"8", Subsonica
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Musica

"8": il punto critico dei Subsonica

La band torna con un album imperfetto, che li porta (a loro insaputa?) verso un bivio
Di Damir Ivic
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Il cielo in una stanza. O un album in una traccia. “8”, il nuovo lavoro dei Subsonica, può avere un riassunto perfetto se scorrete fino al terzo brano della tracklist, planando su “Punto critico”. Un riassunto perfetto musicale? Sì e no. Su come suoni musicalmente questo LP, ci torniamo fra pochissimo. Qui c’è un’altra cosa da dire.
Il testo. Ascoltate il testo. Molto “da Subsonica”, indubbiamente: l’immaginario che costruisce è quello urbano, quello di chi la città la vive, la cammina, la respira. E questa è sempre una cosa bellissima in una nazione, la nostra, dove il sole-cuore-amore senza tempo e senza rischio (un po’ da cartolina, un po’ da cameretta, un po’ da TV Sorrisi & Canzoni) se l’è sempre regnata nel pop nazionale. Sarebbero da dichiarare patrimonio dell’umanità, Samuel e soci, anche solo per questo aspetto. E non l’hanno perso. Anzi: qui è al massimo. Come per esempio in “Il cielo su Torino”.
C’è un però. Oggi, in “Punto critico”, e un po’ in tutto l’album, è come se mancasse qualcosa. Un collante. Un senso. Ci sono le immagini, i fotogrammi, c’è la frammentarietà tipica delle nostre vite oggi, ma in qualche modo è come se il trucco venisse ripetuto, ma più con l’idea di offrire un album di foto, uno scroll su Instragram, che con l’idea di fornire una dichiarazione politica. Di battaglia. Di appartenenza. È come se i Subsonica si trovassero oggi, loro stessi, indecisi e un po’ disarmati di fronte agli stimoli che arrivano dal vivere urbano contemporaneo. Ecco che quindi “Occupazione” viene giustapposto ad “Automazione”, e qui volendo il filo di senso ancora si trova. E che dire di “Patria, nazione/Liposuzione”? O “Sbarchi, frontiere/Coming out”, dove due temi, ciascuno a suo modo impegnato e dirimente, vengono accostati in maniera frettolosa? O per “Clima, stagioni/Slot Machine”?
L’impressione è quella del citare se stessi, ma quando si cita se stessi in questo modo resta la superficie o l’abitudine, non l’urgenza, non le radici più profonde di una visione, di un mettersi in una determinata posizione rispetto alla contemporaneità. In generale, in tutto il disco nei testi è come se ci fossero varie schegge del “corpus” estetico-teosofico subsonichiano (che storicamente è appunto sempre stato netto, tagliente, riconoscibile, dichiarato), messe però lì più per abitudine, o onor di firma. È un peccato. Soprattutto pensando alle vette pazzesche che le parole della band torinese hanno saputo raggiungere in passato: e non parliamo del (solito) “Microchip emozionale”, ma anche e soprattutto di un album incredibilmente (e colpevolmente) sottovalutato come “L’eclissi”, anno 2007. Un lavoro dove ogni parola ha un peso, ogni concetto è una lama, e dove la capacità di analizzare la società – e prevederne le derive – è pazzesca. “8”, di tutto questo, comunica spesso solo un riverbero. Un’eco. O una riproposizione meccanica. Riproposizione che tra l’altro ogni tanto si inceppa: alcune metriche sono un po’ forzate. “Punto critico” è un plastico esempio di tutto ciò.
Com’è la musica? Nei primi articoli che girano, e nelle stesse parole della band, si parla molto di “ritorno agli anni ‘90”. Sinceramente: no. O almeno: molto poco. Chiaro, “Jolly Roger” quella cosa lì ce l’ha, ma nel 2018 i Subsonica non suonano anni ’90 come suonavano – in modo intelligente e molto personale – nei primi dischi della loro carriera. “8”, più di qualsiasi altro loro lavoro in carriera, è un disco pop. Non osa, e se prende frammenti o accenti non-pop, lo fa in qualche modo addomesticando, pulendo, levigando, eseguendo alla perfezione. Ma la perfezione è nemica del gettare il cuore oltre l’ostacolo, di quella “cazzimma” che hai quando vuoi essere una creatura del demi-monde che non si arrende alle banalità della maggioranza e va all’assalto.
Non è un difetto. Anzi. È giusto così. Parliamo di una band che esiste da 22 anni, i cui membri sono tutte persone mature, intelligenti, che si sono costruite negli anni una vita e che non hanno giocato alla farse&fole eterne dell’autodistruzione o del rock’n’roll esistenziale a tutti i costi. Grazie anche all’eccezionale lavoro di Marta Sologni (quanto suona bene, questo disco, quanto sono definiti i particolari, come mai in passato nella loro discografia), “8” è assolutamente perfetto, elimina le incrostazioni, sgrassa le parti più confuse, mantenendo comunque uno spettro di frequenze amplio e avvolgente, da disco assolutamente internazionale.
È che la mancanza del “buttare il cuore oltre l’ostacolo” porta in qualche occasione la band a “sedersi” sui suoni del pop contemporaneo italiano così com’è. “Respirare”, per come è suonata e arrangiata, potrebbe stare nell’ultimo album di Thegiornalisti (non è un insulto, è una constatazione). E comunque i due pezzi migliori in quanto ad arrangiamenti e stile (“L’incredibile performance di un uomo morto” che ammicca ai Radiohead post 2000, “Nuove radici” che porta tracce degli Stereolab in chiave però perfettamente contemporanea) sono quelli dove non si cercano giovanilismi e/o soluzioni uptempo un po’ pigiate dentro a forza (tipo “La fenice”, una fenice purtroppo sgraziata e che si agita in parte inutilmente).
Stroncatura ad alzo zero? Stop. Fermi lì. “8” in ogni caso dimostra che i Subsonica oggi sono se non il miglior gruppo pop italiano, di gran lunga uno dei migliori. Pur con tutto questo elenco di dubbi e di perplessità, per quanto mi riguarda abbiamo a che fare con un disco che, fosse uscito così com’è per uno qualsiasi dei gruppi che ora improvvisamente sono finiti alla ribalta (i già citati Thegiornalisti, Lo Stato Sociale, Calcutta) si griderebbe per 6 anni di fila al capolavoro. Questo musicalmente. Rispetto ai colleghi più giovani e più sgamati nell’usare la comunicazione da social di questi anni, mancano gli slogan cazzoni, mancano le punchlines, le frasi da ricordare, i paracetamoli che son 500 che poi diventan 1000, manca il paraculismo (i Subsonica sono l’esatto contrario del paraculismo, lo sono sempre stati). Ma in quanto a eleganza e ricchezza sonora, piccole preziosità e grandi idee d’arrangiamento, ma anche scelta di argomenti, c’è una classe gigantesca, rispetto alla media odierna in Italia.
Non riusciamo a capire come sarà accolto questo disco. La sua contiguità con quello che tira oggi gli gioverà, gli farà guadagnare nuove fette di pubblico? O il fatto di essere comunque un po’ troppo specifico, un po’ troppo irrimediabilmente “Subsonica”, gli lascerà solo la fanbase che già ora c’è, fanbase che è tanto vasta quanto meritata? Una cosa è certa.
“Forse non lo sai che quei giorni non tornano più”. Beh: è vero. Puoi evocarli, quei giorni, e in “8” lo si fa appunto spesso, in modo riconoscibile, dichiarato, esplicito, nitido, ma fisiologicamente essi non potranno più avere oggi quella forza, quella dinamica, quella “disperata ansiogena felicità” di chi non ha nulla da perdere e sta solcando a tutto gas verso l’ignoto. Oggi i Subsonica sono troppo consapevoli delle loro vite, della loro competenza, dei contesti che li circondano per essere così. Non è l’epitaffio per un gruppo: semmai “8”, prendendone le parti buone, può diventare un nuovo inizio per avere altri 22 anni e alrti 7 album di grande musica.
Con meno zompi. Meno “Su ‘ste mani”. Perché la chiave da ora in poi dovrebbe diventare non più dimostrare di “essere quelli di una volta, quelli di sempre”, quanto piuttosto l’esatto contrario: siamo cambiati, ci siamo fatti adulti. Non serva scalare la marcia dei bpm, non serve farsi la voce roca, non serve cercare il riff adrenalinico o la citazione da dancefloor. Tranquillo: sei già bravo abbastanza. Anzi: continui a essere maledettamente più bravo di quasi tutti. Tranquillo.