Donald Glover in Spiderman
© Spiderman - Homecoming
Musica

Come il rap è diventato il genere preferito dai cinecomics

Venom, Black Panther ma non solo: il rap si è preso il suo posto nelle colonne sonore dei supereroi
Di Francesco Abazia
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Lo scorso 31 agosto è uscito, un po’ a sorpresa, “Kamikaze”, il nuovo album di Eminem. Si è parlato molto del disco, sia perché notevolmente più a fuoco rispetto al precedente “Revival”, sia per le polemiche che ha scatenato, tra insulti a Tyler, The Creator e successivi diss da Machine Gun Kelly. Si è parlato invece relativamente poco dell’ultima traccia, “Venom”, composta per il film, in uscita, sul simbionte protagonista dell’ultimo cinecomics nelle sale, “Venom”, appunto. Nelle settimane successive all’uscita del film, Eminem è stato prima protagonista del video ufficiale (che ricalca per certi versi il leitmotiv del film) e poi di una spettacolare esibizione sull’Empire State Bulding per il Jimmy Kimmel Show. Il film, diretto da Ruben Fleischer e dal cast eccezionale – Tom Hardy e Riz Ahmed su tutti – racconta la genesi di Venom, antieroe della saga di Spider-Man, nato dalla fusione tra il simbionte Venom e il giornalista Eddie Brock.
Nonostante l’attesa, il cast e l’innegabile coolness di Venom, il film è appena appena divertente, un po’ poco per essere degno di nota in un epoca in cui il cinema mondiale è talmente saturo di cinecomics da spingere l’Academy a pensare una categoria degli Oscar (quasi) apposta per loro. Al di la dell’effettiva compiutezza del film, sono indicative le scelte fatte dalla Sony e da Fleischer quanto alla parte musicale: il regista ha infatti affidato la colonna sonora a Ludwig Goransson (lo stesso curatore della OST di “Black Panther”, nonché produttore dell’ultimo album di Childish Gambino, “Awaken, My Love!”) che parlando del progetto a Hollywood Reporter ha detto: «Con “Venom” ho viaggiato un po’ indietro nella mia infanzia. Gran parte del sound che mi ha ispirato nella composizione veniva dall’hip hop elettronico e dalla guitar musica. Che è la musica con cui sono cresciuto».
Ancor più recentemente poi, Post Malone e Swae Lee hanno presentato il loro brano “Sunflower”, composto per la colonna sonora di “Spider-Man: Un Nuovo Universo”, il film d’animazione basato su Miles Morales e sul Ragnoverso. Basterebbero forse anche solo questi due recentissimi esempi per notare come il rap (nella sua accezione più ampia) sia diventato il nuovo genere preferito dei cinecomics, ma le evidenze sono in verità molte di più e, in particolare, molto più marcate. Prendete ad esempio il più grande successo commerciale e d’immagine recente del Multiverso Marvel: “Black Panther”.
Il capolavoro di Bryan Coogler ha prodotto due diversi album, uno realizzato da Ludwig Goransson con tutte le musiche composte dallo svedese per il film (lavoro per cui Goransson ha esplorato le sonorità tribali africane andando alla scoperta delle più antiche tradizioni di percussioni del continente), e l’altro affidato all'opera di curatela di Kendrick Lamar, che ne ha fatto un manifesto pan-africano e afrofuturista che metteva insieme alcuni dei più importanti nomi della scena rap (e affini) mainstream, da Travis Scott a Future, passando per Anderson. Paak e The Weeeknd, con esponenti del rap africano come Saudi o Babes Wodumo. Ma non solo, prima del film Marvel aveva già sancito il legame tra Black Panther e il rap prima mettendo nelle mani di Ta-Nehisi Coates (giornalista, tra le altre cose, di rap) la scrittura della nuova stagione dei fumetti della Pantera Nera e poi scegliendo pezzi rap – tra nuova e vecchia scuola – per promuoverli su Youtube.
L’attenzione per la colonna sonora di “Black Panther” ha rappresentato il picco massimo di attenzione verso la musica presente nei cinecomics, e in particolare verso il Multiverso Marvel che negli ultimi anni si è reso conto – attraverso l’esemplare caso dei “Guardiani della Galassia”, di quanto rilevante possa essere la colonna sonora nella valutazione del successo di un progetto. Come scriveva Lilian Min su Pithfork nel 2015 «le compilation delle colonne sonore, le cui tracce possono o no apparire nei rispettivi film, sono particolarmente popolari tra i più giovani; serie come Divergent o Hunger Games, così come più classici film di formazione come “Colpa delle stelle”, hanno utilizzato con attenzione queste colonne sonore come vere e proprie estensioni del film e come materiale per influenzare la cultura pop circostante. Mentre Marvel ha fatto qualcosa del genere, con successo, per il mixtape nostalgico dei Guardiani della Galassia, di tutti i film del MCU post-Iron Man solo due Iron Man, The Avengers e i citati Guardiani della Galassia avevano delle compilation proprie. La pochezza nella colonna sonora ha un impatto sul livello di apprezzamento dei film Marvel da parte della gente? Non necessariamente, ma come provato dai Guardiani, questo aggiunge sicuramente qualcosa».
Nonostante i grossi nomi coinvolti in fase di curatela delle colonne sonore, da Hans Zimmer a Michael Giacchino (che ha firmato alcune delle migliori colonne sonore recenti dell’MCU come Spiderman-Homecoming e Doctor Strange), le soundtrack dei film del Multiverso Marvel e dei cinecomics in generale sono sempre state tutt’altro che indimenticabili. Colpa dell’appiattimento verso una zona di “comfort” per i blockbuster che ha portato alla cosiddetta “temp-music”, cioè la musica temporaneamente presa in prestito da altre colonne sonore durante il processo di editing. «A questo si aggiungi la pratica di utilizzare la musica in modo simile da un film all’altro, sulla base di quello che ha già funzionato in passato. Le colonne sonore vi sembrano identiche alle altre perché effettivamente lo sono», scrive AV News nel 2016.
Run The Deadpool

