La Serie B è un campionato lungo e complesso: 22 squadre e 42 turni da giocare. Per questo lo stato di forma delle squadre può oscillare, anche sostanzialmente, da un mese all’altro. Arrivare stanchi all’ultima curva è una possibilità concreta. Il Novara ne sa qualcosa, dato che dalla settima posizione della 29esima giornata era scivolata al 12esimo posto solo dieci partite dopo, avendo subito tre sconfitte consecutive. Poi è arrivato il gol di Federico Macheda: Cesena-Novara, quarantesima giornata, 6 maggio 2017. Il gol vittoria,il gol quando serve.
Un gol di puro carisma, in cui Macheda ha quasi rubato palla al compagno per imporre la propria volontà sul contesto. Macheda lo sa che ci sono tante anime in uno spogliatoio professionista e che non si può ascoltare una sola voce. Quando gli ho chiesto se si sente il leader della squadra risponde: «Ci sono tanti giocatori importanti in questa squadra, ma tutti mi hanno fatto sempre sentire importante». Carisma può voler dire anche consapevolezza delle potenzialità tecniche e fisiche, con la capacità di sfruttarle al massimo per essere decisivi. Sapere quando è il momento di dover emergere dal con-testo, riconoscendo anche i meriti del gruppo: «Venivamo da qualche risultato negativo e siamo arrivati a quella partita con la giusta mentalità. E poi non è che ho rubato palla al compagno: si trovava in una posizione da dove era difficile fare gol e quindi è stato bravo a lasciarmi la palla».
Le giovanili nella Lazio, il passaggio al Manchester United e l’esordio con il leggendario Alex Ferguson. Due prestiti, prima Sampdoria e poi Queens Park Rangers. Ancora Manchester United, poi Stoccarda, Doncaster, Birmingham, Cardiff, Nottingham Forest. Dal 14 dicembre scorso è al Novara. Il carisma lo si costruisce girando i principali campionati europei, facendo esperienze diverse, lottando contro le difese avversarie, ricominciando senza paura.
Il carisma di Macheda ha più a che fare con il suo essere quasi il leader tecnico del Novara, una squadra che impostando fa molto affidamento sul gioco lungo: il suo compito è quello di raccogliere, difendere e poi distribuire la palla sulla trequarti prima di arrivare alla conclusione muovendosi in area. Macheda è consapevole delle potenzialità del suo corpo e del suo livello tecnico, che cerca di sfruttare per essere il fattore decisivo della sua squadra. Come in occasione di quel gol, dove si è preso il pallone consapevole di poter essere decisivo fronte alla porta. Macheda è ambidestro, qualità determinante persino nel calcio ipertecnico di oggi. Ciò lo ha aiutato anche nell’occasione del gol contro il Cesena ma tante altre volte in passato: «Essere ambidestri è molto utile, saper calciare bene con tutti e due i piedi è importante». Mi viene spontaneo chiedergli se il suo essere ambidestro è una dote innata o coltivata nel tempo: «Ce l’ho sempre avuta. Sono cresciuto così e ho sempre provato a usare tutti e due i piedi. Il mio piede è il destro, però con il sinistro me la cavo abbastanza bene».
Conta di più l’istinto o la tecnica? «Contano entrambi. Io sono istintivo, magari provo a fare qualcosa sul momento, cerco la giocata, ma conta tanto anche l’allenamento». Macheda in questa stagione ha dimostrato di avere tutto per poter fare la differenza, vista anche la fortuna che lo ha lasciato libero da infortuni. Mi parla dell’esigenza di giocare con continuità: «Ho fatto 7 gol, magari ne potevo fare qualcuno in più, però alla fine sono contento perché ho trovato la continuità nelle partite. Non giocavo così tanto da due-tre anni. La cosa principale per me era giocare con continuità, perché quando giochi con continuità il gol lo trovi». Non avere continuità significa perdere il ritmo, essere scalato nelle gerarchie: «Nei due anni a Cardiff sono stato quasi sempre infortunato: il primo anno ho giocato con i dolori alla schiena, sono stato fermo per 3-4 mesi. L’anno successivo non riuscivo più a muovermi e mi son dovuto operare. Quando non giochi si scordano tutti di te. Da svincolato ho passato dei mesi bruttissimi perché nonostante la sfortuna mi sono sempre sentito un giocatore con delle qualità importanti e quando vedi che non ti vuole più nessuno è dura. Ho passato dei tempi molto difficili, però ho sempre continuato a credere in me stesso, allenarmi tutti i giorni e sono contento di come è andata».
