Terruzzi racconta: Peter Schetty, la primula rossa
© Jim Krantz / Red Bull Content Pool
F1

Terruzzi racconta: Peter Schetty, la primula rossa

A proposito di latitanti. La storia breve e dimenticata di un pilota di talento, sparito molti anni fa.
Di Giorgio Terruzzi
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Chi ha una certa età qualcosa come minimo ricorda: Peter Schetty. Beh? Il nome ebbe un periodo breve ma intenso di notorietà, abbinato al rosso da corsa. Nello specifico, rosso Abarth prima del rosso Ferrari. Specialità: corse in salita, campionato europeo. Un altro scrigno brillante e perduto offerto dalle corse che furono. Lui, svizzero di Basilea. Un moretto dagli occhi intelligenti, data di nascita 21 giugno 1942, il che significa 80 anni compiuti da pochi mesi. Era il rampollo di una famiglia impegnata nella tessitura e dovette ottenere una doppia laurea, in economia e scienze politiche, prima di lasciar perdere i libri e dedicarsi alla sua vera passione. Il debutto, in sordina, era avvenuto nel 1961 con una Volvo, a Friburgo; l’inizio vero e proprio della carriera guidando una Ford Shelby 350GT data 1966. Gare in salita, come detto. Pronti, via, in lotta con il cronometro. Pericolosissime, seguitissime, tiratissime, con tanto di squadre ufficiali in lizza. Peter chiude al secondo posto di categoria l’Europeo di quell’anno e viene subito ingaggiato dall’Abarth che, sulle gare in salita, puntava assai. Terzo alla fine del ’67 dietro le Porsche di Mitter e Stommelen, no dico, mica dei paracarri.
Insomma, Schetty comincia a diventare un pilota di primo piano, corre sempre con Abarth qualche gara Sport nel ‘68 e arriva la chiamata di Enzo Ferrari per disputare l’Europeo con una 212 E costruita a Maranello. Qui consiglio di curiosare in rete perché sto parlando di un vero gioiello, per molti intenditori una tra le Ferrari meglio riuscite in assoluto. Magnifica. E vincente. Numero di esemplari costruiti: uno. Motore 12 cilindri, 1990,98 la cilindrata, 300 cv. Un trionfo scandito da 7 vittorie su 7 gare con altrettanti record. Arturo Merzario, secondo, su Abarth. E poi… Schetty viene destinato alla sviluppo della F1 per il Mondiale 1970 senza mai gareggiare. In compenso diventa responsabile dell’ufficio acquisti: aveva fatto pratica nella ditta di famiglia, parlava 4 lingue, era serio, onesto, brillante. Così, dopo qualche esperienza con le Sport Prototipi - ultima corsa la 6 Ore di Watkins Glen 1970, quinto in coppia con Jacky Ickx con una 512 S – assume la carica di Direttore Sportivo Ferrari. Vittoria nel Mondiale Sport Prototipi ’72, dimissioni nel 1973. Stop. Squadra in perfetta forma da consegnare al suo successore, Luca di Montezemolo.
Lui, Peter rientra in Svizzera per occuparsi dell’industria tessile che lo attende, impaziente, da sei anni. Forse aveva ragione l’ingegner Ferrari: Schetty era destinato all’imprenditoria. Anche se, per andare, andava. Altroché. E, una volta deciso il ritiro, di lui non abbiamo saputo più nulla o quasi. Così, mi sembra giusto approfittare di queste settimane silenti e invernali, per fargli una visitina. Per aiutarvi a ricordare, a conoscere un vero signore da corsa, latitante da molto, molto tempo. Chissà, forse perché il tema “latitante” è di stretta attualità.