Run The Deadpool

© Marvel

A partire dal 2015 però l’universo Marvel comincia a strizzare ripetutamente l’occhio al rap e al suo stile urban. Prima con l’omaggio ai Run The Jewels, nato da un’idea dell’editor-in-chief Marvel Axel Alonso: secondo numero del nuovo “Howard The Duck” (così come il numero 45 di "Deadpool") omaggiano in copertina la cover di Run The Jewels. Qualche mese più tardi il gioco è ripetuto con alcuni dei più celebri cover della storia dell’hip hop, oltre che con le apparizioni di Birdman sulla cover di Spiderman e dei Rae Sremmurd su quella di Captain America (il tutto culmina nell’annuncio recente della produzione di una serie di vinili con le copertine sopra citata). Neanche troppo per caso poi la colonna sonora di "Deadpool" (che esce nel 2016) comprende pezzi delle Salt-N-Pepa e di DMX, mentre qualche anno più tardi “Nobody Speak” dei Run The Jewels, e prodotta da DJ Shadow, diventa la traccia di punta di "Deadpool 2".
In mezzo ci passa anche "Luke Cage", lo show Netflix basato sulle avventure del personaggio Marvel a prova di proiettile, e reso in musica da una colonna sonora interamente curata da Adrien Younge e Ali Shaheed Muhammad degli A Tribe Called Quest, che comprende anche un pezzo inedito di Method Man. La seconda stagione invece, viene impreziosita dal contributo della leggenda Rakim. Anche “Suicide Squad” – il prodotto con cui la DC Comics cerca, senza successo, di rispondere al dominio Marvel – viene accompagnato da un Album, in cui spiccano i nomi di Rick Ross, Wiz Khalifa, Action Bronson ed Eminem. Senza dimenticare Childish Gambino, che oltre al cameo in Spiderman-Homecoming ha prestato qualche anno fa la voce allo Spiderman di Morales in “Utimate Spiderman”.
Mentre il rap diventava il genere più popolare al mondo, e i cinecomics gli eventi cinematografici più attesi, almeno in termini numerici, dell’anno, le collaborazioni con i rapper, i loro coinvolgimento nelle colonne sonore dei film sui supereroi diventavano sempre più frequenti. Ma perché? È probabile che i cinecomics, nel loro tentativo di rendere appetibili del colonne sonore dei loro prodotti, abbiamo semplicemente incontrato il più popolare e “pop” in senso culturale dei generi sulla loro strada. D’altronde non c’è nulla di più “pop” di un rapper che vince un Premio Pulitzer, vari Grammy, collabora con Nike e con Taylor Swift come Kendrick Lamar. Ma la relazione che lega rap e comics, più in generale, non nasce certo in tempi recentissimi. Su The Artifice, Jaylyn Cook scrive: «la lunga e duratura connessione tra comincs e hip hop è anche una questione di archetipi», e poi, riprendendo un pezzo scritto da David Brothers: «la relazione tra rapper e supereroi sta tutta nella costruzione di un personalità che sia più grande dell’uomo stesso e nell’intrattenere le persone. Quale modo di migliore per farlo che puntare su un eroe?».
Paid N Full

