, da napoletani e appassionati veraci di musica, hanno sicuramente "respirato" da vicino e in profondo. Non è un lavoro innovativo, non è un lavoro visionario, non dice in realtà nulla di nuovo, proprio nulla, ma quello che dice lo dice dannatamente bene. Evitare insomma di trasformare “Nuova Napoli” in capolavoro geniale è il modo migliore per sfuggire a quella tenaglia della moda e dell’hype che ha fatto sì che per anni Lucio e Massi siano stati visti come due perdenti senza speranza. Non diamogli più meriti di quelli che ha, all’album.
Riconosciamo invece il coraggio, il talento e lo spessore morale di due ragazzi che hanno saputo rinunciare all’incasso facile per andare invece a cercare se stessi. Senza scorciatoie. Senza giochetti extra-musicali (delegati magari a qualche management di quelli belli potenti). Senza presunzione. Senza snobismo. Senza pretendere di insegnare niente a nessuno, se non che la musica è gioia, e poterla con onesta e cognizione di causa creare lo è ancora di più.
Ora è successo che i pianeti si sono allineati bene: quello che loro vogliono, quello che loro mettono nella musica, in questo momento "è la moda" del momento, in un certo tipo di contesto. Se lo meritano. E “Nuova Napoli”, nel suo, è delizioso, si ascolta che è un piacere. Siamo però convinti di una cosa: è solo una frazione del talento e delle idee che Massimo Di Lena e Lucio Aquilina possono tirare fuori con gli album futuri. Citando Frankie Hi Nrg: è un “omaggio, tributo, riconoscimento”, fatto assolutamente alla grande. Nei prossimi lavori però vogliamo ancora di più, vogliamo vederli tornare a disegnare il presente e immaginare il futuro.