Abbiamo parlato proprio qui, più volte, del fascino – perduto eppure persistente – del motorismo. In questi giorni, con le Formula 1 di nuovo in viaggio verso un altro Mondiale, dunque con le macchine – nuove, tutte da decifrare – al centro della scena, possiamo perdere qualche minuto pensando alla figura del pilota. Una figura che resiste, al di là di ogni considerazione personale su chi corre oggi, chi ha corso o corse ieri, l’altro ieri e continua a farlo nella memoria, nell’affezione di ciascuno di noi.
Non accontentano proprio tutti i campioni del presente. Ma il pilota, in quanto protagonista di una sfida, rappresenta comunque una figura anomala. Le cui motivazioni, intenzioni e azioni, sono distanti dalla nostra quotidianità, dalle nostre mani, dalla nostra testa, dal nostro senso di protezione. Corrono e trattano la loro condizione come qualcosa che va fatto e basta, evitando di piazzare esclamativi dove li piazziamo noi, al cospetto di una esistenza a rischio. Come gli alpinisti o gli attori di parecchie attività estreme, indicano a chi guarda una attitudine misteriosa. Che contiene l’ipotesi, anzi la concreta possibilità di perdere la vita.
È questa la linea di demarcazione che genera una differenza sostanziale rispetto ad altri atleti, ad altre manifestazioni eclatanti. L’ammirazione che proviamo nei confronti di Roger Federer o di Cristiano Ronaldo passa attraverso canali diversi rispetto a quella che misuriamo per un pilota, portatori come sono anche di un rischio assoluto e dunque potenzialmente connessi a una drammaticità che riguarda loro soltanto. Questo del resto sta nel mito motoristico. Il pericolo in permanenza. I piloti, della morte non parlano mai o quasi. Anche di fronte a un incidente gravissimo che coinvolge un collega cercano e trovano immediatamente una spiegazione tecnica. A differenza nostra, si allontanano dal tragico attraverso una analisi fredda. Razionalizzano l’irrazionale e ci riescono regolarmente perché, in caso contrario, smetterebbero di fare ciò che fanno. Il tema-rischio non può essere presente nella mentalità di chi rischia. Eppure sono persone pure loro, esattamente come noi. Con i sentimenti, i timori, il dolore con cui fare i conti.
Dunque? Negli anni, a furia di tenere d’occhio queste figure eccezionali, mi sono dato una spiegazione. Questa: la morte come dato di realtà inconfutabile, avvertita precocemente, è come se richiedesse una risposta forsennata. Il bisogno estremo (estremo il bisogno, proprio così) di un “pieno assoluto” da contrapporre al “vuoto” della condizione umana. Adrenalina per dare un senso, per sedare il non senso, appunto dell’esistenza. Una occupazione talmente carica di sensazioni da estinguere un’altra ansia, ben più profonda e inquietante. Magari mi sbaglio. Ma se così fosse, beh, tutto si fa più comprensibile. Al punto da generare una somiglianza inattesa. In fin dei conti facciamo tutti – nei limiti del nostro possibile – la stessa cosa. Compatibilmente con una serenità precaria che regola il rapporto con il tempo, con la vita. Ciò che appartiene, in varia misura, a ciascuno di noi.
