SUP: Jacopo Bugatti
© Matteo Bugatti
SUP

Jacopo Bugatti: imprese e sorprese sul SUP

Il 15 giugno tenterà il record di traversata dell’Adriatico in Stand Up Paddle da Spalato a Ancona
Di Denise Dellagiacoma
9 minuti di letturaPublished on
“Compiere un’impresa, qualsiasi essa sia, ti impone di rimanere solo con te stesso per molto, molto tempo, sia nella fase preparatoria che durante”.
Ecco le parole di Jacopo Bugatti mentre ci racconta la sua impresa, o meglio, le sue imprese, in particolare quella del giugno 2014, quando ha attraversato il mare Adriatico, in solitaria, a bordo del suo SUP (Stand Up Paddle). Classe 1967 – ovvero quasi cinquant’anni – e non sentirli. Un esempio di vero sportivo e grande uomo. Affermato sia nello sport che nel lavoro, coprendo sempre ruoli di responsabilità come marketing manager e direttore commerciale di vari brand. Ma parliamo di sport e conosciamo la sua storia.
Jacopo Bugatti in azione sul SUP

Jacopo in azione sul SUP

© Matteo Bugatti

Jacopo, raccontaci la tua carriera sportiva.
Pratico il windsurf dall’età di tredici anni. Ho partecipato a molte regate tra gli anni ’80 e ’90, organizzando l’unica tappa, svoltasi ad Ancona nel 1995, di selezione al PBA (Professional Board Sailing Association). Dal ’95, a causa di un brutto infortunio che mi ha costretto a una lunga riabilitazione, ho conosciuto la MTB (Mountain Bike) e me ne sono innamorato, tanto da diventarne uno dei migliori esponenti in Italia, vincendo prestigiose gare a livello regionale e nazionale che mi hanno consentito di avere la convocazione al primo Mondiale Marathon nel 2003. Durante l’inverno, invece, vivo per lunghi periodi a Cortina d’Ampezzo, pratico tanto sci d’alpinismo. Ho partecipato con successo alle prime due edizioni della 24 ore no-stop Skialp24. Una bellissima gara. Poi, ovviamente, c’è il SUP. Sono allenato costantemente dall’olimpionico Giorgio Morbidelli. Insomma, non mi fermo mai.
Jacopo Bugatti in SUP seguito dal drone

Jacopo seguito dal drone

© Matteo Bugatti

A proposito di SUP, ci racconti la tua impresa del 2014?
Il 21 giugno 2014 ho attraversato l’Adriatico da solo, senza fermarmi, con il SUP, percorrendo 122 chilometri e impiegando 22 ore e 50 minuti. A quel tempo, la distanza più lunga al mondo mai percorsa in una sola giornata. Una bella sfida, pensavo di “mettermela via”, ma no, poi ho deciso che quest’anno, sempre nel mese di giugno (tra pochi giorni), tenterò di battere il record di distanza no-stop, percorrendo una distanza di 230 chilometri (Spalato–Ancona) in un tempo stimato attorno alle 36/40 ore. Proviamo a fare il record.
Jacopo Bugatti in SUP momento di riposo in mare aperto

