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Terruzzi racconta: Le strane coppie della F1 | Episodio 2

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Un podcast che parte dai Gran Premi di Formula 1 per raccontare le storie parallele e curiosamente affini di due piloti: Charles Leclerc e Jackie Stewart
Di Giorgio TerruzziPubblicato il
La seconda tappa del Mondiale 2020 avrebbe dovuto portarci in Bahrein, ma le note vicende legate all'emergenza sanitaria hanno costretto la FIA ad annullare l'evento. Noi abbiamo deciso di non fermarci, nella speranza che questi nostri piccoli racconti possano offrire almeno qualche momento di distrazione in questi giorni sospesi, in attesa che tutto, anche nel motorsport, torni alla normalità.
F1 · 15 min
Terruzzi racconta: le strane coppie della F1 | 2020 | Episodio 02
Qui sotto si può ascoltare il podcast su Spotify, a questo link si può ascoltare su altre piattaforme, mentre più in basso c'è il testo completo.
La coppia può sembrare stranissima. Dunque, anche per questo interessante. È formata da Charles Leclerc e, addirittura, da Jackie Stewart. Ma sì, anche se tra i due passano trentanove anni, moltissimi chilometri e una quantità di successi. Stewart: tre titoli mondiali; Charles nemmeno uno (al momento, se non altro). Eppure simili nell’approccio mentale, nel decifrare ciò che trovano di fronte, nella gestione dei propri compiti. Il paragone per me sta in piedi eccome e comunque vale discussione, pur considerando di trattare un grande vecchio del motorismo e un grande giovanissimo, la cui storia è, per buona parte, ancora da scrivere. Sto parlando di due persone molto razionali, dotate di una intelligenza brillante e di una capacità analitica preziosissima.
Ma, anche, di due figure per qualche verso ambivalenti: gentilezza estrema, educazione, disponibilità per un verso; determinazione cruda per un altro. Sia Stewart sia Leclerc, quando si tratta di correre si trasformano, perdono ogni tratto delicato per applicare una cattiveria agonistica senza deroghe. E poi, come spesso accade quando si ha a che fare con esseri umani complessi, salta fuori qualcosa d’altro, ciò che li fa somigliare a noi. Entrambi hanno saputo elaborare una sofferenza precoce sino a trasformarla in forza interiore, in qualcosa che ha permesso di crescere più in fretta, di tenere duro quando il gioco si fa duro. In buona sostanza, di accogliere un momento critico con una maturità pronta e adatta a determinare una differenza.
Sia Charles, sia Jackie hanno avuto padri appassionati ed ex piloti, Hervè e Bob; il fratello minore di Leclerc, Arthur, corre in macchina cosi come fu pilota di talento Jimmy, fratello maggiore di Jackie. Non solo: Stewart era un ragazzino dislessico con molte difficoltà nell’apprendimento in un’epoca in cui la dislessia non era riconosciuta affatto come una problematica da guarire. Lui stesso indica nel percorso che seguì per affermarsi - diventando un campione di tiro al piattello prima che un pilota - un passaggio fondamentale per la sua formazione. Leclerc ha perso nel giro di pochi mesi le due persone più importanti per la sua crescita. Jules Bianchi, amico intimo, una sorta di maestro per Charles, scomparso nel 2015 dopo il terribile incidente subito durante il Gran Premio del Giappone pochi mesi prima; e babbo Hervè, morto a soli 54 nel 2017, la persona che l’aveva cresciuto, accudito, accompagnato, trasferendo affetto e passione. Due lutti e nel contempo due scosse che hanno fortificato un ragazzo dotatissimo, capace in pochi mesi di passare dalla periferia al centro assoluto della scena motoristica mondiale.

Charles Leclerc

Leclerc, dunque. Quando penso a lui ho a che fare da una parte con la tenerezza che può provare un padre con un figlio venuto bene, diciamo così. Credo che queste sensazioni siano comuni. Basta guardarlo per misurare una specie di attrazione, di accoglienza. Se poi penso alla relazione che si instaura tra un giornalista e un pilota, trovo un ragazzo sempre pronto, sveglio, attentissimo a cogliere e a dire. Qualcosa che ha a che fare con ciò che combina in macchina. Quando qualcuno mi domanda le ragioni per le quali Charles in pochi mesi è diventato un beniamino popolarissimo penso alla Ferrari come uno strumento fondamentale ma non soltanto a questo. Certo, correre per la rossa significa porsi in una posizione di privilegio sulla ribalta internazionale. Ma c’è dell’altro. Un mix di elementi particolari che hanno accompagnato il suo primo anno in Ferrari. Ricordate?
Charles Leclerc
Charles Leclerc
Proprio in Bahrein un anno fa Jules si rivelò completamente mettendo in atto una serie di manovre clamorose. In pole, alla sua seconda gara con le insegne del Cavallino; in testa dopo una prima apparizione della Ferrari deludentissima in Australia. Non solo. Un sorpasso decisissimo nei confronti di Vettel, quindi in fuga, davanti, per poi essere frenato da un inconveniente tecnico che lo costrinse a tenere duro sino in fondo procedendo lentamente mentre Hamilton e Bottas recuperavano, passavano. Terzo alla fine, in una corsa simile ad un racconto epico. Abbastanza per conquistare appassionati dal palato fine ma anche i romantici, chi parteggia per gli eroi buoni.
Leclerc non ha vinto il Mondiale ma ha vinto a Monza con una difesa strenua e tiratissima su Hamilton durata sino al traguardo per una festa che nessuno dimenticherà in fretta. In mezzo un’altra fuga frustrata, in Austria, comprendente un corpo a corpo durissimo con Verstappen che rappresenta l’altro, una sorta di doppio da pista, il suo rivale di ieri, di oggi, di domani. Con il quale regolò i conti poco dopo, a Silverstone, difendendosi da vero animale da pista pur con una macchina meno performante della Red Bull. Una serie di manovre disperate per un verso, coraggiose per un altro per una rivincita dedicata a Verstappen e alla platea. Il tutto dentro una relazione con Sebastian Vettel, il suo compagno titolatissimo, complicata, qualche volta distruttiva – basti pensare a quella collisione devastante innescata in Brasile – ma travolgente se pensiamo a ciò che più coinvolge chi ama le corse. Una rivalità interna, in casa Ferrari per giunta, che oppone un giovanissimo pilota ad un campione celebrato, più anziano ed esperto. Il tema è un classico della libidine motoristica. Bilancio della stagione: due vittorie e sette pole. Quarto posto alla fine. Davanti a Vettel. Successi ed errori; imprese memorabili e sconfitte brucianti. Una sequenza di gesti comunque memorabili, la sensazione di poter mettere in campo una stoffa specialissima, una promessa rilevante, raccolta peraltro, visto che alla Ferrari resterà per altri cinque anni.
Come dire: il futuro sono io. Ho il fisico, i nervi, il talento e poi la delicatezza, la prontezza, l’intelligenza per reggere questo ruolo così carico di aspettative diffuse. Ma anche per comportarmi come un ragazzo qualunque che trasgredisce senza perdere il controllo della situazione. Dunque un personaggio perfettamente inserito nel proprio tempo, simile per molti versi a molti ragazzi della sua generazione e gradito dalla generazione dei suoi genitori. Beh, che altro? C’è un intero repertorio per spiegare e giustificare un amore a prima vista. Sostenuto da concretezze solidissime. Da un mix, appunto che ciascun appassionato ha visto o intravisto quando è venuto il momento di seguire con trasporto la Formula 1.

