Il sole tramonta sulla stagione 2022 di Formula 1
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F1

Terruzzi racconta: addii e arrivederci

Vettel chiude la carriera. Altri cambiano rotta. A cominciare da Mick Schumacher.
Di Giorgio Terruzzi
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Un lungo fine settimana di celebrazioni. Sebastian Vettel porta via dalla “sua” Formula 1 una quantità di attestati enorme. Tributi alla persona, oltre che al pilota, più che al pilota per qualche verso, visto il modo di porsi di un campione che ha mantenuto una salda relazione con la realtà. Ciò che, in definitiva, ha determinato anche la decisione di lasciare le corse con molte idee per occuparsi di altro. Non è così per tutti. Ricciardo è costretto a ripiegare su un ruolo secondario per riformulare il proprio percorso. È una sconfitta per un pilota che prometteva ben altro, misteriosamente perso nei meandri McLaren. Sorride Daniel ma non spiega e forse non si spiega la ragione profonda del proprio calo. Terzo pilota? Ma sì, anche se non è davvero la stessa cosa, pur covando l’idea di tornare a fare il suo vero mestiere magari al posto di Perez nel 2024. Vedremo.
Se n’è andato in sordina completa Latifi, mai incisivo e dunque impalpabile anche nel momento dell’addio. Promosso in F1 grazie alla propria famiglia, come altri, come tanti in questi anni, tutti - chi più chi meno - incapaci di consolidare un percorso convincente. E se ne va Mick Schumacher, il cui destino a questo punto sembra sospeso. L’ho detto più volte: mi dispiace. Il motivo è semplice: provo una sorta di affetto protettivo nei confronti di un ragazzo che tutti noi, cronisti di una certa età, abbiamo alimentato sin da quando era un piccolo bambino. Una specie di spirito protettivo cresciuto in questi anni segnati dalla sofferenza del suo papà. Sentimentalismi? Beh, sì, perché sono i sentimenti che più contano nello sport, nella vita. Non solo: Mick si è guadagnato un posto in F1 in virtù di ciò che ha conquistato vincendo senza favoritismi nelle formule minori, progredendo per anni alternati secondo un carattere molto riflessivo. Non ha mai nascosto l’orgoglio di portare quel cognome ma nessuno può accusarlo di aver tratto vantaggi. Certo, Schumacher significa o forse significava un supporto sia popolare sia finanziario importante, Ma anche un peso, date come inevitabili certe comparazioni che toccano ai figli di padri celebri. La sua stagione è stata deludente, è vero. Forse avrebbe meritato un’altra occasione anche perché non mi pare che al suo posto sia arrivato un pilota capace di ribaltare il destino della Haas. Lo dico pur ammettendo che l’esperienza di Hulkenberg potrà rivelarsi utile ad una squadra in crescita. Ma anche pensando al bilancio piuttosto negativo offerto da Bottas, un altro professionista esperto non proprio in grado di incidere davvero passando a un team di seconda fascia come l’Alfa Sauber.
C’è poi il caso Binotto. Un “caso”, proprio così. Ciascuno può avere le proprie idee circa il team principal Ferrari. Ma mi domando e domando come si possa lavorare con un minimo di serenità dentro una famiglia più distruttiva che protettiva nei confronti di una figura che la famiglia rappresenta, per la quale lavora da 27 anni. Sentimentalismi? Forse, non importa, non è questo il punto. Una solitudine che impressiona e che pone interrogativi molto consistenti sull’atteggiamento della stessa Ferrari nel momento in cui ci interroghiamo sul significato di “fare squadra”, indipendentemente da ogni decisione.