Un momento di riposo durante la traversata

© Matteo Bugatti

Cosa significa compiere un’impresa “da record” ?
Significa andare a dare un’occhiata a cosa c’è oltre a quella parola che un po’ ci spaventa e un po’ ci attira: il limite. Affrontare paure, sfide, sacrifici. Significa non rispondere alla tentazione di mollare, che prima o poi emerge in ognuno di noi, ti offusca la mente, ti avvolge, ti fa tremare, ti blocca, ti paralizza. Significa sentire l’adrenalina scorrere dentro. Prendere decisioni, decidere se rinunciare o tenere duro, se fermarti o andare avanti, scegliere quindi di rimanere nella fatica, nella sofferenza. Andare avanti significa che sei disposto più di altri a faticare, a soffrire, decidere di non sfuggire al sacrificio, di rimanere per ore e ore in condizioni ambientali che cambiano continuamente, dove sembra impossibile trovare degli elementi che ti spingano a continuare.
Quando decidi di andare avanti, di cercare il record, devi modificare la tua percezione dello sforzo e della sofferenza, devi gestirli imparando a conviverci nello spazio che ti resta da percorrere. Compiere un’impresa, qualsiasi essa sia, ti impone di rimanere solo con te stesso per molto, molto tempo, sia nella fase preparatoria che durante, e questo ti porta a scontrarti con le tue debolezze. Arrivi a trovare un insieme di risorse che forse nemmeno pensavi di avere, comprendendo anche la grande battaglia con quella voce che risuona nella tua testa che ti dice che non ce la farai. Una forma di autoinganno per evitare la sofferenza fisica, per non superare i propri limiti che tutti, naturalmente, tendiamo a imporci in un’ottica conservativa, ma che non necessariamente coincidono con quanto potremmo ancora dare o fare. Ma tutta questa sofferenza è liberatoria, perché tutto quello che ti toglie, alla fine te lo restituisce all’ennesima potenza, ti ricompensa con l’immensa soddisfazione di avercela fatta o, quantomeno, di averci provato. Certamente non sarò ricordato come il più bravo, il più forte o il più veloce, ma sicuramente come uno che non si è fermato.
Jacopo Bugatti in allenamento sul SUP

Jacopo in allenamento sul SUP

© Matteo Bugatti

Perché compiere un’impresa?
Direi: perché no?
Quali sono stati i problemi e le difficoltà? E come li hai superati?
La notte è stata un vero incubo. Sono partito alle 17 e per cinque ore il mare è stato calmo, piatto, ma vedevo in lontananza un gruppo di nuvole avvicinarsi. Dalla barca mi dicevano di non preoccuparmi, che era la notte che scendeva, ma in realtà lì in mezzo c’era il pandemonio. Vento laterale fortissimo, mare grosso. Ho remato per due ore solo da un lato, pensavo mi si sarebbe staccato il braccio. Non riuscivo a farmi proteggere dalla barca. Anzi, era quasi peggio averla vicina perché formava altre onde, non vedevo nulla e le gambe erano dure come la pietra. Sono andato avanti così fino alle quattro del mattino. I miei figli si sono messi sulla poppa della barca e non hanno mai smesso di motivarmi, mi gridavano di non mollare. Questo bel ricordo sormonta tutti gli altri; loro che mi guardano, mi parlano.
SUP: Jacopo Bugatti