Jackie Stewart

La decisione di accoppiare Leclerc a Stewart è nata dall’ammirazione che ho per entrambi e che proprio da Stewart arriva. Una persona rara. Un signore oggi, comunque disposto a raccontare e a raccontarsi evitando gli esclamativi, cercando sempre una spiegazione che nasce dalla competenza e dalla razionalità. Sempre stato così, Jackie. Dal quale ho imparato un principio molto utile. Quando ti trovi a svolgere un compito, ripete spesso, devi pensare che il tuo lavoro accresca il valore del contesto nel quale operi. È un invito molto significativo perché implica un impegno totale, una riflessione sul senso del fare, una dedizione assoluta per determinare il successo personale e dell’azienda per la quale lavori. Di un team nel suo caso, o di uno sponsor, di una compagnia. Non a caso Stewart ha lavorato sempre con successo. Quando guidava e dopo il ritiro, trasformandosi in un super consulente ovunque. Persino quando un giornalista, uno come me, gli domanda di commentare una azione, un carattere, una corsa. Educazione, disponibilità e un impegno perenne a fornire risposte preziose.
Sto parlando di un pilota che ha vinto tre titoli mondiali, 27 gran premi sui 99 disputati. Sto parlando di un orfano del grande, grandissimo Jim Clark, scozzese come lui, scomparso nel 1968, una fonte di ispirazione e di emulazione per Stewart che vinse il suoi primo titolo, non a caso, l’anno successivo, 1969 con la Matra. Un lutto da sommare a molti altri. “Tempo fa – racconta - ho fatto il conto con mia moglie Helen, degli amici e colleghi perduti sulle piste di tutto il mondo. Siamo arrivati a quota 58 e ci siamo fermati con il cuore gonfio di tristezza e di rimpianti”. Già, perché Jackie ha attraversato un’epoca caratterizzata da rischi assoluti, da incidenti tremendi. Ma anche da una frenesia, una energia straordinarie. Lui, insieme con George Best e Barry Sheene ha colto i segni del proprio tempo. Star dello sport che si mostravano al mondo abbigliate al pari dei Beatles, dei giovani che invadevano le piazze ovunque. Capelli lunghi e abiti non convenzionali per segnalare una appartenenza e un desiderio di cambiamento complesso. Dunque un vero testimonial, non di un marchio o di uno sport semplicemente ma di un costume, di un periodo storico. Legato alle tradizioni per un verso, pronto a cogliere ciò che attorno a lui cambiava e cambia.
Jackie Stewart sulla Matra nel 1969
Jackie Stewart sulla Matra nel 1969
Non a caso, ad ottanta anni suonati, resta un riferimento, una figura presente e vigile, ricercata e ascoltata con piacere. Senza dimenticare che nell’analogia con Leclerc trovo una attitudine alla velocità formidabile, abbinata ad una innata capacità di leggere ciò hai davanti. Una corsa, un avversario, un pericolo. Non per niente Jackie si è occupato come pochi di sicurezza, di comunicazione e di contratti, fissando parametri e clausole sempre modernissime. Ecco, il termine mi pare appropriato. Moderno. Moderni entrambi. Stewart come Leclerc. Quando si tratta di guidare, di affrontare una competizione, di applicare le proprie doti, le proprie competenze ad un contesto specifico. E di elaborare i propri errori per evitare di commetterli di nuovo. Pronti, in sostanza. A cogliere, a far tesoro e, come dice Jackie, ad accrescere il valore del panorama nel quale agisci. A pensarci è proprio così. Anni settanta come questi. Arricchiti comunque dalla presenza di due personalità fuori taglia. Il bilancio, nel caso di Stewart è già completo. Quello di Leclerc per nulla. Ma contiene gli indizi necessari per un investimento carico di entusiasmanti aspettative.