La continuità non è legata solo alla fortuna, dipende anche da come si affronta tutti i giorni la propria carriera. Macheda ha capito proprio nel periodo più buio della sua carriera l’importanza della professionalità: «Quando passi del tempo fermo per infortunio ti rendi conto che devi fare le cose sempre meglio: ti devi allenare meglio, ti devi riscaldare meglio, devi mangiare meglio. Si è rivelata una scelta molto importante e mi ha aiutato moltissimo in questi mesi». L’ammissione implicita di una crescita prima di tutto mentale, che va a riflettersi anche in campo: «Non ho iniziato a giocare a calcio oggi e tutte le mie esperienze, positive e negative, mi hanno permesso di raggiungere quella maturità che qualche anno fa non avevo. Sono contento di questo e adesso mi sento bene. Il prossimo anno sarà fondamentale perché farò la preparazione da inizio e sarà molto importante».
Macheda ha 25 anni ma parla da veterano consumato, da chi ha visto gli alti e i bassi di una carriera arrivare talmente veloce da non poter fare altro che rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare. Trovarsi senza squadra dopo due anni che dovevano essere di rilancio possono abbattere anche la fiducia più incrollabile: «La fiducia che mi ha dato il Novara è stata una cosa fondamentale. Appena ho parlato con il direttore ho sentito subito la fiducia e pur avendo anche qualche altra offerta in Serie B ho subito deciso di venire qui. Devo dire che mi hanno aiutato tutti, dal preparatore all’allenatore, che mi ha dato fiducia anche quando magari non ero al 100%. Li ringrazio perché era questo quello che mi serviva per tornare a sentirmi un calciatore. La voglia di rimettermi in mostra è importante. Conosco le mie qualità: non ho giocato a Manchester per caso e ho voglia di dimostrarlo».
Con il campionato finito è tempo di bilanci, e non si può scappare dal finale agrodolce: «A inizio anno ero un po’ fuori forma perché ero stato fermo oltre tre mesi, quindi non è stato facile. Però mi sono trovato bene fin dall'inizio con la squadra e penso che alla fine abbiamo fatto una buona seconda parte di stagione. C’è solo un po’ il rammarico per aver perso contro delle squadre che lottavano per non retrocedere». Sconfitte che sono costate l’arrivo ai playoff, lontani una posizione (o 4 punti). Gli chiedo dove si vede tra 5 anni, ora che ha ripreso le redini della sua carriera. «Non lo so, voglio guardare anno per anno. Adesso la stagione è finita e sono contento per com’è andata» Il suo impatto con la Serie B è stato positivo. «Il mio obiettivo è quello di andare in Serie A, questo non c’è da nasconderlo. Il livello è buono, ci sono tanto giocatori che potrebbero giocare anche in Serie A. Paradossalmente la Serie B è anche più dura della Serie A per certe cose, perché hai molti meno spazi quando hai la palla, è un campionato veramente tosto. Devi essere pronto fisicamente e atleticamente. Sono rimasto sorpreso perché pensavo ci fosse meno qualità di quella poi vista in campo».
Facendo un salto indietro fino all'esordio da professionista con il Manchesetr United, Federico Macheda continua a ripetere ancora oggi come Alex Ferguson sia stato l’uomo più importante della sua carriera: «Lui è stato quello che mi ha fatto esordire, facendomi conoscere il grande calcio. Mi ha dato fiducia quando ero un bambino. Se ho avuto questa fortuna è soprattutto grazie a lui che mi ha portato in campo senza vedere la carta d’identità». Una carriera iniziata con quel gol all’Aston Villa che rimane ancora oggi la sua eredità più grande.
Un gol di grande carisma e grande tecnica, in una situazione forse più grande di lui: «Ero troppo giovane, però calcisticamente è stato il momento più bello della mia carriera, quindi se potessi tornare indietro lo vorrei rifare ancora da così giovane. Forse non ero pronto ad avere una certa continuità con una squadra del genere, però quello che ho passato quel giorno è stato qualcosa di inimmaginabile. Me lo porterò dentro per sempre». Quel gol è sempre stato il primo argomento in ogni nuovo spogliatoio che Macheda ha visto e anche a Novara è stato lo stesso: «Non capita a tutti di giocare per una grande squadra, con dei mostri sacri, con un allenatore del genere. Io rispondo sempre con piacere perché capisco che dall’altra parte c’è interesse per me». Macheda è ancora giovane: 25 anni sono ancora gli anni che precedono il picco fisico e tecnico di un calciatore. E poi uno che è riuscito a lasciarsi diverse delusioni alle spalle è sempre pronto a ritargliarsi la possibilità di guardare avanti.
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