Jacopo e la sua impresa, mentre il sole sorge

© Matteo Bugatti

Quindi il mare ti mette un po’ di paura?
Be’, è successo che mi sono decisamente spaventato e che l’ho sopravvalutato. O meglio, ho sopravvalutato me stesso e sottovalutato il mare. Mai sottovalutare la natura, lo stesso vale per la montagna. Quest’anno, ad aprile, mi trovavo in acqua, il mare veniva da greco, con onde di circa due metri, due metri e mezzo, erano tutte vicine e sembrava di bollire dentro una pentola. Sono entrato in acqua in un punto protetto dietro dei frangiflutti. Il vento era fortissimo. Quindi decido di andare perfettamente controvento per circa 500-600 metri in modo tale da poter essere nella direzione giusta per poter partire verso Numana, vista la conformazione della costa. Sembrava di essere dentro una lavatrice, facevo una fatica enorme e cadevo in continuazione. A cinquecento metri dalla spiaggia un’onda decisamente fuori misura mi ha travolto e strappato il leash dalla gamba. Non proprio il leash, ma la cimetta che lo tiene alla tavola. La tavola in un attimo è scomparsa, impossibile raggiungerla.
La prima cosa che ho pensato è stata: “Devo gonfiare il camelbak con l’aria, così mi aiuta a galleggiare. Almeno non affogo”. La cosa può sembrare stupida, ma due litri d’aria ti tengono a galla. Le onde arrivavano ogni 3-4 secondi, non avevano periodo per il troppo vento, quindi dovevo immergermi per fare una specie di duck dive e riemergere dietro l’onda stessa. Ho deciso di nuotare controcorrente per provare a tornare nell’approdo sicuro da cui ero partito. L’ho fatto per circa 12 minuti restando praticamente immobile. Le onde mi travolgevano continuamente e nuotare con la muta e i calzari era praticamente impossibile. L’unica possibilità era andare a favore di corrente. Chi conosce Ancona sa che è praticamente una follia, non esiste spiaggia, solo roccia affiorante dappertutto. Il pensiero andava solo a cercare di capire cosa mi sarei rotto e, soprattutto, cercare di non sbattere la testa. In un batter d’occhio sono arrivato a tre metri dalle rocce, la riva era lì, ma più provavo a nuotare e più il wash back mi riportava fuori. Ho incominciato a sbattere le gambe e le braccia da tutte le parti sulle rocce, ma non riuscivo a conquistare la riva. Le onde in quel punto erano circa un paio di metri, ma con una violenza inaudita. L’unica cosa che potevo cercare di fare era non sbattere la testa, sarebbe stata la fine. Ho incominciato a bere, e per fortuna il camelbak pieno d’aria mi aiutava a stare a galla. Nel frattempo il mio amico, che era riuscito a recuperare la riva, è arrivato come un miraggio sugli scogli, ha provato a tendermi una mano per 4 o 5 volte, ma le braccia non si incontravano. Poi la mia mano ha trovato il suo braccio e mi ha tirato fuori. È andata bene.
Jacopo Bugatti in SUP

Un puntino nel mare

© Matteo Bugatti

Come mai hai deciso di rimetterti in gioco?
Tutto nasce principalmente da un motivo di orgoglio. Dopo la mia traversata ho sentito tante malelingue mettere in dubbio quello che avevo fatto. Dicevano che nessuno aveva certificato la mia impresa e che ero salito a bordo della barca, che mi ero riposato eccetera. Questo mi ha ferito, e non poco. Io non avevo voluto fare quella traversata per ostentare l’impresa, era un mio obiettivo personale e basta. Ma questa cosa ha scatenato in me la bestia della sfida e della competizione. “Bene, dici così, allora non solo la rifaccio, ma raddoppio. Non solo ti dimostro che la posso fare, ma provo a battere il record del mondo”. Non so se sia giusto o no, ma io sono fatto così anche nella vita di tutti i giorni. Vuoi un esempio? Mi sono sposato a 25 anni con una donna che conoscevo da sei mesi appena. Tutti ci davano per spacciati; abbiamo tre figli, sono passati 24 anni e la amo più di quando ci siamo incontrati. Lavoravo per una bellissima azienda che abbiamo portato ai vertici nazionali, poi mi hanno proposto di fare una start up di una multinazionale in Italia e ho accettato. Dopo cinque anni, siamo tra le prime cinque aziende del nostro comparto in Italia. Insomma, tu dimmi che non ce la posso fare e mi fai un regalo perché poi io ti dimostro il contrario.
SUP: Jacopo Bugatti in allenamento

Jacopo in allenamento

© Matteo Bugatti

Se uno dei tuoi figli decidesse di compiere qualche impresa estrema?
Domanda di riserva? Non potrei certamente impedirglielo, cercherei di seguirli come loro hanno fatto con me. Comunque ti faccio una confidenza: questa domanda calza a pennello. La sera che ho avuto quella brutta disavventura, non riuscivo a prendere sonno, il mio pensiero andava costantemente a quello che mi era successo. Non tanto a me, ma a loro. Mi chiedo: “Se al posto mio ci fosse stato uno di loro ce l’avrebbe fatta?”. Un incubo.
Il tuo motto, quindi, qual è?
Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto.