Lo scorso 6 marzo su qualsiasi testata giornalistica, portale, magazine o semplice blog musicale era possibile leggere una notizia: c’è una nuova canzone di Sade. Nello specifico si tratta di “Flower of the Universe”, scritta e interpretata per “A Wrinkle in Time”, ultima grossa produzione Disney, un film diretto da Ava DuVernay basato sull’omonimo romanzo di Madeleine L'Engle. La DuVerney, la prima donna afroamericana ha ricevere una nomination per un Golden Globe nonché la prima regista a superare i 100 milioni di incasso, aveva pensato, tra gli altri, proprio alla regina del soul britannico per il suo film. L’operazione poteva sembrare velleitaria: è da 7 anni che Sade ha abbandonato le scene musicali, il suo terzo e meno veritiero hiatus musicale.
La prima a sorprendersi è stata proprio la DuVerney, che con un post su Twitter ha chiarito la situazione, rivelando «Non avrei mai pensato che avrebbe detto di sì, ma ho chiesto comunque. È stata gentile e disponibile. Una vera dea». Il brano, a cui ha lavorato anche Andrew Hale – uno dei membri della band Sade (una cosa che spesso si dimentica è che sì, i Sade sono stati concepiti come una band - è, verrebbe da dire ovviamente, estremamente godibile, molto minimale nella sua produzione, una campo aperto in cui è la voce di Sade ha regolare la direzione in cui va il pezzo. Una voce che, dal 1984 – anno dell’uscita di “Diamond Life”, non ha mai smesso di essere la più precisa definizione di icona.
Nel 2012, dopo il tour che ha fatto seguito a “Soldier of Love”, il Guardian si chiedeva come mai, negli USA, Sade fosse più conosciuta addirittura di Adele, la pop star inglese che aveva frantumato qualsiasi record di vendita e streaming. Nonostante i 75 e passa milioni di dischi venduti nel corso della sua carriera – che grazie a una vantaggiosa clausola contrattuale con la Epic Records hanno permesso a Sade di non doversi mai preoccupare della parte economica della sua arte – il modo in cui Sade ha vissuto la notorietà non è mai stato un incentivo classico o canonico all’accrescimento della sua popolarità. Molto riservata, mai sopra le righe, dotata di una eleganza incredibilmente naturale, è stata da sempre definita l’anti-diva.
L’atteggiamento di Sade – nata in Nigeria da madre inglese e padre nigeriano – si confonde spesso tra le venature naïve e aristocratiche, una scarsa attitudine alla vita pubblica che non trova però il suo contraltare nella grande empatia che ha sempre mostrato in pubblico. Come nel 2012, quando si presentò ad una retrospettiva di Albert Watford (fotografo, anche di Vogue, che la immortalò per la cover di “Love Deluxe”, in maniera assolutamente naturale e normale. Non ha mai amato essere trattata diversamente dagli altri, non ha mai voluto «cambiare tutto. Diceva sempre “non abbiamo bisogno di cambiare la musica, dobbiamo solo bisogno di cambiare il modo in cui ci sentiamo quando ascoltiamo la musica”», ha detto una volta Robin Millar (produttore dei suoi primi due album), ha rilasciato negli pochissime interviste – ma tutte molto interessanti – e quando si ritrovò a parlare con Michael A. Gonzales cominciò l’intervista confessando di essere molto nervosa. Ma allora perché tutti sono pazzi, ossessionati, di Sade?
Breve contestualizzazione dell’espressione “tutti”: nel 2010 Vulture ha raccolto le testimoniante di tantissimi rapper americani, da Missy Elliot a Reakwon, Pusha T, Talib Kweli, El-P o Kanye West che si dicevano completamente stregati dalla voce di Helen Folasade Adu (il suo vero nome). Durante quel veloce giro di voci, la parola che ritorna più spesso è “obsessed”, che è la stessa che Okayplayer prima e Noisey poi hanno utilizzato per descrivere il rapporto di Drake con la cantante inglese. Dopo averla citata diverse volte come fonte di ispirazione, musa personale, e aver addirittura coniato il termine “Sade’s moments” per riferirsi ai momenti in cui «quando arriva una canzone di Sade, e tu la avverti», il canadese è passato all’azione, arrivando a tatuarsi una fotografia autografata di Sade sul costato e a campionare “I’ll be Your Friend” in “Free Spirit”. Se fosse, tuttavia, Drake l’unico ad esser stato annichilito dal mito di Sade, staremmo parlando di una monomania. Eppure il 2017 ci ha dimostrato l’esatto contrario.
Sono passati 7 anni da “Soldier of Love”, l’ennesimo ritorno in grande stile di Sade, un disco estremamente elegante e abbastanza moderno di una artista che, si pensava, non avesse più nulla da chiedere alla sua carriera. Le pause di Sade invece, sono sempre propedeutiche a far sì che il disco a cui aveva appena lavorato – e quello a cui stava lavorando – acquisiscano un senso, un proprio posto in quel determinato spazio-tempo. Dopo “Soldier of Love” e “Bring Me Home” – una sessione di live registrata da Sade durante l’anno, Ms. Adu ha di nuovo abbandonato la scena. La sua terza assenza, tuttavia, è stata la meno percepita di tutte.
