Quando la F1 faceva tappa a Imola, Ayrton Senna dormiva sempre nello stesso posto. La stanza 200 dell'Hotel Castello di Castel San Pietro Terme, provincia di Bologna.
Era lì anche la notte del 30 aprile 1994, la sua ultima notte, prima di perdere la vita nel Gran Premio del giorno successivo.
Ed è lì che è tornato, a distanza di 20 anni, Giorgio Terruzzi, uno che Senna l'ha conosciuto come pochi altri. Ha telefonato a Valentino e Luisa Tosoni, proprietari dell'hotel, s'è fatto dare quella stessa stanza e ci è rimasto per una notte intera. Nel tentativo di ricostruire i pezzi, i pensieri e le emozioni di quell'altra notte, l'ultima di uno dei più grandi campioni nella storia della F1.
Una notte di tormenti, per un pilota che aveva appena visto, per la prima volta, la morte in faccia. La faccia era quella di Roland Ratzemberger, l'austriaco rimasto vittima di un incidente mortale durante le prove di quello stesso Gran Premio del '94.
Una notte di bilanci, per un uomo che voleva e doveva mettere una serie di punti fermi a un percorso, professionale e personale, vissuto sempre a 300 all'ora.
Tutto raccontato in "Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna", che Terruzzi pubblica con la casa editrice romana 66thand2nd. Un libro di cui vi offriamo in esclusiva qui sotto un passaggio: sono le ultime ore di quella notte da innominato, quando Senna, con le prime luci dell'alba, sembra finalmente trovare pace e riesce a prendere sonno. In attesa che poco dopo qualcuno lo chiami per ricordargli che è di nuovo ora di scendere in pista. Per l'ultima volta.
Se questo assaggio non ti basta, abbiamo di più: 10 copie del libro da regalare a chi vorrà giocare con noi e sarà abbastanza bravo e fortunato da essere scelto. Basta cliccare su titolo o immagine di questo box. Dopo il quale trovate invece l'estratto del libro.
[Tratto da "Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna", di Giorgio Terruzzi, ed. 66THAND2ND - pp. 103-105]
Ore 5.10
Avrebbe parlato con Gerhard e poi con Niki Lauda non appena raggiunto il circuito. Bisognava sbrigarsi, prendere decisioni sulla sicurezza, a costo di andare allo scontro. Aerodinamica, per cominciare, macchine meno rischiose. E condizioni delle piste, piste come questa, Imola. Un disastro. L’asfalto non va bene affatto, genera troppi sobbalzi e quel fottuto muro al Tamburello...
Improvvisamente, due immagini spaventose piantate nel cervello. Nelson Piquet che picchia con la Williams. Quando fu? 1987. Primo maggio 1987. Esattamente sette anni prima. Si era rotta una sospensione, durante le prove. Piquet ne era uscito malconcio. Quel trauma non solo gli aveva impedito di correre il giorno successivo, lo aveva segnato. Qualcuno gli aveva raccontato che, da allora, non era più riuscito a dormire come si deve.
Berger, stesso muro, due anni dopo, 1989. Era stata la prontezza degli addetti antincendio a salvarlo, tirandolo fuori dalla sua Ferrari in fiamme. Con Gerhard era tornato a controllare quel muro, a piedi, entrambi convinti di trovare un sistema per eliminarlo, spostarlo, fare qualcosa. Avevano osservato il terreno scosceso e il fiume, appena oltre. Si erano arresi, non c’era spazio per un’alternativa. Un argine, un confine.
Ratzenberger, ieri. Qualche decina di metri più in là. La dinamica era diversa rispetto agli incidenti di Berger e di Piquet, probabilmente un difetto dell’ala anteriore, un errore nel montaggio.
Gli istanti, gli ultimi in cui quel ragazzo aveva avuto il tempo di valutare il proprio disastro, compaiono come ombre nella stanza, sono scansioni orribili, immagini nette. Qualcosa che conosceva perfettamente. Avrebbe potuto persino appropriarsi di quel punto di vista, riprodurre il movimento delle braccia portate al petto con un gesto estremo di protezione, in attesa di un urto certamente sottovalutato dall’istinto di sopravvivenza.
Gli occhi gonfi di lacrime adesso. Canto degli uccelli lì fuori. Spalanca la finestra, si mette in ascolto. Il cielo inizia a rischiararsi, c’è un alone livido a levante, c’è una piccola orchestra ad annunciare l’alba. Per questo ama quella stanza, quell’albergo, cresciuto come un fungo in mezzo agli alberi.
In bagno, si lava il viso. L’espressione del volto allo specchio gli ricorda quella di una vecchia fotografia. Lui seduto dentro una piccola jeep a pedali. Si riconosce e sorride. Sempre così quando incontra una persona. Una specie di verifica adottata da quando era un ragazzino: individuare nel viso di un adulto i tratti del bambino che era stato. Se questa operazione risultava possibile, si animava di un’immediata benevolenza. Altrimenti, scarsissima fiducia, meglio fare attenzione.
Avrebbe corso. Aveva bisogno di ritrovare il suo oro, di sciogliere la tensione guidando.
Avrebbe chiesto a Julian o a Josef di trovare una bandiera austriaca da tenere a bordo, piegata nell’abitacolo, a sinistra, tra il sedile e il telaio, in modo da sfilarla con la mano destra e sventolarla dopo il traguardo, per ricordare Ratzenberger. Doveva solo vincere. Vincere quando sembrava facile perdere: era ancora la sua specialità.
Un po’ d’ordine, ecco.
Poi si sarebbe occupato del resto. Di Adriane, a partire da quella sera. Di pianificare al meglio i suoi impegni. Di suo padre, dal quale pretendeva una fiducia più larga, piena. Di sua madre, la cui delicatezza chiedeva il massimo rispetto.
Era esausto, ma ne era valsa la pena. Aveva attraversato i propri anni e quel viaggio non poteva essere compiuto in pochi minuti. C’era voluta una notte intera, quella notte così strana, così necessaria. Così ordinata.
Le cinque e mezza. L’avrebbero svegliato di lì a poco ma aveva tempo, aveva tutto il tempo necessario. Si infila sotto il lenzuolo, afferra un lembo della coperta, si copre le spalle, rinfrancato da un immediato tepore. Fuori, il cielo mostra i primi riflessi perlati. Ancora un attimo... l’allegria dei passeri, un magnifico commiato. Pochi secondi, prima di addormentarsi. Il volto sciolto, sereno.