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© Paid N Full cover

In tutte le ricostruzioni che si trovano in rete sull’argomento, la maggiore enfasi ricade sempre sulla storiografia dei rapporti, sulle storie di MF DOOM, Jean Grae o David Banner. O sul fatto che la stessa estetica ritrovata nei graffiti prendeva liberamente spunto dal mondo comic. In un bel pezzo uscito su DJ Booth, Yoh Phillips ricorda le origini del fenomeno, da ritrovarsi probabilmente nella creazione di Eric Orr, “Rappin’ Max Robot”: «Eric aveva compreso che l’hip hop aveva una connessione speciale con lo spirito dei fumetti e tutto, dalle identità fittizie ai flyer dei club era ispirato dalla cultura comic. La sua conoscenza e amore dei due mondi ha ispirato un ponte tra i due, un volume di 12 pagine, in 500 copie autoprodotte che venne venduto sia nei comic shop che nei negozi di dischi di New York».
Sono invece più conosciute le storie della passione sfrenata di diversi membri del Wu Tang Clan per i supereori (uno dei moniker di Ghostface Killah era Tony Starks) o la DMC Comics, piccola casa di produzione di comic di Darryl McDaniles dei RUN DMC, con cui ha pubblicato DMC#1, un volume basato sulla storia alternativa di McDaniels, che nel fumetto non incontra mai i RUN e diventa un supereore mascherato (in adidas). «I comic sono parte dell’universo creativo di un bambino nell’ambiente urbano. Potrai non ammetterlo su una traccia, ma se parli con quasi qualsiasi rapper – siamo tutti cresciuti con quella roba. Posso garantirti che un 80% dei rapper che incontrerai ha passato probabilmente una lunga fase comic-book», ha detto una volta El-P a Rolling Stone.
DMC

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© DMC

Il ricongiungimento tra i due mondi, proprio nel momento in cui entrambi paiono attraversare l’era della massima fruizione, può essere visto dunque come inevitabile, così come inevitabile che i cinecomic diventino una proiezione della fusione dei due mondi. Vero è che già dai tempi del Batman di Tim Burton i cinemocis avevano ridotto la parte di film occupata dagli original score per far parte alla musica pop – con l’ovvia motivazione di suscitare interesse. Vero, inoltre, che i cinecomic sono arrivati fino a questo punto senza l’aiuto del rap (e, ovviamente, è ancora più valido il contrario), ma che le colonne sonore dei cinecomics siano diventate commercializzabili proprio nel momento in cui il rap è stato massicciamente introdotto è un dato di fatto.
Per questo, l’operazione sopracitata della Marvel di commercializzazione delle cover crossover tra comic e rap ha incontrato anche qualche critica, che rimandava alla exploitation del genere e all’appropriazione culturale di un mondo a maggioranza afroamericana. Tuttavia, una delle spiegazioni possibili potrebbe essere ritrovata anche nelle parole di Axel Alonso, che ne fa un discorso generazionale, notando come tutti gli artisti che gravitano attorno al mondo dei comics e dei cinecomics sia cresciuta ascoltando hip hop; che è poi la stessa motivazione che recentemente si da per l'avvicinamento della politica americana al rap e ai rapper. In conclusione, se bene sia molto romantico credere che il ricongiungimento tra i due mondi sia avvenuto perché inevitabile, con un piccolo sforzo di realismo è facile pensare che, sfruttando il forte link con il passato e l’ambientazione smaccatamente urban e autocelebrativa del rap così come dei cinecomics, questi ultimi (in tutte le loro posizioni, dai dirigenti ai registi ai curatori delle colonne sonore) si siano resi conti che nel contesto culturale odierno la miglior colonna sonora per le gesta dei supereroi non poteva che essere il rap.