In un lungo e spesso citato pezzo sul New York Times, uscito sul finire dello scorso anno, Jacob Bernstein ha provato a raccontare alcuni dei momenti in cui, negli ultimi anni, la leggenda di Sade è diventata sempre più presente. Si parte soprattutto dal mondo della moda - in un pezzo di Refinery29 definito «ossessionato da Sade». Gli esempi sono diversi, dalla release di Supreme a lei dedicata – con stampata una delle foto di Ellen Von Unwerth nel 1982 per la promozione di “Love Deluxe” – a quella di Zara, fino ad arrivare alla strana storia di Patrick Matamoros, un reseller arrivato a vendere a Kanye West una maglia di un vecchio tour di Sade per 600$. L’ossessione diventa ancora più esplicita quando si parla di estetica più in generale: c’è una lista infinita di servizi fotografici, copertine e semplici citazioni (come quella dell’attrice Yara Shahidi) ad alcuni dei look più iconici di Sade, dal suo celebre rossetto rosso a ricamargli le labbra, alla treccia che sempre più spesso usava portare fino all’iconico Canadian Tuxedo. Sempre Bernstein racconta di un centro tatuaggi dell’Upper East Side di New York che aveva ricevuto più di 20 richieste di tatuaggi con il volto di Sade, venti volte in più rispetto alle richieste per le altre popstar dell’era moderna.
Pur consegnandoci alcune emblematiche definizioni della Sade-persona, come «una delle persone famose più riservate del pianeta» o «la sua leggenda è aumentata in una calma lussureggiante», neanche il pezzo di Bernstein riesce a dare una spiegazione univoca alla costante volontà del mondo di ricordare, imitare e tenere al centro del dibattito pubblico Sade. Sembra che ci sia una corsa generale a dirsi fan di Sade non comune per una artista che, se non ha “Salingeriamente” evitato la fama, ci è andata almeno molto vicina. L’ipotesi più accreditata, sia sul Times che su altri lunghi articoli che hanno provato a interrogarsi sulla cosa, è ben sintetizzata da uno scritto di Ekow Eshun comparso nel 2000 (anno di uscita di un altro album di Sade, “Lovers Rock”) su The Fader, ed ha per certi versi a che fare con la sindrome dell’epoca d’oro: «Il risultato è che Sade sembra un’artista di un’altra era.
Non che la sua musica sia datata. Ma quello che la separa dagli altri nomi famosi è la sua stessa attitudine verso la fama. Negli anni ’60 Warhol previde un’era in cui ci sarebbero stati 15 minuti di celebrità per tutti. La celebrità oggi è basata più su quello che fai, rispetto a quello che sei. Le celebrità dei reality di oggi si trovano sotto la luce dei riflettori, tra diversi gradi di disperazione e successo, intenti a far durare il loro momento quanto più possibile. È per questo che Sade, che ha acutamente diffidato dell’attenzione dei media, sembra appartenere ad un tempo antecedente la celebrità, dove c’era solo la fama e questa apparteneva alle stelle di Hollywood, la cui immagine era mantenuta dagli studios».
È una idea un po’ reazionaria, questa che la maniera fredda e disinteressata con cui Sade ha trattato la celebrità non abbia, invece, fatto altro che aumentarne lo stato da leggenda. Ed è anche un’idea che corre il rischio di offrire una visione solo parziale di quella che era Sade e del modo in cui si rapportava alla società. È vero che nel corso della sua carriera ha rilasciato poche e selezionate interviste, ma alcune delle cose dette durante queste possono aiutare a fare uno step in più. Pezzi di Sade traspaiono nelle interviste a Ebony, in cui parlò con straniante chiarezza della fine del suo matrimonio con il regista spagnolo Carlos Pliego, in quella a Rolling Stone, dove Sade provò a spiegare che l’eleganza che lasciava trasparire era invece più punk di quanto potesse sembrare, un tentativo di sembrare diversa rispetto alla finta anticonvenzionalità degli altri.
L’idea che Sade vivesse in uno stato di atarassia rispetto al mondo esterno non è però del tutto corretta. I suoi testi, come “Jezebel” o “Pearls”, la sua stessa vita – quella di nera in un sobborgo interamente bianco, quella di madre di un figlio transgender, lasciano invece trasparire una persona, prima ancora che un’artista, che del mondo e col mondo ha dialogato, ha imparato a capirlo e a conviverci. Forse siamo tutti così ossessionati da Sade perché in lei riconosciamo una donna di straordinario talento che è riuscita a farsi bastare quel talento per vivere in modo ordinario. Una donna che è diventata icona senza mai pretendere di essere d’esempio per nessuno, se non per se stessa. È qualcosa che va oltre il concetto di anti-diva o di normocore; Sade fa alle persone lo stesso effetto che lei stessa credeva che la tristezza nella musica potesse generare: un vaccino, l’antidoto perfetto.
Durante la famosa intervista a Gonzales disse infatti: «Credo che spesso la gente mi immagini depressa, in una torre d’avorio a piangere. Quello che invece mi piace quando ascolto musica di altre persone è provare qualcosa. Tristezza, felicità, voglia di ballare, voglia di stare soli. La tristezza nelle canzoni è positiva perché ti induce a cacciarla fuori. Non è la canzone che ti fa sentire triste, la tristezza è già lì. La canzone ti aiuta solo a riconoscerlo», e quindi a superarla. Allo stesso modo l’ossessione per Sade pare potersi curare in un solo modo, e cioè continuando ad ascoltare musica di Sade, e sperando che dopo l’ennesimo lungo stop la regina del soul sia pronta a tornare e a alimentare vecchie ossessioni e generarne di nuove.